torneo di pallavolo e corso di pattinaggio presso la Pista di Pattinaggio di Monsano (An), 1987 — foto archivio Avis Monsano

Andiamo “giù la Pista”.

Storia e gloria della Pista di Pattinaggio


Ho portato mia figlia alla Pista di Pattinaggio. La Pista di Pattinaggio in realtà ha fatto ben poco onore al suo nome ma ha gloriosamente superato qualche decennio in veste di campo da calcetto e di Grande Attrattore per generazioni di ragazzini.

“’nnamo giù la Pista?”
“Ce vedemo giù la Pista”
“’ndo eri?” “Ero giù la Pista”.

Giù. Perché la Pista è in basso rispetto al centro del paese, e sta lì dai primi anni ‘80, quando la montagna di soldi entrati nelle casse comunali nel decennio precedente grazie agli oneri di urbanizzazione provenienti dalla nuova zona industriale (pubblicizzata già dal 1969 sui giornali locali con un ammiccante manifesto riservato agli industriali e intitolato “Perché non risparmiare gli oneri fiscali?”) permise alla giunta PSI-PCI dell’epoca di realizzare tutta una serie di opere pubbliche, tra cui la riconversione del mattatoio comunale in scuola media e i nuovi impianti sportivi: un campo da calcio, uno da tennis e, appunto, la Pista.

pagina pubblicitaria pubblicata sul quindicinale locale “Jesi e la sua Valle” nel 1969

È probabilmente proprio per via di quel manifesto che poi Monsano, immerso tra le colline dell’entroterra di Ancona, poco meno di 200 metri di altitudine e una bella vista sulla valle dell’Esino, sull’Appennino Umbro-Marchigiano e su un azzurro pezzettino di mare incastonato tra i colli e a forma di barchetta, è diventato il mio paese.
Da piccolo borgo contadino qual era — quindi alle prese, dal dopoguerra in poi, con un progressivo spopolamento — negli anni ’70 si trasformò in “quartiere dormitorio” della vicina Jesi, con l’arrivo in arme di tutti i maggiori industriali del territorio, più che felici di usufruire di 10 anni di esonero fiscale riservato alle zone depresse.

Tra quegli industriali c’era anche mio nonno, ex-operaio intraprendente, cocciuto e vanesio che aveva da poco aperto una piccola fabbrica di macchine agricole e aveva bisogno di espandersi. Monsano e la neonata zona industriale facevano al caso suo; e a quello di decine di piccoli/medi imprenditori, che cominciarono a installarsi nella zona sud del paese, lì dove un tempo “era tutta campagna”, coi loro capannoni e le loro aziende di mobili, di abbigliamento, di vernici, di metalmeccanica, ciascuno con un seguito di “tute blu” e “colletti bianchi”, parte dei quali, stanchi di fare i pendolari, cominciarono a installarsi in paese.

Un pezzo uscito nel 1975 sul quindicinale locale Jesi e la sua Valle e intitolato “La zona industriale in continua espansione” riportava:

42 ditte industriali e artigiane, 1.400 occupati, su un’area di 320mila metri quadrati, di cui 70.000 coperti: questa in rapidissima sintesi la situazione attuale della zona industriale di Monsano, così come è emersa dalla relazione tenuta dal sindaco cavalier Torquato Cesaroni in occasione della cerimonia del Premio Industria e del Premio Artigianato.
l’officina della FA.I.MA. negli anni ’70 (fonte: Jesi e la sua Valle)

Per la cronaca: il “Premio Industria” quell’anno lo vinse mio nonno.
Sempre per la cronaca: nei primi anni ’90 poi l’azienda di famiglia andò a catafascio, anche per responsabilità postume del cav. Dalmo Brega (sì, mio nonno diventò pure cavaliere ma nella messa in suo ricordo il prete, molti anni dopo, non menzionò né il cavaliere né Dalmo, chiamandolo invece “Daino”), che prima di lasciare prematuramente questa terra, nel 1983, lasciò pure una gigantesca fornitura destinata ai sauditi, che di tanto in tanto da bambino vedevo girare per la fabbrica vestiti coi loro abiti tradizionali.

I sauditi non pagarono mai. In compenso i nostri album di foto sono pieni di scatti in cui mio padre, mio zio o mio nonno stavano in posa tra i cammelli, oppure seduti a terra a mangiare. Un anno, a carnevale, mi vestii pure da saudita con il costume originale.

mio zio e mio padre (quello al centro), con i clienti sauditi (foto di famiglia dell’autore)

Nel frattempo la mia famiglia si era installata in un’enorme villa bianca su di un grande terreno poco fuori dalle mura di Monsano (un terreno, si scoprì poi, in frana, azzeccatissima metafora — col senno di poi — della parabola famigliare: quella casa ora è ancora su ma tra morti, traslochi e una “bella” asta giudiziaria non ci abita più nessuno che abbia un qualche legame di sangue col sottoscritto).

L’autore da piccolo mentre posa sul suo trattore a pedali davanti a casa sua. Sullo sfondo tavolo e sedie realizzati dagli operai della fabbrica utilizzando i dischi degli aratri (foto dall’archivio di famiglia dell’autore)

I miei genitori andarono ad abitare lì nel ‘77, freschi di matrimonio (e appena leggeranno questo pezzo diranno “Simone, cazzo, l’asta no, non mettercela” ma dopotutto l’asta c’è stata, e non per responsabilità nostra: non abbiamo mica fatto niente di male! E non viviamo forse più felici, oggi, senza quel peso?).

Io arrivai nel ’79 e passai lì dentro più di metà della mia vita. Lì e alla Pista di Pattinaggio, “giù la Pista”.
E come me, come noi, centinaia di altri neo-monsanesi: nel 1971 gli abitanti erano poco meno di milleseicento; nell’81 erano arrivati quasi a millenovecento e nel ’91 oltre duemilatrecento; una bella crescita ma neanche lontanamente paragonabile a quella prevista (e auspicata).

la Pista in una foto dell’82 (fonte: Jesi e la sua Valle)

Monsano aveva vinto quella che negli anni ’60 e ’70 veniva chiamata la “guerra delle zone industriali” — chi arrivava prima si portava a casa le migliori aziende e dunque più soldi da investire — e negli studi del Comune e della Provincia si parlava già nel 1971 di ben 12.000 persone sul territorio entro i successivi dieci-quindici anni, un terzo delle quali residenti.

I calcoli erano evidentemente sballati: siamo al 2015 e i quattromila abitanti non si sono mai visti. Ora siamo a poco più di 3100.
Però i soldi delle industrie sono arrivati lo stesso e sempre nel ’71 il Comune acquistò da privati i 30.000 mq di terreno per realizzare gli impianti sportivi, secondo quanto previsto dal cosiddetto “Piano Minnucci”, dal nome del celebre architetto — Gaetano Minnucci — che redasse il piano di fabbricazione del regolamento edilizio di Monsano.

Come ci sia finito un personaggio blasonato come lui, maceratese, già progettista del Palazzo degli Uffici dell’EUR, del Policlinico Gemelli di Roma e del piano di ricostruzione del Quartiere Porto di Ancona, a immaginare la Pista di Pattinaggio e il campo da calcio di Monsano non è dato sapere.
E soprattutto non avrebbe potuto immaginare, il Minnucci, morto nel 1980, che la Pista di Pattinaggio sarebbe poi diventata tutt’altro, quel Grande Attrattore di cui parlavo in apertura.

squadra di pallavolo in posa presso la Pista di Pattinaggio, anni ’80 (fonte: archivio Avis Monsano)

Perché noi giovani monsanesi, quando andavamo “giù la Pista”, ci andavamo a giocare alla tedesca alle due di pomeriggio sotto il sole, a sgommare con la BMX o la mountain bike nuova di zecca, a lanciarci lungo la discesa con lo skate, a vedere i primi amori d’infanzia.

Ci andavamo a masticare “cingomme” e a parlare di ragazzi e ragazze, a scrivere sulle panchine, a fumare di nascosto, a prendere le prime ciucche, a imparare ad arrotolare le canne (e tanti applausi al primo che riusciva a farle a bandiera), a sgasare col motorino, a guardare le stelle sdraiati sulle coperte cercando di avvicinare la mano — un millimetro ogni mezz’ora — a quella della ragazzina che ci faceva girar la testa e, solo raramente, davvero a pattinare (mi ricordo almeno due gare, quando facevo le elementari, e in entrambe arrivai ultimo, con lo speaker che gridava un “Simone! Simone!” d’incoraggiamento davanti a tutti i compaesani seduti sulle gradinate).

Spesso si faceva (e si fa ancora) tutto assieme, nello stesso posto e nel medesimo momento, perché il Grande Attrattore funziona dai 4 ai 20 anni, o giù di lì.

giovani pattinatori monsanesi, primi anni ’90 (fonte: archivio Avis Monsano)

Da quando me ne sono andato a Bologna la Pista è stata ristrutturata. Ora invece della superficie ruvida e di un rosso spento su cui consumare strati di gomiti e ginocchia e scrivere oscenità usando i sassolini come gessetto (gloria al primo che ha capito come usare il piede come compasso per fare delle palle perfette per dei cazzi giganteschi), ora c’è una pavimentazione quasi immacolata, di un verde brasiliano e con tutte le strisce al posto giusto, le gradinate rifatte, un muretto colorato, e quasi non mi sembra più di sentirlo quel “Simone! Simone!” dello speaker.

Non so quante altre estati mia figlia passerà ancora qua. Lei ora è come quelle ragazzine che venivano da lontano, cugine di qualcuno, nipoti di qualcun altro, con una parlata strana, quell’inspiegabile magnetismo che ti fa girare quando passano, il magnetismo che ha chi non è perfettamente a fuoco e non ha ancora un suo posto nell’apparato di storie che ti porti dietro negli anni.

la Pista di Pattinaggio oggi (foto dell’autore)

Non so se e quando masticherà le “cicles” (come le chiamano a Bologna, ché lei anche se faccio sempre finta di dimenticarmene, è bolognese), giù alla Pista di Pattinaggio. Quando dirà — goffa e ingessata come tutti quelli che provano a parlare un dialetto che non si conosce bene — “ce vedemo giù la Pista”; quando farà qualche tiro di canna di nascosto dal papà; quando avrà le farfalle nella pancia per qualche ragazzino o ragazzina.

Ma nel frattempo è ancora una bambina. E basta poco, ai bambini. Tipo mettersi a sfrecciare col monopattino e poi fermarsi a disegnare un caprone di montagna lì sulle gradinate ed ecco arrivare una ragazzina che prima gira e gira attorno, osserva, se ne va, ritorna, si mette a testa in giù attaccata con le gambe alle balaustre, torna di nuovo, va, gira e poi si siede e ci racconta di tutto, che lei deve fare la terza, che le piace l’Italiano, quello della scuola, con la lettera maiuscola, che lì a giocare in mezzo alla Pista ci sono suo fratello e suo cugino, che in casa ha le galline e pure un gallo, che il papà ha rifatto da poco il pollaio e che forse ammazzerà il gallo perché ora i pulcini sono troppi. Ci dice il segno zodiacale suo (leone), dei due fratelli (pesci e toro) e dei genitori (entrambi bilancia, e questo la fa ridere molto), ci dice l’indirizzo di casa, ci spiega com’è fatta, secondo lei, la coda del caprone.

L’unica cosa che non ci dice è il nome. Ma chi se ne importa del nome, dopotutto, quando sei dentro a un buco nero che funziona da più di trent’anni?

una scarpa da ginnastica appesa al ramo di uno degli alberi che circonda la Pista di Pattinaggio; proprietario: sconosciuto (foto dell’autore)

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