Cosa ho imparato dalla morte di mio papà

E su come la gente vive il lutto


Mentre comincio a scrivere questo post, il cuore è in tumulto. Si rasserena nel vedere che nero su bianco i pensieri di questi mesi stanno prendendo forma. Poi, come un atleta che non si allena da anni, comincia a correre all’impazzata. Dimostrando e volendo dimostrare di esistere.

Queste parole che scrivo sono state nel mio cuore, nella mia mente, ma anche nelle mie mani, nei miei occhi, per tutti questi mesi. Ci ho pensato, le ho sentite, le ho sussurrate, a volte le ho persino viste, da quando l’11 maggio, anzi nella notte tra il 10 e l’11 maggio, la mia vita è cambiata.

Ho perso mio papà.

So che per la promessa che faccio sul mio profilo, dovrei iniziare questo battesimo su Medium e questo ‘ritorno’ al blog parlando di lavoro, innovazione, economia e costruirmi anche qui una reputation.

Ma tutte queste cose, proprio tutte, fanno i conti con la morte. Con l’assenza di chi non c’è più… che la presenza di tanto altro non sa colmare.

Perdere un genitore vuol dire essere monco per sempre.
Sentirsi franare un pezzo di terra sotto i piedi e poi rendersi conto, in meno di un secondo, che quel pezzetto di suolo sicuro - che a volte pestavi, altre ci camminavi in punta di piedi, altre ancora non vedevi l’ora di allontanarti per poi tornare — non c’è più.

E hai voglia a pensare che è la mancanza di lavoro, il fatto di non avere un contratto stabile o di potersi comprare casa una volta per tutte senza regalare soldi agli affittuari, a dare insicurezza.

E’ la morte a ricordarti che non avevi capito un cavolo. Al tuo solito.

Sugli altri… ma anche su di me

Però, ho imparato tante cose in questi mesi. Su di me e anche sugli altri. E sul mondo. Cose che hanno a che fare con il mondo del lavoro, con l’ascolto attivo, con i social network, con il sapersi “ritarare”, gestire il fallimento e tutte ciò che ogni giorno possiamo leggere dai blog di Huffington Post fino agli articoli sul management di Harvard Business Review.

Forse vi sarà capitato di avere a che fare con amici e colleghi che hanno subito un lutto e di non sapere che fare, perché non vi è successo mai o perché non era… nei vostri programmi.
Due tipi di persone mi è capitato di incontrare in questi mesi: quelle che non sanno davvero cosa dire, si sentono in imbarazzo e non sanno qual è la cosa giusta da fare ma qualcosa vorrebbero fare, e quelle che non sanno cosa dire perché non ci pensano, perché non vogliono, perché “figurati, io non lo conoscevo” o perché “la vita va avanti”.

Questo post è per le prime perché in tanti (tra cui le #socialgnock, bel gruppo Facebook di cui faccio parte) mi hanno detto “Scrivi quello che hai visto, che hai provato, non pensare non serva: la gente non sa come fare a volte, potresti aiutarla”.
E io che ho scelto di fare la giornalista per aiutare la gente, ho pensato che non potevo, ma soprattutto non volevo esimermi.

E perché come ha scritto Grazia, un’amica di mia sorella: “Ci riteniamo eterni. Ma eterni non siamo. Non abbiamo abbastanza familiarità con la morte da tenerci attaccati alla vita”.

Queste cose nascono da discorsi fatti con la mia famiglia, con amici nella stessa situazione, con colleghi incontrati in bagno e con cui ho chiacchierato per ore.

  • Non dire mai a qualcuno che ha perso una delle persone più importanti della sua vita: “La vita continua”. La vita si è fermata. Anzi si è spaccata a metà tra quello che quella persona era prima e quello che era dopo. E non può schiacciare nessun tasto rewind né forward né pause. Quella persona continua a mangiare e a bere perché deve. Ma altro non c’è che un dolore sordo di quelli che se non l’hai mai provato, che è meglio, non lo puoi capire. Abbraccia quella persona e non parlare.
  • Chi ha perso qualcuno non ha interesse né a lavarsi né a vestirsi né tantomeno a mangiare. Dalle mie parti, a Furci Siculo (Messina), così come in altre regioni e province del Sud Italia, quando c’è un lutto, i vicini, i familiari, gli amici portano da mangiare. E’ una cosa bellissima, è dimostrare l’affetto e nutrire. In ogni senso. Due mie amiche, anzi tre, lo hanno fatto con me anche qui a Milano. Mi sono sentita amata. Anche se di mangiare non me ne fregava niente.
  • Non dare consolazione a chi non la vuole sentire. Non dire “E’ meglio che sia morto così anziché dopo una lunga malattia”. Io me lo sono sentita dire, è stato come darmi un pugno nello stomaco. E’ una consolazione per te, non per me che magari avrei voluto salutare mio papà, che non vedevo da due mesi e che ho lasciato con il ricordo di una serata in cui non era in forma.
    La morte non si sceglie e quando c’è, è tale. Non c’è altro da dire.
  • Hai voglia a parlare di ascolto attivo e di empatia. Io credo siano doti. Che si hanno o no, ma ci si può arrivare. “Io non ti posso capire perché non mi è successo” è una frase che chi la dice usa per difendersi, quasi giustificarsi perché non c’è, non c’è stato e non ci sarà. La prima reazione quando me l’hanno detta? Prova a pensare di perdere qualcuno e mi capirai. Ma nessuno che soffre vuole la sofferenza altrui, anzi, è che lì capisci che social network, attenzione verso le persone, le persone al centro, sono tutte balle che ci rifiliamo ogni giorno, se c’è chi riesce a dire qualcosa del genere a qualcuno cui è successo un evento simile.
  • Quando un dolore è così profondo, risucchia tutto con sé. L’ho detto: non hai più voglia di nulla e di nessuno. Ma non è vero.
    In verità, vuoi che le persone restino ai margini di quel baratro in cui sei caduto per alzare lo sguardo e vederle tendere la mano, fare un sorriso, mimare un “Ti sto aspettando”. Anche io, quando mi sono trovata in queste situazioni, ho sempre avuto paura di disturbare, magari a volte aspettavo qualche giorno prima di chiamare perché immaginavo il trambusto di una casa con una ferita profonda in mezzo, le cose pratiche da fare ecc…
    Non aspettare. Se il rapporto è profondo e puoi, precipitati subito dalla persona (come ha fatto una mia amica da Milano, io non le potevo dare retta ma vedevo che lei c’era), qualsiasi cosa ci sia apparentemente più importante o vacci appena puoi.
    La morte azzera tutto, potrebbe essere diversamente? Se sei lontano, chiama. La persona non ti risponderà forse, ma avrà visto le tue 5,7, 10 chiamate o chiama chi è vicino a lei. Se non te la senti, manda un messaggio, ma fatti sentire.
Io guardavo il cellulare ma era come se non lo guardassi, ma ritrovare pezzi di conversazione, abbracci, tentativi di chiamate mi riportava un attimo dentro il mondo.
  • Continua a essere vicino a chi ha subito un lutto, anche se tu hai i tuoi problemi. E’ difficile, difficilissimo, sia per gli impegni che si hanno che perché un datore di lavoro penserà sempre che sia più importante portare a termine una consegna che stare accanto a chi ami. Ma non è vero. Non è vero se tu quando ti chiedi “Tengo davvero a questa persona”, ti rispondi sì. Quel sì vuol dire che se soffre chi ami soffri anche tu e tutti vorremmo fare qualcosa per lenire, anche una manciata di minuti, quella sofferenza.
  • Regala un libro o scrivi e-mail, messaggi. Le parole: io le amo, me ne circondo appena posso. E il silenzio è fatto di immagini sì, di ricordi, ma anche di parole che scorrono dentro la testa, che scaldano il cuore, che fanno capire il dolore. Stefania mi ha regalato “Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli. Il rapporto tra il padre e il protagonista è quello che avevo “bisogno”, senza saperlo, di leggere. E poi “Riparare i viventi”, un prestito di un carissimo amico, mi ha fatto molto pensare al legame tra morte e vita…
  • Non pensare che il tempo aggiusti tutto. Non dire a chi soffre né tantomeno faglielo intendere “Ma sono passati 3 mesi, 6 mesi, 1 anno”. Il tempo aiuta sì, ma il dolore è personale e ognuno lo vive a modo suo. E perdere chi ti ha generato è un dolore che può non passare mai. Si trasforma, ma non passa.
  • Non giudicare, non fermarti alle apparenze. Lo facevo spesso anche io “Ma come fa a scrivere sui social a poche ore dalla morte? Come fa a mettere le foto. Come fa a partire per un viaggio lasciando sola la sua famiglia?”. Io non metto niente di personale, anzi poco, ma avere pubblicato il discorso che ho letto in Chiesa su mio padre mi ha “sollevato”. Non ho dovuto dire cosa stavo passando, molti lo hanno letto lì e soprattutto ho scoperto che avevo vicina tanta gente che sapeva cosa provassi e io non lo sapevo. Il dolore, l’ho detto, è personale. E se qualcuno ride, va agli eventi, vuol dire che sta meglio così. Io ho preferito il silenzio per molto tempo, ma era, è, il “mio” modo.
  • Chiedi “Posso fare qualcosa per te?”. Chiedilo anche quando la persona in questione ti ha già detto due volte no, continua a chiederlo (senza insistere, ma con amicizia), prima o poi ti risponderà di sì. E l’avrai aiutata davvero.

Ho amato mio papà infinitamente, l’ho considerato il mio mentore (ne ho scritto anche qui), ammirato, a volte non sopportato, a volte gli ho mentito. Ma vivere la mia vita senza raccontargli delle mie viste a Expo, degli articoli che scrivo, dei miei pensieri, sentirlo che mi chiama “dottoressa” è qualcosa che non si può spiegare. Non vederlo seduto a capotavola con mia mamma, mia sorella, mio fratello, nipoti, cognati ecc..

Però mi resta quello che mi ha insegnato: a vivere con onestà e consistenza. A fare le cose come lui, che era un falegname, sapeva fare: in modo concreto, utile per gli altri e con l’attenzione per i dettagli, senza che questi divengano dominanti. E con semplicità.

Mi ha trasmesso l’amore per le cose buone da mangiare, l’idea che il cibo è cura, è amore, che l’amore è nelle piccole cose e non sempre nelle parole, è nel preoccuparsi se la persona sta male, rasentando a volte un’ansia esagerata, nell’essere felice di quello che si ha, ma anche di guardare sempre al meglio.

Grazie, papà.

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