Box Jump. Che forma ha la tua comfort zone?

A settembre ho lasciato il lavoro. A ottobre ho iniziato un master in Life Coaching. A dicembre ho iniziato Crossfit. A tutt’oggi sono aspirante solopreneur, ben lontana dalla fisicità di Belen e dall’olistica consapevolezza di Osho.

A gennaio sono entrata in crisi, perché ho pensato di aver preso una decisione sbagliata. Pare brutto dirlo, figuratevi scriverlo.

Una persona saggia mi ha detto:

“Mettersi in proprio non è un atto di coraggio. Non mi ritengo coraggiosa ad averlo fatto, semplicemente non avevo altra scelta, era la mia natura.”

Ieri pomeriggio pensavo al coraggio e controllavo l’allenamento del giorno. C’erano i Box Jump.

Ho saputo porre fine a un contratto a tempo indeterminato, ho saputo rinunciare alla vicinanza di tutti coloro che non erano in grado di sostenere la mia scelta, ho saputo persino accettare che la spending review si chiama risparmio e popola le vite dei comuni mortali, prima di riempire le bocche dei politici. Ma non so saltare a piedi uniti su una scatola di legno alta 50cm.

Mi sono immaginata la mia comfort zone. Deve essere una scala coi gradini bassi e io posso salirli uno alla volta. Tenendo sempre un piede a terra.

Sono andata lo stesso a Crossfit. Per tutto il tragitto ho pensato che avrei saltato, che avrei spaccato la mia comfort zone.

Non ho saltato. E mi sono mortificata. Mi sono detta che avevo sbagliato ad andare, che se una cosa ti fa paura, e per di più lo sai, cosa ci provi a fare? Per avere la conferma che non ne sei capace? Sarebbe stato meglio non tentare e rimanere nella mia area di controllo, dove ero sicura che le cose sarebbero andate come mi aspettavo.

E allora ho pensato alla paura. Ho pensato che forse la soluzione non è armarci di coraggio, ma andare incontro alla paura. Avvicinarla, conoscerla, volerle anche un po’ bene. Perché non esiste qualcuno che non ha paura, esiste solo qualcuno che non ha il coraggio di ammetterlo.

Io ho un sacco di paura. Ho paura di trasformare una passione in un lavoro, perchè mi hanno raccontato che il lavoro non è così. Mi hanno raccontato che il lavoro non ti piace e non ti piacerà mai e se sarai proprio tanto bravo riuscirai a fartelo andare bene quel tanto che basta per poterti godere il resto vero della vita. Ma io di vita una sola ne ho e mi sembra vera tutta.

Mi hanno raccontato che c’è il sognatore e il lavoratore e che a un certo punto ti devi mettere a testa bassa e pedalare, perché perdi l’autorizzazione a stare nella prima categoria e devi guadagnarti un posto nella seconda. Mi hanno raccontato che un lavoro non lo ami mai davvero, altrimenti che lavoro è?

Questa è la forma che ha la mia comfort zone.

Allora non è tanto una questione di Box Jump, ma per poterci credere davvero, che si può amare appassionatamente un lavoro, sempre di staccare due piedi da terra si tratta.