Con gli occhi dei rifugiati
Il fotoreporter Kevin McElvaney ha dato una macchina fotografica usa e getta a 15 rifugiati che ha incontrato a Izmir, Lesbo, Atene e Idomeni. Ecco le foto del loro viaggio

“La prima reazione aveva sempre a che fare con la sorpresa. Mi guardavano perplessi non capivano perché un reporter senza microfoni e senza telecamere volesse semplicemente conoscere la storia dei migranti in fuga verso l’Europa. Li fermavo casualmente, cercavo di dialogare con loro a lungo per scoprire di più sul perché del loro viaggio. Solo alla fine davo loro la busta”. Kevin McElvaney è un fotoreporter tedesco, nel 2015 si trovava nella sua Amburgo ad aiutare i volontari di un’organizzazione umanitaria alle prese con la distribuzione di pasti caldi ai rifugiati, arrivati in migliaia in Germania, e ammassati — in fase di emergenza — nelle stazioni, nei campi da tennis o in edifici commerciali lasciati vuoti, trasformati in centri di accoglienza. Distribuiva beni alimentari e cappotti, e ascoltava le prime testimonianze dirette del viaggio dei profughi.
“Provavo ad immedesimarmi nelle loro parole così ho capito la difficoltà di comprendere realmente quanta disperazione ci sia in quei chilometri di strada fatti a piedi, su un gommone, su mezzi di trasporto pagati col sudore di una vita”.
Con la preoccupazione che la verità su quelle traversate sarebbe rimasta solo negli occhi dei migranti, Kevin ha acquistato 15 macchine fotografiche usa e getta e nel giro di due giorni è partito per Izmir, in Turchia, pronto a distribuire le fotocamere. Ha proseguito nel viaggio e ha fatto la stessa cosa a Lesbos, ad Atene e a Idomeni.
“Non sapevo nulla di loro, fino a quando li ho incontrati. A tutti ho voluto spiegare il senso del mio progetto: metterli nelle condizioni di fornire la loro testimonianza. Far in modo che tutto quello che avrebbero visto non restasse solo nei loro occhi”, mi dice Kevin che ci tiene a precisarmi che “tutte quelle persone non sono state solo conoscenze. Ci siamo scambiati i contatti su Facebook, WhatsApp, e-mail per rimanere in contatto”.
Kevin, insieme alla macchina fotografica — protetta da una plastica idrorepellente — ha affidato ai migranti una busta affrancata con sopra il suo indirizzo, con scritto: “speditela quanto pensate che il vostro viaggio sia finito”.
Delle quindici macchine fotografiche solo sette sono tornate indietro. La prima è arrivata dopo appena una settimana dalla consegna, per altre ci sono voluti fino a tre mesi prima che giungessero ad Amburgo. Una fotocamera è andata persa, due fotocamere sono state confiscate dalle autorità e altre due sono ancora a Izmir, perché i rifugiati non sono riusciti a raggiungere un’isola greca. Delle altre tre fotocamere non c’è ancora traccia, i tre rifugiati che le possedevano sono dispersi.
“Ogni rifugiato ha preso un percorso molto diverso ma so che tutti si sono stabiliti in diverse parti della Germania, tranne una ragazza che ha raggiunto la Danimarca. Sono stato in contatto con la maggior parte di loro fino a quando le fotocamera sono tornate. Per me era importante motivare i fotografi e ricordare loro il compito”.
Quegli scatti realizzati da profughi siriani, iracheni, iraniani durante le traversate della speranza verso l’Europa, sono stati raccolti nella mostra fotografica #RefugeeCameras.
I migranti avevano un rullino con ventisette scatti a disposizione. Ventisette fotografie, in formato analogico, per documentare tutto quel tempo passato ad aspettare, tra fame, freddo, sete e disperazione. La rotta migratoria attraverso il Mediterraneo è la più letale al mondo. Nonostante le numerose operazioni di soccorso che vedono attivi attori statali e organizzazioni private, nel 2015 sono morti in mare 3.763 migranti.
Fotocamera 1
Fotografia di Zakaria (Siria)
Zakaria ha ricevuto la sua fotocamera l’8 dicembre a Izmir, in Turchia. Era dovuto fuggire dalle persecuzioni dell’ISIS e del governo siriano. La sua città natale non può essere rivelata per ragioni di sicurezza, scrive che “solo Dio” sa quando e se potrà mai farvi ritorno. Ha dovuto lasciare indietro sua moglie e i suoi due figli, ma è ancora in contatto con loro. Zakaria proverà a portare la sua famiglia in Germania — o tornerà indietro a riprenderla se sarà necessario. Le sue fotografie documentano la traversata dalla Turchia a Chios. Zakaria oggi vive a Berlino.




Fotocamera 2
Foto di Hamza e Abdulmonem (Aleppo, Siria)
Hamza ha ricevuto la sua fotocamera l’8 dicembre a Izmir. Era un chimico nel suo Paese. Ha condiviso la fotocamera con l’amico Abdulmonem, entrambi sono di Aleppo, in Siria. Hanno documentato l’arrivo su una sconosciuta isola greca. Hamza oggi vive a Monaco e Abdulmonem vicino a Rostock in Germania.



Fotocamera 3
Foto di Firas (Iraq)
Firas ha ricevuto la sua fotocamera il 10 dicembre 2015 a Moira, il campo di registrazione di Lesbo. Firas è fuggito dall’ISIS/Daesh dopo l’invasione della sua città. Scrive che l’Isis ha violentato e ucciso le donne e i bambini. Ha dovuto attraversare il confine con la Turchia illegalmente, perché era senza passaporto. La sua famiglia invece è ancora in Iraq. Firas oggi vive a Hildesheim, in Germania.



Fotocamera 4
Foto di Amer (Siria)
Amer ha ricevuto la sua fotocamera l’11 dicembre a Lesbo. Amer è siriano, scrive di essere contento di partecipare al progetto. Non aveva molta familiarità con le macchine usa e getta, per questo è riuscito a scattare poche fotografie. Ha viaggiato con suo fratello Hashem, adesso sono insieme in Germania, a Verden.


Fotocamera 5
Foto di Dyab (Siria)
Dyab ha ricevuto la sua fotocamera il 12 dicembre 2015, in un autobus da Atene per Idomeni, in Macedonia. Dyab era un insegnante di matematica in Siria, nelle foto ritrae spesso il figlio Kerim e la moglie. “Sfortunatamente ho perso i contatti con lui”, scrive McElvaney.



Fotocamera 6
Foto di Saeed (Iran)
Saeed ha ricevuto la sua fotocamera il 12 dicembre 2015, in un autobus da Atene per Idomeni. Saeed è iraniano, si è convertito al cristianesimo e per questo rischiava di essere incarcerato e ucciso. Per attraversare il confine della Macedonia e arrivare in Germania, si è registrato a Lesbo come afgano. In Germania ha chiarito la sua posizione. Saeed oggi vive a Hanau, in Germania.




Fotocamera 7
Foto di Mohammad (Siria)
Mohammad ha ricevuto la sua fotocamera il 12 dicembre 2015, in un autobus vicino a Indomeni. Mohammad, come molti altri giovani siriani, è fuggio dalla Siria per evitare di essere arruolato per il servizio militare. Lui spera che gli altri siriani possano affrontare il viaggio al sicuro e senza grandi problemi, e spera che ci sarà qualcuno ad aiutarli.




“Il cammino dei rifugiati è molto frustrante: non sai mai ciò che sta realmente accadendo, né dove ti trovi esattamente e cosa succederà dopo. Durante la giornata ci sono così tante voci circa la prossima destinazione e a volte sei solo stanco, ma non c’è un letto e devi stare in fila per ore e ore per la registrazione successiva . — racconta Kevin — Parlando con loro mi sono reso conto che in qualche modo questo compito di essere un fotografo li ha aiutati a mettere a fuoco i pensieri e a essere in grado di fare qualcosa”.
È quello che racconta Firas, uno dei rifugiati scappati insieme ad altri dalla città natale, Shingal, a causa dell’Isis. “Nonostante possa provare a raccontare alla gente cosa è effettivamente accaduto in questi giorni, non è mai stato in grado di mostrarlo perché, come lui stesso mi diceva, le immagini rimanevano solo nella sua testa”. Con la macchina fotografica ha potuto almeno riportare la quotidianità di un viaggio da profugo tra la Turchia e la Germania. Ho capito che per lui questo è stato molto importante. Quasi un sollievo”.
Cosa sai delle altre otto fotocamere che non sono arrivate?
“Due sono state confiscate al confine dalla polizia che ha fatto parecchie domande sulla loro utilità. Altre due erano in mano a due ragazzi catturati dalle guardie mentre si trovavano sulla costa turca nel tentativo di raggiungere l’isola di Lesbo. Un’altra telecamera si è persa in un campo profughi in Germania durante le pulizie dell’impianto. Me lo ha riferito uno dei migranti. È stato un incidente. Ho perso ogni contatto solo con tre rifugiati e delle loro macchine fotografiche non so più nulla”.
Cosa unisce tutte le storie di queste foto?
È stato interessante vedere che tutti i migranti contattati si sono impegnati nel fare un ottimo lavoro. Sono stati in grado di lavorare e fotografare in un “modo simbolico”: molti hanno documentato lo stato delle persone intorno a loro e si sono concentrati sulle storie umane di amici e familiari. Un padre, per esempio, ha scelto le immagini di suo figlio ed è una serie davvero commovente: il figlio è sorridente e non sembra frustrato. Credo che questa piccola cosa mostri il cuore delle persone in viaggio verso noi. Nel guardare quelle immagini i veri stranieri siamo noi.
Cosa ti ha colpito delle foto?
Mi piace molto la serie di immagini che mi è arrivata da Dyab, il padre siriano di cui ti ho appena detto. È meraviglioso vedere “immagini positive” da questo viaggio verso l’Europa, sebbene sia strano— parlo da fotografo — pubblicare delle foto sui rifugiati sorridenti. Ma sapere di un padre premuroso, sulla rotta dei migranti, che fotografa la moglie e il figlio è proprio una bella sensazione.
Pensi che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui i media raccontano il dramma dei profughi?
No, è importante avere narratori e fotografi professionisti, che possano anche sentirsi protetti mentre testimoniano questo evento storico. È strano che non ci sia stato nessun altro ad oggi ad aver cambiato la prospettiva del racconto come ho fatto io, dando ai rifugiati stessi una voce. È necessario raccontare e fotografare le persone in una tale situazione, ma serve dare loro anche la possibilità di esprimersi. È la nostra missione come fotografi: dare loro una voce a chi non ne ha. E se hanno una voce e storia, dobbiamo solo dare loro un microfono o una macchina fotografica.
La maggior parte dei migranti sogna di arrivare in Germania e nei paesi del nord Europa. Cosa noti sia cambiato nelle opinioni della gente dopo i recenti flussi migratori?
Una dei rifugiati che ho incontrato voleva raggiungere la Danimarca e lo ha fatto (tutti gli altri sono rimasti in Germania, nda). Dopo l’ “alta stagione” dello scorso anno tutto si è calmato e non ci sono più traduttori e campi temporanei presso le principali stazioni in tutta la Germania. Le cose ora sono più o meno ordinate. Molti rifugiati stanno fuori dal centro delle città: non sono visibili nella vita di tutti i giorni, almeno ad Amburgo. Penso che la parte più importante venga adesso. Serve integrare queste persone al più presto e dare loro un lavoro o qualcosa da fare, altrimenti avremo presto giovani frustrati e forse faremo nascere dei nuovi ghetti nelle nostre città. Ma ci sono grandi organizzazioni e idee in ogni regione, che mostrano ciò che i rifugiati e le persone in Germania possono fare e come possono entrare in contatto l’uno con l’altro.
Le fotografie del progetto #RefugeeCamera sono in mostra dall’11 al 25 ottobre, nello spazio Living Lab della Galleria d’Arte Moderna di Palermo in occasione del Festival delle Letterature Migranti (ingresso gratuito).