Cosa sto imparando a scuola

Fonte immagine: Ryan McGuire
  • Che ci sono confini netti che demarcano i campi del sapere, e c’è poco scambio tra queste terre lontane. Ma tutto questo non è molto rilevante per l’economia.
  • Che posso passare un’intera giornata senza parlare ad altre persone.
  • Che posso fissare un punto nello spazio (sulla parete, per dire) e farlo finire fuori fuoco, e poi riportarlo a fuoco. Ci sarà sempre qualche obiettivo curricolare che non sto riuscendo a raggiungere in quel particolare momento, ma questo piccolo atto di ribellione, per quanto indefinito, mi dà una certa soddisfazione.
  • Che la vita è una serie arbitraria di domande di origine misteriosa, anzi, dubbia.
  • Che la vita va meglio quando seguo meccanicamente le regole e le predilezioni di figure autorevoli.
  • Che le mie risposte agli stimoli sono attentamente esaminate da scienziati non imparziali, che potrebbero anche non avere a cuore i miei interessi. O anche non essere in grado di aiutarmi.
  • Che è meglio per me se rendo più facile la vita agli insegnanti — un compito consegnato in ritardo è l’unica cosa peggiore delle risposte sbagliate. (Beh, ce n’è un’altra peggiore: dare risposte originali).
  • Che imparare è tutta questione di essere corretti — senza rischiare mai.
  • Che la conoscenza è una lista di fatti.
  • Che la conoscenza consiste nel memorizzare e ripetere dopo un determinato lasso di tempo quei fatti con assoluta precisione. Senza elaborarli, senza modificarli, nella loro sequenza originale. In solitudine, senza comunicare, senza le risorse che sarebbero a mia disposizione in un ambiente meno controllato.
  • Che quando sono chiamato a produrre qualcosa — e questo succede con cadenza regolare, o meglio, irregolare ma frequente — devo produrre. Che sia una risposta già nota alla persona che fa la domanda (e allora perché la fa?), un insieme di dati senza senso, un paragrafo, una struttura prefabbricata del discorso che è prevedibile, vacua e priva di qualsiasi reale… idea, o almeno del tipo di idea che può essere trasformativa, e quindi pericolosa. Che stavo dicendo?
  • Produrre, produrre, produrre. Non c’è tempo per fermarsi a pensare. In ogni occasione opportuna e non opportuna.
  • Che sono il risultato della divisione di decine, o centinaia, di numeri interi inseriti periodicamente in un sistema, snocciolati, ponderati e computati. Scolpiti nella pietra.
  • Che fare meglio del mio vicino mi fa ottenere elogi e riconoscimenti, che sono la mia ricompensa pubblica. E che ricevere lodi e complimenti è piacevole e potrei abituarmici. E che tutta la fatica è proprio… necessaria? Specialmente se rapportata ai benefici, che non sono poi tanto male. E ne valgono assolutamente la pena.
  • Che non c’è alcun bisogno di sviluppare i miei personali interessi, passioni, prospettive, argomentazioni, competenze.
  • Che la mia strada sarà già tracciata e mi verrà presentata come una lista di cose da fare, in Times New Roman. È mio compito percorrere quella strada e fidarmi della sua bontà.
  • Che i voti, per loro stessa natura, sono sacri. Vengono dall’Alto dei Cieli e rappresentano una misura oggettiva del mio valore. E un metro efficace per prevedere il mio futuro.
  • Che alle domande bisogna rispondere e l’autorità non va messa in discussione. Ingraziarmi le autorità è la risposta.
  • Che il peggior tipo di domanda è quella di cui voglio davvero conoscere la risposta.
  • Che la strada che oppone meno resistenza è la strada da prendere.

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