Come il lavoro in remoto sta cambiando le città del mondo

Di Duncan Geere, How We Get To Next
Traduzione di
Monica Cainarca

Al primo posto c’è l’assenza di inquinamento; al secondo, la sicurezza personale, ossia livelli bassi o nulli di criminalità; al terzo, una società tollerante; e al quarto, il costo dell’affitto”.

Sono queste le priorità indicate da chi vuole trovare una nuova città in cui trasferirsi, come ci spiega Sten Tamkivi, un imprenditore estone e creatore di un servizio chiamato Teleport che ha lo scopo di aiutare gli utenti a individuare la propria “città ideale per vivere e lavorare”.

“Molto spesso si pensa che contino più questioni di budget, ma i primi tre criteri non sono finanziari”, spiega Tamkivi. “Riguardano aspetti molto più generali della vita, come il sentirsi sicuri e accettati in un ambiente tollerante. L’ultima cosa che vuoi fare è andare a vivere in un posto dove subirai aggressioni per il colore della pelle o cose del genere”.

Sul sito web di Teleport, dopo una breve procedura di iscrizione, troverete un questionario che valuta più di 150 città in termini di quanto siano più adatte alle vostre esigenze. È sorprendentemente dettagliato: potete modificarlo con preferenze personali relative a clima, istruzione, sicurezza, lingua, mercato del lavoro, tasse, inquinamento, persino il traffico. Per di più, se specificate il vostro affitto mensile e lo stipendio, vi verrà mostrato il reddito disponibile in più che avrete in diverse città in tutto il mondo. L’azienda guadagna aiutando a facilitare il trasferimento, mettendovi a disposizione contatti e servizi locali per rendere più facile lo spostamento.

La prima città nella mia classifica è risultata Singapore, ed è stata un po’ una sorpresa perché avendo indicato che mi piace il clima di Stoccolma mi aspettavo città ben più fredde tra i primi risultati. Ma a quanto pare, i punteggi più alti di Singapore per accesso a internet, sicurezza e qualità ambientale, che sono criteri altrettanto importanti per me, hanno prevalso sul suo clima umido.

Singapore è stata seguita da Glasgow, Edimburgo e Stoccolma, che sono state meno una sorpresa data la città in cui vivo: Göteborg, sulla costa occidentale della Svezia, che non è stata nemmeno presa in considerazione.

Mi sono trasferito da Londra a Göteborg circa tre anni e mezzo fa per un master. Non sono ancora del tutto sicuro se mi sono trasferito per poter studiare, o se mi sono iscritto al master per potermi trasferire. In ogni caso, Göteborg è una città fantastica e la adoro –- è abbastanza piccola da permetterti di muoverti facilmente con i mezzi pubblici, piena di parchi e spazi verdi, comoda per raggiungere gran parte dell’Europa e, nonostante le sue ridotte dimensioni in confronto a molte altre città, offre sempre qualcosa da fare. Vivere qui è come una vacanza perpetua: è il posto perfetto per me.

Ma riconosco che avere la libertà di decidere di vivere altrove è un privilegio enorme. Ho avuto i soldi, il sostegno della famiglia, la flessibilità di carriera e il passaporto giusto per potermi sradicare da Londra e trasferirmi a Göteborg. Una giovane donna che vive in uno slum di Nairobi non ha nessuna di queste possibilità. Non le ha la stragrande maggioranza degli abitanti del mondo, e molti sono comunque costretti a trasferirsi.

A pensarci sopra per bene, è difficile sfuggire alla conclusione che la pratica dei “nomadi digitali” che si spostano dall’Occidente verso le città più economiche nelle nazioni in via di sviluppo (e qui non sto certo pensando a Göteborg) è essenzialmente solo una forma di gentrification globale. Questi lavoratori della conoscenza spingono in alto i prezzi locali, scacciano i residenti di lunga data dai quartieri più alla moda e raramente interagiscono in modo significativo con la cultura e la comunità locale. Questa tendenza ha anche paralleli storici problematici con il colonialismo, in particolare in Asia.

Anche se i lavoratori della conoscenza di solito finiscono per pagare più tasse dei residenti permanenti perché hanno stipendi più alti, ciò avvantaggia l’economia locale solo se i lavoratori sono effettivamente registrati come contribuenti e se la corruzione non è diffusa (come lo è inevitabilmente in gran parte del mondo in via di sviluppo). E sebbene la presenza di nomadi digitali in una città tenda a essere correlata a un significativo contesto locale di startup, la ricchezza da loro generata spesso non riesce a ricadere fino alle persone che ne hanno più bisogno.


Tamkivi ammette che molti degli utenti principali di Teleport sono piuttosto simili: bianchi, maschi, provengono da ambienti benestanti e lavorano nel settore del software. Ma riconosce anche che questa fascia demografica non è sufficiente a sostenere la sua azienda a lungo termine e sta lavorando attivamente per ampliare la base di utenti.

Quella base aveva avuto una certa espansione dopo gli attentati di Parigi a fine 2015, quando l’azienda ha notato un picco di iscrizioni al sito, stimolato da una certa copertura sui media francesi. “Ho visto che i nuovi iscritti erano un gruppo completamente diverso da quelli che avevamo attratto fino ad allora”, spiega Tamkivi. “C’è stata una quota significativa di utenti che come professione indicavano ‘altra’. Da allora, abbiamo aggiunto venti o trenta nuove categorie di lavoro per essere più completi. Anche se non siamo ottimizzati per utenti che cercano lavoro come infermieri, almeno sappiamo che ci sono e impariamo qualcosa sulle loro esigenze”.

Teleport ha anche notato un aumento del numero di pensionati interessati al servizio. “Sai già quanto hai a disposizione, quanto prendi di pensione, se possiedi una casa”, dice Tamkivi. “Non devi tenere in considerazione altre persone a carico, i bambini e le scuole e tutto il resto. Hai qualche requisito in più, come un ospedale vicino e una buona assistenza sanitaria. E magari non vorrai finire a più di tre ore di volo dai tuoi nipoti”.

Le città coperte dal servizio di Teleport. Immagine fornita da: Teleport

Ciò che Teleport non fa, tuttavia, è aiutare a trasferirvi al di fuori di una città. Probabilmente perché, con poche eccezioni, le zone rurali di tutto il mondo non hanno le infrastrutture richieste dai lavoratori della conoscenza: principalmente, una connessione internet veloce, ma anche un buon accesso ai principali nodi di trasporto e agli spazi dove le persone possono incontrarsi e scambiare idee. “Ci sono vantaggi nella coabitazione e nella convivenza urbana”, dice Tamkivi.

Ma la tecnologia avanza inesorabilmente e di conseguenza è difficile vedere come le città fisiche – almeno nella loro forma attuale – possano evitare una futura estinzione. Con la diffusione della banda larga super veloce anche al di fuori delle zone urbane e con lo sviluppo delle tecnologie per la realtà virtuale, le nostre città perderanno il loro posto sulla mappa e saranno invece radicate nelle comunità digitali. Forse sta già succedendo – con chi siete più in contatto, i vostri vicini di casa o i vostri amici su Facebook?

“Se si arriverà a una tecnologia di realtà virtuale che funziona davvero, con impianti cerebrali che possono trasmettere informazioni direttamente sull’iride, la linea di confine diventerà più confusa”, è la risposta di Tamkivi alla domanda se la città tradizionale sia la forma finale di organizzazione umana. “C’è la cosiddetta uncanny valley dell’incertezza se [la realtà virtuale] sia abbastanza vicina, ma ad un certo punto lo sarà. Non sono sicuro che per tutto quello che il genere umano potrà scoprire nei prossimi secoli la città sia la risposta migliore”.


Questo post fa parte dello speciale Metropolis dedicato al futuro delle città e realizzato da How We Get To Next, una pubblicazione creata da Steven Johnson e curata da Ian Steadman, Duncan Geere e Abigail Ronck, con il sostegno di fondazioni come la Lemelson Foundation, la Gates Foundation e la Knight Foundation.