Daniele Argentiero, Tunisian Circus

Contrada Tripoli

Nella primavera del 2011 in Italia veniva dichiarato lo stato di emergenza migranti. Una cosa che faceva ridere, mentre intanto nei paesi dell’Africa settentrionale succedeva il finimondo. Il Centro di Accoglienza e Identificazione di Manduria — CAI, «Campo» o «tendopoli» — , messo su nelle campagne del tarantino, ospitò alcuni dei profughi arrivati a Lampedusa dalla Libia, per la maggior parte tunisini (almeno questo era quello che si diceva allora; di fatto la contrada che ospitava la tendopoli si chiamava, ironia della sorte, Tripoli). In un modo o nell’altro fui testimone oculare di alcune delle cose che accaddero attorno alla tendopoli. Questo è il resoconto scritto in tempo reale e filmato con mezzi di fortuna in quei giorni, già pubblicato in quattro puntate su Malesangue.

A night in Manduria

I tunisini escono in massa al di fuori del Campo tra gli applausi della gente. Gli agenti in assetto antisommossa, sbucati dal nulla (proprio come i tunisini nelle campagne fino a qualche giorno fa) non si muovono. Erano stati chiamati per intimorire qualche militante di sinistra giunto lì per dare una mano e finito a provocare. Adesso gli agenti non possono fare niente. Una ragazza si fa incontro alla massa di profughi, ne ferma due, è in lacrime, gli spiega che se escono dal Campo verranno riacciuffati come clandestini e rimpatriati. Comunque non avranno il passaporto. Due tunisini l’abbracciano, non capiscono, «No male», dicono, forse pensano che lei abbia paura di loro.

I primi giorni si fa un gran parlare delle ronde. Il Campo si trova in campagna, su una strada lunga qualche chilometro tra Oria e Manduria, poco prima di una contrada che, ironia del destino, si chiama Tripoli. Tra Taranto e Brindisi. Manduria è su tutte le prime pagine dei giornali, Oria no. Le recinzioni sono basse e i tunisini (o quel che sono) fuggono con estrema facilità e arrivano però proprio a Oria. Cercano treni, vogliono la Francia. Le ronde ci sono: cittadini di Oria che vanno in giro a raccogliere immigrati per riportarli al Campo. C’è un’assemblea pubblica sotto la pioggia, sempre nel comune in cui si dice verrà a sposarsi il figlio del Presidente Berlusconi (nel Castello di Federico II). A un certo punto passano da lì alcuni uomini di colore. La folla inveisce, «Eccoli, sono loro». Una signora, finito il suo intervento preoccupato per le sorti della sua terra, se ne va facendo il gesto dell’ombrello.

Davanti al Campo c’è sempre gente. Molti giornalisti, a metà settimana, non sanno ancora cos’hanno davanti. Si lamentano di non riuscire (più) a entrare. Ci sono presìdi di “destra” e di “sinistra”. La gente che protesta perché i tunisini in fuga sarebbero già andati a rubare nelle ville di campagna, un attimo dopo li avvicina per indirizzarli verso la stazione più vicina. C’è un signore anziano che non fa che litigare tutto il giorno con la giornalista del TG3 per via di Santoro e Travaglio, che lui detesta. Dice che i tunisini se ne devono andare. Un attimo dopo dà una mano anche lui ad alcuni immigrati. Vorrebbe tenere due ragazzini con sé. Qualcuno gli spiega che non è il caso.

Sui cittadini “convertiti” rimane un dubbio. E cioè che alcuni di loro indirizzino i tunisini nelle campagne per poi catturarli e farli lavorare come schiavi. Non c’è certezza di questo. C’è però un signore finito in tv per le parole forti usate contro i profughi che adesso dà una mano agli stessi a fuggire, organizzando fughe insieme ai parenti immigrati già residenti a Manduria.

Il venerdì i tunisini fuggono a gruppi di dieci. Si stanno montando recinzioni più alte, ma loro sono più veloci degli operai. Prima ancora che quelle siano pronte, loro sono già fuori. Li vedi scavalcare la recinzione e iniziare a correre sul prato, verso dei piccoli canyon in cui sperano di nascondersi e telefonare in Tunisia oppure a qualche parente in Europa. Verso sera arrivano i politici e allora comincia a intervenire la polizia. Ne cattura qualche decina e li riporta nel Campo. La gente urla ironicamente «Bravi, bravi, bravi», incitando i tunisini nei blindati a riprovarci. Intanto la Oria-Manduria è piena di gente che fa su e giù. Ci sono fuggitivi e profughi che hanno ottenuto il permesso per uscire dal Campo per qualche ora.

Il sabato è prevista una manifestazione in piazza a Manduria. Arriva Nichi Vendola e qualche contestatore viene allontanato in malo modo. Prima del Presidente, sul palco c’è un tunisino che chiede scusa per la sassaiola della notte prima alla stazione di Oria. Il giorno prima questo tunisino è stato visto tutto il giorno in auto con un giornalista di un quotidiano locale. Nichi Vendola fa il suo discorso tra qualche contestazione. La gente vuole andare al Campo. Al Campo in effetti c’è soprattutto gente “di sinistra”. Qualcuno vuole entrare, qualche carabiniere male in arnese prova a spiegare che non è il caso. Quelli insistono e sale la tensione, finché non arriva la polizia in assetto antisommossa. Qualche spintone. Le recinzioni oggi sono più alte e si pensa che non ci saranno fughe. Ma non è così. Una decina di profughi riesce a bucare centralmente, è fuori ma non sa cosa fare perché le stazioni sono presidiate. Poi gli applausi, i cori degli altri tunisini («Libertà» in due o tre lingue) che hanno appena varcato i cancelli del Campo. Adesso saranno almeno un centinaio. Occupano la strada per un po’, si improvvisano vigili urbani controllando il traffico, poi si risistemano all’ingresso del Campo. La gente gli spiega che è inutile fuggire. Un ragazzo ha una rosa in mano (dove l’ha trovata? qui è tutta macchia, cespugli e qualche vipera) e la offre a un’italiana. Quando uno di loro cade e urta la testa, perdendo sangue, chiedono ai giornalisti di allontanarsi, si mettono tutti seduti e aspettano l’ambulanza. Un altro spiega che non vuole tornare dentro, esser guardato: vuole parlare, feel, andarsene in giro.

Pare che a sera siano rientrati. Nei paesi limitrofi, Oria, Manduria e Francavilla, gli altri sono in giro. Dormono in stazione. Qualcuno dice che prima o poi cominceranno ad aver fame.


Pascaredda

La ragazza ha i capelli corti, è bionda, sta in pantaloncini accovacciata a parlare in tedesco con un gruppo di tre tunisini poco fuori dal Campo. Sono tra gli ottocento che a inizio settimana hanno avuto il permesso di uscire dal Campo per una decina di ore. Quasi tutti camminano per tre chilometri fino a raggiungere Oria, più vicina rispetto a Manduria. La ragazza è una fotografa svizzera, è qui in vacanza a Pezze di Greco, sull’Adriatico. Ha saputo della tendopoli e ha pensato che fosse il caso di venire a dare un’occhiata. Ad Ahmer, l’altro giorno, un italiano ha spiegato in un pessimo francese che in italì, si tu a l’argian è turist, si tu n’a pa l’argiant, è clandestino. Ahmer ha riso e ha improvvisato uno dei balletti suoi.

Per qualche giorno, a inizio settimana, i tunisini col permesso di uscire dalle otto alle venti hanno deciso di dormire nella campagna davanti al Campo, per protesta. Vorrebbero andar via. Hanno chiesto notizie sulla visita di Berlusconi in Tunisia e si sono tranquillizzati quando hanno saputo che loro non saranno rimpatriati. Una volta tornati dentro, il trattamento mediatico della questione è finito. I giornalisti attorno al Campo sono sempre meno. La tendopoli tra Manduria e Oria finisce nelle pagine interne dei quotidiani locali.

Una cosa che si dice per rassicurare: vogliono solo andar via. Anche dall’Italia. Però Monir in Italia c’è già stato nel 2009 da clandestino, è stato rimpatriato, è tornato nel 2011 ed è pronto a riprovarci, dice sorridendo, fino al 2015. Però lui andrà in Francia, a Marsiglia dove ha parenti. Issam invece vuol rimanere in Italia. In Tunisia si occupava di pubblicità e non vorrebbe andare al nord perché, dice, «a Milano c’è la mafia». Chiede scusa per i suoi compatrioti che, violando la regola religiosa, hanno preso a bere dando problemi in città, a Oria. Dice che l’Islam è la religione la più bella del mondo e tutti dovrebbero essere musulmani.

Molti tunisini scelgono di rimanere davanti al Campo per la maggior parte del tempo, anche quello da “liberi”. Oltre ai giornalisti sono andati via molti altri italiani. Chi torna ancora, lo fa per portare vestiti. Per qualche giorno ci sono feste improvvisate: si suona la pizzica, su cui i tunisini improvvisano la canzone “Harga”. I tamburelli vengono presi in consegna dagli africani che si mettono a suonare musiche dei loro paesi. Sotto agli ulivi sono accampati profughi che partecipano meno, così come altri che stanno seduti sulle mura diroccate attorno al Campo. Osservano da lontano. Alcuni bevono, fischiano quando passa una ragazza. Sono neri, mulatti, sono mischiati e per qualcuno si tratta dei primi clan organizzati sul luogo.

Ci sono due atteggiamenti. Entrambi da estirpare. Per qualcuno la vita occidentale non ha più senso e l’arrivo dei tunisini (o quel che sono) con le loro speranze e la loro disperazione non fa che confermare quest’idea. Per altri l’importante è che vadano via, o che comunque si adattino alle nostre regole. La verità è che ci siamo mischiati. E che di notte al Campo non rimane nessuno.

Oria, di notte, è territorio tunisino. Tre ne hanno investiti l’altra notte sulla strada lunga e dritta che porta in città. La città è ibridazione. Due ragazzini tunisini osservano tre ragazze del posto a bocca aperta. Un’altra è stata aggredita l’altro giorno e il tunisino che l’ha fatto, una volta tornato in tenda, è stato massacrato dagli altri profughi. La gente di Oria non protesta, dà una mano dove lo Stato si volta da un’altra parte ma è stanca della merda, del piscio e del vomito per strada. Sempre meglio che tornare a dormire in tenda, percorrendo la strada infinita verso il Campo, al buio, da sbronzi.

«Dopo che esco Campo, tra cinque giorni» dice Issam, che è solo al mondo eccetto per suo padre Mohamed che lo chiama di continuo dalla Tunisia, «dopo che io libero, solo una chose: la strada».


Dal campo al campetto

È tornata la pioggia. Qualcuno si chiede dove vanno i tunisini (o quel che sono) quando piove. La risposta è sempre la stessa: a Oria. Anche sotto l’acqua di questa settimana percorrono a piedi i chilometri che separano il Campo dalla cittadina medievale. Per qualche giorno è comparsa una navetta che trasportava i migranti dalla tendopoli fino in paese, poi è sparita.

In piazza Lorch è pieno di tunisini, alcuni litigano tra loro, visibilmente ubriachi, mandano a quel paese qualche poliziotto. È pieno anche di polizia e carabinieri. Qualche tunisino più tranquillo saluta gli agenti, che ricambiano facendo l’occhiolino. Gli oritani sembrano esser spariti.

In quasi tutti i bar di Oria ci sono due cartelli in arabo. Sul primo c’è scritto che non si servono bevande in vetro. Sull’altro è riconoscibile un numero, il quindici. C’è scritto che non si può rimanere al tavolo per più di quindici minuti. I tunisini non hanno nulla da fare e sarebbero capaci di rimanere al tavolo per tutto il giorno, attorno a un solo caffè, che sorseggiano lentamente dopo averci versato due o tre bustine di zucchero. Vanno matti per lo zucchero. Poi ci sono le sigarette. Al Campo si fuma Fortuna, fuori ci sono le Marlboro Lights. Così anche col cibo: preferiscono mangiare fuori, pane, pizza, formaggio.

La cameriera spiega agli italiani che dovrà servire loro il caffè nei bicchieri di plastica, visto che sono entrati con dei tunisini. Uno dei tunisini capisce quel che ha detto la ragazza e scuote la testa. Quando gli viene servito il caffè annuncia che non lo berrà. Tira fuori cinque euro e dice in francese che pagherà anche i caffè degli italiani ma che non consumerà. Così anche i suoi connazionali. La cameriera sbuffa. Gli italiani chiedono scusa e dicono che non berranno neppure loro, per rispetto. La cameriera dice che non fa nulla, e che non c’è bisogno di pagare. Fuori, il tunisino spiega che non ce l’aveva con la ragazza, ma: non c’era bisogno di sottolinearla, la storia della plastica anche per gli italiani, avrebbe potuto servire e basta.

Tunisini sobri contro tunisini ubriachi.
Tunisini stanchi.
Italiani indifferenti, solidali, e stanchi.
Un mese qui, mischiati.

Al tavolo c’è la stessa comitiva mista di tunisini e italiani di prima. Passa la Via Crucis. Una fila infinita di preti e ragazzini che cantano, portano una lunga croce di cartapesta e uno striscione coi colori della pace. Guardano verso il tavolo. Uno dei tunisini sta spiegando che dove c’è il sole, in quella direzione c’è La Mecca e lui deve ancora andarci in vita sua. Ci vogliono molti soldi. La Via Crucis passa oltre, verso la salita che porta alla Cattedrale di Oria. Il tunisino guarda la croce di cartapesta e dice che c’è un errore, non ci può essere un Padre e un Figlio ma un solo Dio. Comunque va bene, dice. Si continua a parlare della frontiera francese, di andare in auto da Bologna a Ventimiglia, e di zatla.

Al sabato arriva la notizia che la frontiera con la Francia è aperta, a Ventimiglia si passa. Soprattutto: al sabato c’è una partita di pallone a Grottaglie, vicino Taranto, roba di solidarietà. Il campo è in erbetta sintetica, la sfida è tra tifosi del Taranto e una selezione di tunisini della tendopoli. Al campo si rivede qualche giornalista, anche quello che i primi giorni a Manduria aveva detto, parlando al telefono: «Come il mare blu, così sono ‘ste tende».
I tunisini sono molto più in forma degli italiani. Hanno dei corpi perfetti e corrono che è impossibile fermarli. Infatti il primo gol lo segna Ahmor, il più acclamato, dopo solo due minuti di partita. All’inizio c’è stato un minuto di silenzio per il tunisino morto il giorno prima sulla Oria-Manduria, investito da una ragazza di Oria mentre tornava al Campo. Per alcuni tunisini era ubriaco e dunque se l’è cercata. Quand’è accaduto il servizio-navetta era stato nuovamente soppresso, perché attirava molti più tunisini verso Oria. Per alcuni migranti va bene così: meno ce ne sono in giro, meno casini per gli italiani.

Sappiamo dove vanno i tunisini quando piove. Ma dove vengono seppelliti quelli che muoiono qui, ora?
Comunque, la partita è finita undici a quattro per i rossi.
Li si guarda sempre da dietro a una recinzione, questi.


Ritorno al deserto

Una scarpa da donna, spaiata, tra gli indumenti abbandonati nella campagna. Per la verità c’è di tutto: pacchi di sigarette, uova, scatole di latte e yogurt, lenzuola, specialmente sotto gli ulivi. Sono fantasmi le voci dell’ultimo mese, adesso che i tunisini (o quel che erano) stanno andando via, poco alla volta. Sono fantasmi anche loro, e le voci loro, come quelle degli italiani, hanno lo stesso timbro e la stesse preoccupazioni delle voci che si possono ascoltare nel deserto. Nessuno di noi c’è stato mai.
L’ultimo tunisino sta da solo dall’altro lato della strada, poco oltre le mura diroccate vicino alla tendopoli. Passeggia sul bordo della carreggiata ascoltando musica araba dal telefonino. Si ferma. Ha un nome impronunciabile, comunque disegnato sulla toppa che porta sulla felpa, accanto a un’altra toppa col logo degli Slayer. Racconta tranquillo di esser fuggito a piedi fino a Bari, dov’è stato riacciuffato e riportato qui. A piedi fino a Bari: nulla di particolarmente faticoso dopo la traversata in mare verso Lampedusa. Lui guidava la barca, dice, e mostra un video sul telefonino. Ci sono degli uomini su un barcone che urlano verso un’altra nave ferma sul mare. Il video dura tre o quattro minuti. Non succede nulla fino alla fine. Il tunisino si disinteressa del telefonino, dice, ancora tranquillo, che aspetta che gli diano il permesso. Dice che in Tunisia era un poliziotto. Che non capisce perché al Campo non diano lamette o birra. Poi arriva J., il primo tunisino. Ci mette poco a spiegare ch’è disperato.

J. è arrivato col primo carico da Lampedusa, un mese fa. Durante le dimostrazioni della prima settimana era ben disposto verso gli italiani e riusciva a spiegare le sue intenzioni in un misto di italiano e francese: voleva tornare in Sicilia, dove ha un fratello. Guardava le donne italiane e faceva occhiate da seduttore fingendosi interessato ai discorsi dei maschi. Adesso ha lo sguardo perso e non parla nessuna lingua, non capisce. Usa tutta la concentrazione rimasta per spiegare che gli hanno chiesto dei soldi per dargli il permesso di sei mesi. Quei soldi servono alla polizia italiana, spiega il tunisino ex poliziotto, per avere la certezza che chi riceve il permesso abbia la possibilità di muoversi sul territorio italiano. J. è un mese che sta qui e non ha più un euro. Si stropiccia gli occhi, chiama in disparte un italiano, lo prende sottobraccio e gli chiede qualcosa. L’italiano tira fuori dei soldi, poi spiega a J. di assicurarsi che siano sufficienti per arrivare in Sicilia. Ma J. non ragiona più, sembra essersi riacceso e vuol tornare nel Campo, sorride. L’ex poliziotto di Ben Alì invece prende un passaggio da altri italiani, verso Manduria. Il giorno dopo l’italiano che ha dato i soldi a J. riceve una telefonata dal fratello del tunisino, che lo ringrazia. J. sta tornando in Sicilia.

Lunedì dell’Angelo. Che il Campo si stia svuotando è chiaro, lo si capisce da una pompa di benzina all’inizio della strada che collega Oria a Manduria. Non ci sono tunisini a riprender fiato per il cammino dal Campo in città. Ci sono invece delle auto di italiani: ragazzi che si mettono d’accordo per la meta di Pasquetta. Proseguendo, la strada fino al Campo è sgombra di pedoni. In fondo il cielo è nero e minaccia pioggia. Lunedì dell’Angelo come ogni anno.

Davanti al Campo c’è un gazebo bianco. Tutt’attorno ancora vestiti, scatole, scarpe, bottiglie di Coca Cola e vino, vuote. Vicino al gazebo si gioca con un pallone. Ci sono più italiani che tunisini. Lontano, dalla parte delle tende, sulle torrette del Campo sono state issate due bandiere italiane. Segnano un territorio che adesso sembra davvero di nessuno. Ma riportano anche a più di un mese fa, diciassette marzo, Unità d’Italia, quando ci siamo persi e poi mischiati: e chi ci pensa più.

Di bandiere tricolori è ancora piena Oria come molte cittadine italiane. Nei bar c’è ancora il cartello col numero quindici e le scritte in arabo. Ma in tutto il paese oggi ci saranno al massimo dieci tunisini. Il corso e piazza Lorch sono pieni d’italiani: vecchi oritani che si sono ripresi i tavolini dei bar e che parlano di affari loro, altri cittadini che forse dopo un mese trovano la stessa Oria una località abbastanza esotica da passarci la Pasquetta.
Chissà se i tunisini hanno visto la Via Crucis, i pellegrini e le croci di legno vero.

Comincia a piovere. In un bar c’è un gruppo di giovani italiani, ben vestiti, denti bianchissimi e in generale un aspetto molto gradevole. Sono militari tornati per le vacanze. Scherzano sul fatto che fuori c’è un tempo grigio e nero, che non potranno andare al mare come da programma. Continuano a prendersi in giro, alzano la voce, qualcuno propone di prendere una bottiglia di mirto e andare a casa a giocare alla Playstation, qualcun altro ammette di non voler bere più, lo dice ridendo, in italiano, non è detto che siano di Oria. Al bancone un uomo chiede cosa c’è da vedere a Oria, chiede informazioni sul Castello di Federico II, se è lontano da lì. La barista dice che bisogna risalire verso la Cattedrale, andando verso sinistra. I ragazzi scherzano ancora, il turista esce dal locale con la famiglia (moglie e due figlie piccole), si guarda attorno, al riparo dalle prime gocce di pioggia sotto la tenda del bar. Tutt’attorno altri bar con altri turisti fermi ai tavolini ad attendere che la pioggia cominci davvero o si allontani del tutto.
Più in là, sotto un balcone, tre o quattro tunisini fanno lo stesso. Aspettano.
Oggi è l’ultimo giorno e la strada verso il Campo è già un deserto d’asfalto e fango.

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