Attivismo digitale? I like it!

di Cristina Galasso

La rete e i social network possono essere uno strumento concreto di mobilitazione e di attivismo? Si può davvero sostenere una causa o aiutare qualcuno firmando una petizione online, condividendo un post o twittando un hashtag? Domande vecchie quanto il web che da anni fanno discutere studiosi, comunicatori, attivisti.


Nel 2009 Evgeny Morozov ha coniato il termine slacktivism, cioè “attivismo pigro”, per definire chi dalla poltrona di casa supporta cause e proteste a colpi di like e retweet. Secondo Morozov l’attivismo digitale può addirittura danneggiare l’attivismo ‘vero’, fatto di proteste nelle piazze, di volontariato e donazioni perché, offendo una parvenza di impegno, deresponsabilizza e allontana le persone dalla partecipazione in prima persona.

Qualcuno ricorderà la campagna lanciata nel 2013 da Unicef Svezia per sostenere le vaccinazioni antipolio nel sud del mondo. Lo spot si rivolgeva proprio a coloro che dispensano ‘like’ su Facebook a questa o quella associazione senza impegnarsi davvero in un’azione concreta.

Al centro di una stanza spoglia due bambini, il più grande guardando la telecamera diceva “mi chiamo Rahim e ho 10 anni. Mia madre si è ammalata, e io ho paura di ammalarmi perché se mi ammalo nessuno baderà a mio fratello. Però sono ottimista perché l’Unicef svedese ha 177mila fans su Facebook, e forse raggiungerà i 200mila entro l’estate”. Quindi una voce fuori campo: “I like non salvano vite. Le donazioni sì“.

Non sappiamo quanto quella campagna abbia fatto centro e aumentato il volume delle donazioni a Unicef Svezia ma ha sollevato una vivace discussione dentro e fuori il mondo del non profit portando l’attenzione dell’opinione pubblica su una questione importante e di grande attualità.

Oggi nessuna organizzazione, profit e non profit, può fare a meno della comunicazione digitale o pensare di promuovere la propria causa senza fare i conti con l’uso, ormai di massa, dei social network. Ecco perchè, a mio avviso, il punto non è se, ma come l’attivismo online può sviluppare consapevolezza e sostenere un’azione di cambiamento.

Secondo un recente studio, condotto da un gruppo di ricercatori di tre università americane, le proteste sui social evidenziano una sorta di “divisione del lavoro” tra un ‘centro’ e una ‘periferia’.

Il ‘centro’, numericamente contenuto ma molto impegnato, anche sul campo, produce messaggi, foto e altri contenuti mentre la ‘periferia’, tendenzialmente poco impegnata ma numericamente importante, condivide in massa quei contenuti facendoli diventare virali e quindi più forti e visibili.

The Critical Periphery in the Growth of Social Protests - Analisi dei tweet durante la protesta Gezi Park (Turchia, 2013).

Senza quell’attivismo ‘periferico’ la propagazione del messaggio e la diffusione della mobilitazione sarebbero più lente e faticose, l’impegno del ‘centro’ difficilmente si imporrebbe all’attenzione di media, istituzioni e opinione pubblica.

Il successo di un’azione collettiva è determinato da diversi fattori e i social media sono solo uno strumento, ma possono in un certo senso fare la differenza.

Certo, molto dipende dal numero di persone che si mobilitano, dalle loro reti di relazioni e dalla loro capacità di influenzare e coinvolgere altri. Tuttavia la dinamica centro-periferia descritta dallo studio americano mi pare aiuti a superare una visione un po’ stereotipata e superficiale dell’attivismo digitale, in particolare dei tanto vituperati slacktivist.

I loro click non sono affatto inutili ma anzi diventano indispensabili: i slacktivist rappresentano quella “massa critica” di cui hanno bisogno tutti coloro che si impegnano in una causa o in un movimento.

Connettere quel centro e quella periferia, è la grande scommessa che abbiamo di fronte, online e offline.


Una prima versione di questo articolo è uscita su theway.uidu.org.