Mohamed Fahmy, Peter Greste e Baher Mohamed di Al Jazeera a processo al Cairo. (Ahmed Abd El Latif, Hamada Elrasam/AP)

Cosa vuol dire essere un giornalista in una prigione egiziana

Andrea Cortellari
Jan 23, 2015 · 5 min read

Raccontato da un cameraman di Al Jazeera che vi è stato rinchiuso per 7 mesi

Di Mohamed Badr


Era il 15 luglio 2013, il sesto giorno del mese di Ramadan. Mi trovavo su un ponte pedonale sopra piazza Ramses, nel centro del Cairo, e sotto di me, illuminate dalla bianca luce violenta dei lampioni, migliaia di persone si prostravano e tornavano a sollevarsi nei gesti della preghiera.

Una protesta contro il colpo di Stato [in cui i militari avevano deposto il presidente Mohamed Morsi] stava per cominciare e al lato opposto della piazza vedevo radunarsi la polizia e gli scagnozzi in abiti civili che lavorano con loro. Prima che la preghiera finisse, stavano già volando sulla piazza i candelotti di gas lacrimogeno.

Avevo già filmato forse 20 di questi scontri e mai avevo avuto paura della polizia. Ma questa era la prima volta dopo il golpe e quando vidi il caos che esplodeva sotto di me, mi ritrovai a pensare: .

Tre cartucce di gas atterrarono vicino a me e iniziai a sentirmi soffocare. All’improvviso, cinque energumeni mi circondarono e mi presero la telecamera. Mi passarono davanti agli occhi le immagini di un video visto su YouTube, di un uomo pestato da teppisti, il suo corpo coperto di ferite, e ne fui terrorizzato.

Quando muori, non senti nulla. Era la tortura a farmi paura.

Nella confusione, fui portato via dagli energumeni e trascinato davanti a un ufficiale di polizia, che sollevò la pistola e me la puntò alla testa. “Lavori per Al Jazeera?”, mi chiese. In quel momento pensavo che forse stavo per morire. Gli risposi di sì.

Ero diventato giornalista nel 2008 e dal maggio 2011 lavoravo come cameraman per Al Jazeera. Anche se quella sera lacrimogeni e pallini si schiantavano tutto intorno, ero rimasto perché credo nel mio lavoro: trasmettere la verità a chi non era lì, e forse anche proteggere la gente dalla violenza persino peggiore che avviene quando nessuno sta a guardare.

L’ufficiale, che si chiamava Amgad, abbassò la pistola e mi spinse nel cellulare in attesa, con altre otto persone.

Amgad disse ai poliziotti che ci stavano portando via: “Se uno qualsiasi dei manifestanti si avvicina al veicolo, sparategli”.

Uno dei poliziotti gli rispose: “Questo tizio è un giornalista”. Voleva lasciare intendere all’ufficiale che non doveva dire cose del genere davanti a me.

“Allora uccideremo anche lui”, sbraitò Amgad.

Ci portarono alla stazione della polizia. Appena entrati, ci toccò quella che chiamano una “festa di benvenuto”: passare tra due file di scagnozzi che ci pestavano.

Alla stazione, ci misero tutti e nove in una stanza con altre 22 persone con volti tanto ricoperti di sangue che a fatica si riusciva a distinguerne i lineamenti. Non ci diedero acqua, né cibo, né ci permisero di andare in bagno. Eravamo tutti nervosi.

Quando il pubblico ministero venne per un’ispezione eravamo bendati, i polsi legati dietro la schiena, inginocchiati a terra. È la peggiore sensazione al mondo — essere insultati e umiliati, e non poterci fare nulla.

Mi accusarono di omicidio, tentato omicidio, tre capi d’imputazione per incendio doloso e possesso di materiale radiotelevisivo senza licenza.

Dopo quattro giorni alla stazione di polizia e altri pestaggi, fui trasferito in una prigione di massima sicurezza conosciuta come “Lo Scorpione”.

Le celle di cemento erano pensate per contenere una persona, ma cinque di noi vennero sbattuti in ognuna, il bagno in un angolo. Non c’era privacy.

In estate faceva un caldo insopportabile, in inverno un freddo gelido. Molti si ammalarono, ma non c’era assistenza sanitaria — persino il dottore, sentii dire, picchiava i detenuti.

Spesso ci picchiavano per svegliarci alla mattina, e ogni notte andavo a letto pensando che sarei stato svegliato da un calcio.

Avevamo solo 10 minuti al giorno per fare attività fisica, e dopo tanto tempo seduto divenne difficile camminare. Nel cibo c’erano gli insetti.

A venti giorni dal mio arresto, nacque mio figlio. Diciotto giorno dopo lo vidi per la prima volta — ma per soli cinque minuti. Ricordo i guardiani spingere mia moglie fuori dalla stanza mentre provavo a tenermi stretto mio figlio. Non potevo fare nulla per aiutarla. Piangeva. Io mi sentivo impotente. Per tre giorni scoppiai in lacrime di continuo. Piango ancora quando ci penso.

Dopo cinque mesi, mi spostarono in una prigione diversa, con una reputazione migliore — ma lì ci picchiavano sulle piante dei piedi la mattina.

Se qualcuno era di ritorno da un colloquio con il pubblico ministero, le guardie gli facevano bere acqua salata per farlo stare male — presumibilmente per fargli vomitare qualsiasi merce di contrabbando ingoiata. Ficcavano le dita dentro ai detenuti [nell’ano].

In fondo, fui fortunato. Credo che forse solo il 10 per cento dei giudizi egiziani faccia attenzione alle prove, e uno di questi aveva in mano il nostro caso. Ma anche dopo che fummo assolti, il calvario non era finito.

Mi rispedirono alla stazione di polizia dove ero stato portato quella notte di luglio. Fui picchiato di nuovo prima di essere finalmente rilasciato.

Sinceramente, pensavo mi sarei sentito più felice. Ma non riuscivo a smettere di pensare a tutte quelle altre persone in carcere. Ricordavo i miei compagni di prigionia. I loro occhi dicevano: .

Quando vedo i miei colleghi di Al Jazeera sotto processo in televisione, mi sento come se non fossi libero. Mi faccio prendere dall’agitazione e non riesco a stare seduto, insieme alla mia famiglia. Vedo gli occhi dei miei colleghi che guardano fuori dalla stessa gabbia in cui mi trovavo io.

Testimonianza raccolta da Tom Dale


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Translated from original by Andrea Cortellari.

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