La sincronia perfetta. Da Casalecchio di Reno a Rio de Janeiro

Da dove viene il successo di Sara Sgarzi, una sincronette nata e cresciuta sotto le due torri

Di Nicola Pedrazzi

Sara Sgarzi, 2015 — Foto di Giorgio Scala

Sara Sgarzi è nata a Bologna il 27 maggio 1986. L’ho incontrata per la prima volta nel settembre 2005, all’inizio della nostra vita universitaria. Se ben ricordo eravamo sulla soglia di Zamboni 38, sede della facoltà di Lettere, in coda per «lingua latina». Dopo ogni lezione, inverno o mezza stagione che fosse, io m’incamminavo in direzione aperol, Sara correva in piscina: ci raggiungeva con i capelli bagnati che eravamo già tutti sbronzi. Forse, azzardo l’ipotesi, non è per caso che quest’estate io rimango al computer mentre lei s’invola verso le Olimpiadi di Rio. Perché è a questo risultato che la «puella» lavora da ben prima che la incontrassi al corso di latino.

Sara è un’amica, dunque questa non è propriamente un’intervista, non ne ha il distacco «professionale». Ma credo che la chiacchierata possa risultare utile e gradita. Utile agli italiani, perché alla viglia di un evento mondiale riscoprano l’insospettabile esistenza di uno «sport di squadra senza palla»; gradita ai bolognesi, che tra un «Seee valà» disincantato e l’altro si ricordino che a rappresentarci nel mondo non c’è soltanto la mortadella. Ci sono, ogni tanto, persone e atlete come Sara Sgarzi, che con la sola forza delle sue lunghe gambe da Casalecchio di Reno è arrivata fino a Rio. A nuoto (sincronizzato).

Come è venuto in mente a una bambina di Casalecchio di cominciare a fare «nuoto sincronizzato»? A che età ti hanno spinta nel Reno?

Ho cominciato che avevo cinque-sei anni perché cominciava la Bea, una mia amica d’infanzia cui sono molto legata, mia madre disse il classico: «vai anche tu!». Giocavamo in acqua, ero piccola, quasi non ricordo. Verso i sei anni ho partecipato alle prime gare regionali, qualche tempo dopo ai nazionali: andavo bene e mi dicevano che ero brava. Un giorno arrivò a casa la convocazione per le selezioni della nazionale. Considera che le nazionali sono tre: l’«assoluta» è la prima squadra, preceduta dalla «juniores» e prima ancora dalla categoria «ragazze». Io al tempo avevo 15 anni ed ero appena passata alla «juniores». Andai a Roma incredula, quasi così per fare, ero l’ultima delle più piccole. Ricordo come fosse ieri la lettura della lista di chi sarebbe dovuto rimanere a Roma per iniziare il collegiale (così si chiama il ritiro delle sincronette). Quando lessero «Sgarzi» la cosa più intelligente che mi venne da dire fu: «Io? Non posso restare, non ho nemmeno le mutande di ricambio!». Ricordo la voce della Bea di fianco a me: «cosa dici, sei cretina? Le mutande te le presto io!». Ero in seconda liceo, e sono rimasta lì con ragazze che erano in nazionale da anni. Considera che la società più competitiva era l’Aurelia Nuoto di Roma (adesso invece è il Savona seguito dal Montebelluna). Io venivo dal Circolo Nuoto Uisp Bologna, una società che ieri come oggi non è certo altrettanto forte. Prima di allora non mi ero mai allenata con sincronette di quel livello: mi sono trovata là da sola, non sapevo come muovermi, mi sembrava tutto incredibile, erano tutte bravissime, troppo per me. Il primo anno ho fatto qualche raduno, poi le prime garette in nazionale, trofei e coppe, ovviamente mai un Europeo né un Mondiale. Nel frattempo continuavo a fare i campionati italiani con la mia squadra di Bologna.

A destra Sara, a sinistra Bea. Correva l’anno 1992

Ti interrompo subito, prima di proseguire facci capire come funzionano le categorie e i tornei del sincro. Per favore mettiti nei panni di chi non sa nulla.

Allora, non è difficile. A livello di club si parte dai regionali, da cui poi ti qualifichi per i nazionali. Per tutte le categorie i campionati italiani sono due volte l’anno, invernali ed estivi. Con la nazionale invece si fanno un anno i Mondiali e un anno gli Europei. Ma attenzione: l’anno che ci sono i Mondiali c’è anche «coppa Europa», e l’anno che ci sono gli Europei c’è «coppa del mondo». Le coppe sono solo di sincro, invece ai Mondiali e agli Europei partecipano tutti gli sport acquatici. Le nazionali partecipanti sono più o meno le stesse, ma le coppe sono meno prestigiose. Non è un caso che non mi ricordo tutte le coppe che abbiamo fatto e vinto; mentre gli Europei e i Mondiali non li dimentichi.

Spiegaci con la stessa semplicità i diversi tipi di gara cui si può iscrivere una squadra. Così magari quest’estate anche noi profani possiamo apprezzare!

Ci sono tre tipi di gara di squadra: la «tecnica» o «short», che ha elementi obbligati che tutte le squadre devono eseguire; la «libera», altrimenti detta «long», perché dura di più e puoi costruire l’esercizio come vuoi; e poi c’è il cosiddetto «libero combinato», l’ultima specialità di squadra che è stata introdotta, che si esegue in 10 e non in 8 e che alterna momenti collettivi a figure realizzate da diversi «gruppetti» che si compongono durante l’esercizio. Nel sincro poi non esiste soltanto la squadra, ma anche il doppio e il singolo.

Le medaglie si assegnano su ogni singola specialità o si sommano i punteggi di ogni esercizio?

È una domanda interessante, perché le regole sono cambiate nel corso degli anni. Quando ho iniziato io c’era una medaglia per la squadra e una medaglia per il combinato. La medaglia per la squadra veniva assegnata così: ogni nazionale eseguiva prima la «long» e poi la «short», la somma dei punteggi decretava i qualificati per la finale e l’esercizio che attribuiva la medaglia era la ripetizione della «long». Adesso invece hanno introdotto una medaglia a parte anche per la «short». Quindi ad ogni Europeo o Mondiale si assegnano tre medaglie: «short», «long» e «combinato». Alle Olimpiadi invece è tutto diverso, perché il combinato non c’è e la squadra gareggia per una medaglia sola: si fanno «short» e «long» e si sommano i punteggi. Questo comporta una differenza importante a livello di organico, perché a Europei e Mondiali vengono convocate fino a quattro riserve; mentre alle Olimpiadi si va in nove, e la riserva quasi non c’è. Alle Olimpiadi però c’è anche il doppio: nel nostro caso le due sincronette che faranno il doppio in squadra gareggeranno una della «short» e una della «long», così non si sovraccaricano.

Succede spesso che all’ultimo subentri una riserva?

Ti dico la verità: una titolare tende a fare la gara anche con un braccio rotto. Non per cattiveria verso la riserva, ma perché se arrivi alla gara hai una preparazione che poi la vuoi fare a tutti i costi. Le riserve per forza hanno provato di meno, quindi anche le allenatrici tendono a preferire titolari malconce. Nella mia esperienza non è mai stato un disastro quando sono entrate le riserve, ma la verità è che se si può si cerca di non farle entrare.

Una riserva della nazionale Leoni rimugina in panchina sulle probabilità che ha di subentrare in vasca

Ora che sappiamo come funziona il tuo sport, riprendiamo la tua storia sportiva. Ti abbiamo lasciato quindicenne in nazionale juniores.

Tra il 2003 e il 2004 non ho esordito in nazionale juniores soltanto io, ma lo zoccolo duro della nazionale assoluta che quest’anno andrà alle Olimpiadi: io, Elisa Bozzo, Mariangela Perrupato e la capitana Manila Flamini. Le giovincelle di allora sono le vecchiette di adesso, quelle nate nella seconda metà degli anni ottanta. Per quanto mi riguarda, nel 2004 ero in quarta liceo. Ho fatto Europei e Mondiali juniores ma non pensavo che l’anno dopo sarei stata convocata in nazionale assoluta. E invece anche stavolta la realtà andò oltre le mie aspettative. Mi sono trovata in nazionale assoluta l’anno della maturità. Fu molto dura: mentre i miei compagni di classe uscivano io andavo in piscina. Ma la soddisfazione era altrettanta, cominciai a gareggiare in squadra con sincronette che erano sempre state i miei punti di riferimento. Poi nel 2006 la maggior parte delle prime linee ha smesso, sono entrate le giovani che erano con me in juniores e ho smesso di essere la più piccola. È stato bello vedere che nonostante il ricambio generazionale la nostra posizione veniva mantenuta: terze agli Europei di Budapest, sia in squadra che in combinato, dietro a Russia e Spagna. L’anno dopo, nel 2007, abbiamo iniziato a guardare alle qualificazioni per le Olimpiadi di Pechino.

Veniamo così alla tua prima grande delusione sportiva: la mancata qualifica alle Olimpiadi del 2008.

Già. Per qualificarci avremmo dovuto battere il Canada. Ma nella qualifica olimpica, così come accaduto ai mondiali di Melbourne dell’anno prima, arrivammo un filo dietro alle canadesi. Per capire la tragedia che abbiamo vissuto bisogna che ti spieghi il regolamento. Devi sapere che fino al 2004 si qualificavano le prime 8 squadre, infatti ad Atene l’Italia si era qualificata. Ma nel 2005, che bel colpo di culo, fu messo mano alle regole olimpiche: nel tentativo di garantire una rappresentanza mondiale fu deciso di ammettere una sola nazione per continente: in pratica cinque posti disponibili, dei quali uno al paese ospitante. Negli scorsi anni questo meccanismo ha permesso a squadre come l’Egitto e l’Australia di andare alle Olimpiadi. Voglio bene a quelle ragazze, ma sono sempre state molto inferiori a noi. Questo regolamento è oggettivamente antisportivo, perché nel nome di una rappresentanza continentale non tiene conto dei livelli delle nazioni. Pensa che nello stesso anno agli europei di Eindhoven siamo arrivate seconde dietro alla Spagna sia nella squadra che nel combinato (l’imbattibile Russia, la nazionale più forte di tutti i tempi, nell’anno olimpico non sempre partecipa ad altre competizioni). Insomma il 2008 fu uno strano anno: ci ritrovammo con due argenti europei al collo, ma fuori dalle Olimpiadi.

Europei di Eindhoven, 2008. Sara è la prima da sinistra

Regolamenti a parte, credi che otto anni fa le canadesi vi fossero superiori?

Su questo argomento non credo di poter essere obiettiva. Allora ti avrei detto certamente di no. Oggi in fin dei conti credo di sì. Ricordo che si esibirono dopo di noi. Abbiamo visto il loro esercizio dagli spalti, ma solo dai punteggi abbiamo capito di essere dietro. Ricordo le spagnole, al tempo le nostre idole, che ci fecero i complimenti. Ci dissero: «sarà per Londra 2012».

Ma tra voi e Londra si frappose ancora una volta il regolamento.

Esatto. Dal punto di vista del sincro, se le Olimpiadi si tengono a Pechino il danno è contenuto, perché il paese ospitante che partecipa «di diritto» ha comunque una nazionale fortissima. Ma quando a ospitare è un paese senza tradizione come l’Inghilterra, di fatto grazie alla regola dei continenti c’è un ulteriore posto in meno! Noi ai Mondiali di Shangai del 2011 avevamo mantenuto il sesto/settimo posto mondiale: ci superò l’Ucraina ma scomparvero dalla scena gli Usa, che oggi non hanno nemmeno più la squadra. In pratica per qualificarci avremmo dovuto battere Ucraina e Giappone. Un’impresa impossibile. Fu la seconda delusione più grande di tutta la mia storia. Delle Olimpiadi di Londra, come di quelle di Pechino, non so e non ricordo niente, non le ho nemmeno guardate, mi facevano stare male, sono andata in vacanza e ho staccato tutto. Forse ho visto qualcosa su Youtube, ma anni dopo.

Quale delle due delusioni è stata più cocente?

A Londra era impossibile qualificarsi. Ma per certi versi è stato peggio che a Pechino, perché il tempo passa e matura in te l’idea che non ce la farai mai. Le qualifiche olimpiche ci sono ogni 4 anni, e in Italia una sincronette difficilmente va oltre i trenta. Sia chiaro, da altre parti erano giunte soddisfazioni immense. Il 2009 ad esempio è stato un anno stupendo, i Mondiali in casa a Roma sono stati una cosa indimenticabile: un impianto stracolmo di tifosi, fra cui tante facce amiche. Giocare in casa è un’esperienza da provare. E andammo anche molto bene: quinte nella squadra e quarte nel combinato, a poco dalla terza che era sempre il Canada (la Russia non partecipava al combinato). Insomma un risultato storico. La nostra striscia positiva non si è arrestata con la mancata qualifica di Pechino, a mio parere ci siamo un po’ sedute dopo i mondiali del 2009. Dopo quell’estate molte compagne hanno smesso, ricordo che abbiamo ripreso a novembre, con un gruppo un po’ sfilacciato. Non è un caso che nel 2010, agli europei di Budapest, arrivammo fuori dal medagliere. Ma la batosta servì e fummo capaci di rialzarci: nel 2012 ci sono stati gli Europei a Eindhoven (due bronzi), nel 2013 i Mondiali a Barcellona (quinte e seste), nel 2014 gli Europei a Berlino (quarte e bronzo nel combinato). Per me personalmente fu molto importante il ritorno di Elisa, che dopo aver cercato di smettere scelse di ritornare. È normale, di crisi se ne hanno di continuo…

Sara a destra, Elisa a sinistra. Verso gli europei di Berlino, 2014

Quante volte hai pensato di smettere?

In tutti questi anni ho avuto diversi momenti di crisi, ma alla fine c’era sempre qualcosa che mi impediva di staccare. Nell’istante in cui ho realizzato che ci eravamo qualificate per Rio ho capito cosa mi avesse mandato avanti: il desiderio di quel momento lì.

La soddisfazione è arrivata nel marzo di quest’anno. Ci racconti cosa significa qualificarsi per un’Olimpiade? Vorrei che il racconto partisse dalla sera prima…

Le qualifiche olimpiche della squadra sono su due giorni («short» e «long»), per cui passi due notti in preda alle emozioni più altalenanti: chi come me ha trent’anni ha dalla sua l’esperienza, ma al contempo sapevamo che non ci sarebbero state altre occasioni. Il nostro è uno sport dove le classifiche sono molto cristallizzate, per smuoverle ci vogliono anni di lavoro, ma questa volta nell’aria c’era qualcosa di diverso. Un mix fatto di parole e commenti positivi di chi ci ha sempre seguito e di chi ci vedeva per la prima volta, uniti a un’insolita preoccupazione negli occhi delle avversarie. Abbiamo fatto l’esercizio per ultime: non siamo mai entrate in acqua così tanto agitate e concentrate insieme, siamo uscite dalla vasca in lacrime per l’emozione. Sono usciti i punteggi ed eravamo terze, davanti a Canada e Spagna, le due da battere.

Rio de Janeiro, lo scorso marzo. Alla fine del primo giorno di qualifiche l’Italia è alle Olimpiadi. C’è chi piange e chi sorride. Sara nel dubbio piange.

È stata un’emozione incredibile, sei con un piede nel sogno e con uno nel baratro. A quel punto il giorno dopo non puoi sbagliare niente. Le mie compagne dicono di non aver chiuso occhio, io non so perché ma dormo sempre. L’ordine di esibizione vedeva prima la Spagna, poi noi e poi l’«odiato» Canada, come nel 2008. Siamo uscite dall’acqua soddisfatte della nostra gara, e il punteggio era alto. Dopo di noi toccava al nemico di sempre. Ci siamo messe a bordo vasca stringendoci la mano, senza guardare nulla dell’esercizio canadese: il più lungo della storia. Quando è uscito il punteggio siamo impazzite: alle spalle di Ucraina e Giappone, eravamo terze: qualificate. Urla, grida, pianti a bordo vasca. Un risultato incredibile: abbiamo tenuto dietro il Canada, nostro avversario storico, e la Spagna, una nazionale mitica, che ci ha cresciuto. Abbiamo ribaltato le gerarchie in cui siamo nate. E lo abbiamo rifatto anche qualche mese fa, agli Europei di Londra, mantenendo la nostra posizione davanti alla Spagna e vincendo 9 medaglie su 9 discipline. I migliori europei di sempre.

Secondo giorno, l’Italia è qualificata. Sara non piange più. (Di spalle, Elisa)

Dodici anni di lavoro per modificare qualche punticino di una giuria… Il segreto è nella costanza?

Il primo merito io lo attribuisco alla costanza e all’unità della squadra: Bea (Beatrice Callegari), Billa (camilla cattaneo), Franci (Francesca Deidda), Elly (Elisa Bozzo), Mari (Mariangela Perrupato), Mani (Manila Flamini), Linda (Linda Cerruti) e Costi (Costanza Ferro). Ma la forza che a quanto pare avevamo dentro sarebbe rimasta inespressa senza il lavoro del nostro staff: penso al ct Patrizia Giallombardo, alle allenatrici Roberta Farinelli, Yumiko Tomomatzu e Rossella Pibiri, a Giovanna Burlando, mia allenatrice di sempre, fin dalla Uisp Bologna, alla preparatrice atletica Annabella Cinti. Poi certamente vengono le mosse azzeccate nel breve periodo: quest’anno un grande contributo lo ha dato senza dubbio Stephan Miermont, il coreografo francese che ci ha allenato nelle settimane più dure della nostra vita. Arrivavamo a sera piangendo per la fatica fisica. Ce l’ha fatto rifare, rifare, rifare, ci ha portato sull’orlo della disperazione, imploravamo pietà ma era tutto inutile: «ancora uno». Infine, quando esci dalla piscina stanca morta, ci sono tutti quelli che sostengono questa nostra vita un po’ strana: famiglie, genitori, amici, morosi, ma anche la Federazione Italiana Nuoto e i dottori come Gianfranco Colombo, Antonio De Pascale e il fisioterapista Alessandro Capacchione.

Londra, 2016

E adesso che grazie a tutte queste energie siete tra le più forti del mondo? Abbiamo speranza di bronzo olimpico?

Un miracolo è già successo: le qualificazioni per noi erano già Olimpiade. Ora ad agosto si parte, non senza concentrazione ma con uno spirito libero e positivo. Se tutto va secondo la logica Russia e Cina si giocano l’oro, dopodiché tutti si aspettano che il bronzo sia conteso tra Ucraina e Giappone. Ma noi ci stiamo allenando per far saltare ancora una volta le gerarchie…

Se sei d’accordo a questo punto passerei alle cose veramente importanti. Prime fra tutte: il trucco e il parrucco. No perché noi da casa vi godiamo già truccate e imbellettate, ignoriamo ingiustamente la fatica che c’è dietro la cosmetica del Sincro. Vorrei che mi descrivessi con dovizia di particolari il pre-gara, così, a beneficio delle lettrici. Si sa che tanto noi maschietti vi guardiamo solamente le gambe.

Ahah, sei un cretino. Allora le gare in genere sono la mattina. Ti svegli con gli occhi abbottonati, prendi la colla di pesce «pane e angeli», la apri, la metti a mollo nell’acqua fredda. Intanto che ti tiri la coda cerchi l’acqua bollente e giri la colla finché non ti fanno male le braccia. «Non ce la farò a fare la gara, ho troppo male» è il pensiero che ti accompagna. Lo scacci e ti fai la crocchia. Te la fai prima perché poi la gelatina cola e appiccica. In pratica si fa colazione accrocchiate. O meglio, io faccio così perché mi sveglio all’ultimo. Poi arrivi in piscina e c’è l’allenamento pre-gara. È un incubo: immagina tutte le squadre nella vasca che si vanno addosso, non viene mai niente. Botte, sangue, tutto che si muove: è una tonnara. Ma un po’ serve, altrimenti arrivi alla gara fredda e sconcentrata. E poi è sempre meglio della prova musica fatta nei giorni prima: in quei 25 minuti che ti danno devi fare tutto attaccato e muori come non mai. Tra l’allenamento e la gara passerà una mezzora abbondante. Durante la quale esci, ti asciughi, ti metti il costume da gara, la tuta, e solo allora ti trucchi. Di solito ci trucca il commissario tecnico, è tipo un’usanza.

E dopo il trucco? Dirette in acqua? Accompagnaci con la fantasia a bordo vasca. Siamo al vostro fianco nei minuti precedenti la gara. A quali gesti scaramantici possiamo assistere?

Nelle ore precedenti è tutto molto personale: ci sono compagne con cui puoi scherzare e compagne con cui no. Per fortuna dopo tanti anni ci conosciamo. Ma più la gara si avvicina più si diventa una cosa sola. Il percorso verso la vasca comincia nella «last call room». Là ci controllano i cartellini, identificano le atlete. Dopodiché radunano tutti i nostri effetti personali e li mettono in un cesto. Passati i controlli i riti si personalizzano: una mia compagna deve toccare il culo a tutte, un’altra deve toccare le patate di due, un’altra deve abbracciarci una ad una in un certo ordine. In pratica si innesca una follia collettiva. Io non so, mi pare di non avere nulla di strano… Il massimo rito che mi concedo è un salto a gambe aperte il più alto che posso. Le compagne in genere mi guardano, è come se in base al mio salto capissimo come staremo in gara. Dopodiché c’è «il discorsino», ci ricordiamo cose o errori da correggere, a volte facciamo anche un urlo: molto spesso cose un po’ scurrili, l’ultima volta alla qualifica abbiamo urlato molto banalmente: «Lo voglio!». Devo dire che è servito, perché era verissimo.

L’adrenalina?

A mille.

E come fai allora a non sbagliare?

Non so come sia la gestione delle emozioni negli altri sport. Nel sincro ti alleni talmente tanto a eseguire quel gesto specifico che supplisci all’agitazione con la preparazione e la concentrazione. Ho capito perché ci si allena così intensamente alla qualifica del 2008 quanto si è materializzato l’incubo di tutte le sincronette del mondo: Elisa mi ha dato una manata e ho perso il tappanaso. È la cosa peggiore, continuare con il naso libero è impossibile, soprattutto se sei a inizio esercizio. Non so come l’ho ritrovato in acqua e me lo sono rimesso. Continuavo a pensare al naso, al fatto che non me l’ero rimesso bene, e intanto il mio corpo andava avanti da solo a fare l’esercizio. È lì che ho capito il senso della nostra preparazione. Quanto serve automatizzare il gesto.

Ti è mai capitato di perdere il controllo, di cadere nell’errore di «vederti da fuori»?

Questa è l’ultima cosa che dobbiamo fare. Dobbiamo stare dentro noi stesse. Ecco perché il megaschermo può essere la rovina, non va mai guardato. Quando ero più piccola pensavo ai possibili errori: e questo è proprio l’errore numero uno. Bisogna andare dritti.

Londra 2016, «i migliori Europei di sempre»

Come vi rapportate a chi sbaglia, magari compromettendo il punteggio di tutta la squadra?

A me personalmente non è mai capitato di fare errori rovinosi, ma a delle mie amiche sì. Se una squadra è su un certo livello, l’errore di un singolo può anche non abbassare troppo il punteggio dei giudici. Però a volte capita. Ai mondiali dell’anno scorso, a Kazan, c’è caduta una spinta, ma in quel caso era un errore non imputabile a una persona sola. Secondo me nei confronti di chi sbaglia bisogna essere comprensivi, perché è una cosa che fa stare molto male. Le allenatrici hanno tutto il diritto di arrabbiarsi, soprattutto se sbagli una cosa su cui si era lavorato, è il loro ruolo; tra compagne invece penso sia meglio che viga la solidarietà, perché gli errori peggiori sono quelli che ti fanno perdere in sicurezza, conosco sincronette che per riprendersi da un errore sono dovute ricorrere allo psicologo.

Dunque la mente conta?

È la cosa più importante. È con la mente che controlli la fatica. La mente è più debole del corpo, il corpo alla fine ce la fa sempre.

Vuoi dire che voi sincronette non vi infortunate mai?

Certo che ci infortuniamo. La maggior parte delle mie compagne si è operata o si deve operare al legamento della spalla. Le anche pure danno problemi. Io fortunatamente non ho mai avuto niente di simile. Per quanto gli voglia un mondo di bene, non vado quasi mai da Alessandro, il nostro fisioterapista. Primo perché soffro il solletico, e poi perché con tutte le ore che passo in piscina mi va di stare fuori quando finisco.

Tra mente e corpo, conta di più l’allenamento o l’innatismo?

Secondo me più dell’innatismo conta la forza di volontà. Almeno, io su di me ho capito questo. Credo di essere arrivata alle Olimpiadi più per abnegazione che grazie alle mie doti. Sotto tantissimi aspetti non credo di essere particolarmente portata per il sincro: ho poca elasticità, di punte e di ginocchia non ho l’estensione di alcune delle mie compagne. Però ho voluto. Ed è così per tante altre che come me sono lì per la loro volontà. Non tutte siamo dotate uguale, ma la vera differenza la fa ciò che tu vuoi.

Rispetto alla fatica e ai risultati che producete, vi sentite sottostimate da politica e media nazionali?

Sì, un pochino ci sentiamo così. Quanto si allena un calciatore rispetto a noi? E, senza tirare in ballo i soldi, quanta visibilità detiene, quante gratificazioni? Pur considerando il diverso seguito e la diversa popolarità degli sport, dal punto di vista sportivo la sproporzione mediatica e di potere è abbastanza insopportabile. Per carità, nel nostro piccolo noi siamo contente del nostro seguito, non ci lamentiamo: il team dell’Italia c’è e lo sentiamo forte soprattutto ora che si avvicinano le Olimpiadi. E una volta che ti qualifichi ai giochi hai anche il tuo spazio televisivo: per la Rai abbiamo appena girato uno spot fighissimo!

Come sono i rapporti tra i diversi sport acquatici? Condividete da bravi fratelli la marginalità mediatica oppure vi state pure antipatici?

Ovviamente almeno di vista ci conosciamo tutti, perché facciamo le gare insieme, ma non per forza diventiamo amici. A livello mediatico prima di tutto viene il nuoto. Possono pure essere scarsi ma i nuotatori sono in cima alla piramide. I tuffi sarebbero un po’ sfigati anche loro come il sincro, ma la grandezza di Tania ha reso più nota la disciplina. I rapporti interpersonali non dipendono tanto dallo sport ma dal carattere del singolo. In generale andiamo d’accordo, dai.

Ti faccio la prima domanda da giornalista vero: pallanuotisti e sincronette. È davvero amore a prima vista?

Ahaha. Come in tutti i cliché migliori c’è qualcosa di vero: sono nate e nascono delle storie. Come sai anche il mio Ale gioca a pallanuoto [Alessandro è il fidanzato di Sara]. Non ci alleniamo insieme ma l’ambiente è quello, ci dev’essere qualcosa nel cloro! Non posso dirti nulla ma ti regalo questo scoop dalla metà rosa della piscina: in genere tuffatori e pallanuotisti sono molto più ambiti dei nuotatori.

Ale e Sara eccezionalmente in borghese

Tornando seri, mi interessa l’aspetto economico. Riuscite a vivere con il vostro sport «di nicchia»?

A livello di nazionale sì: ho sempre ricevuto una borsa di studio annuale, cui si aggiungevano i premi gara. Sono già tanti anni che posso pagarmi le cose da me, ma le borse e i premi non sono entrate fisse. La mia vera indipendenza economica è arrivata soltanto qualche anno fa, grazie al fatto che sono entrata in Polizia.

Quando smetterai l’attività agonistica rimarrai poliziotta?

Puoi decidere se rimanere nelle Fiamme Oro, che è il settore sportivo, oppure uscirne e chiedere il trasferimento in qualche altro ufficio che ti interessa. Per il momento non penso di rimanere nel settore sportivo, né sogno di allenare. Nello sport ho già fatto abbastanza, quando smetto mi piacerebbe mettermi alla prova in altri settori. Ad esempio mi piacerebbe lavorare o nel giornale o nell’ufficio stampa della polizia. Questo significherebbe uscire dalle Fiamme Oro, fare un corso integrativo e poi chiedere il trasferimento.

Ale Faiella (Roma Nuoto) sul luogo di lavoro

Le prossime Olimpiadi saranno l’ultimo appuntamento della vecchia guardia?

Non posso parlare per le mie compagne, per quanto mi riguarda sì, penso di chiudere con le Olimpiadi, il mio obiettivo di sempre. Sono certa che il sincro mi mancherà tantissimo, ma penso sia giunto il momento di costruire qualcosa al di fuori. E poi ogni gara è una fatica devastante, non ho più il fisico!

C’è un ricambio sotto? O dopo di voi la nazionale rischia il contraccolpo? Quante sincronette ci sono in Italia?

La forza di una nazione dipende certamente dai numeri. Ma anche dalla scuola. La Russia e la Cina hanno entrambi: numeri e scuole. La loro vera forza è un’impostazione diversa. Noi ci alleniamo dalle 8 alle 13 e dalle 15 alle 18; due giorni a settimana abbiamo la mezza libera. Le russe si ritirano in un posto isolato dal mondo, si svegliano la mattina e vanno a correre, poi si allenano in piscina e poi vanno a letto. Stanno in mezzo ai boschi tutto l’anno. E affiancano a questa preparazione fisica la danza classica. Per un periodo anche noi abbiamo fatto danza classica, danza africana, pesi. Lavorare fuori dall’acqua aiuta la tua espressività, ma di base il nostro sistema di allenamento affianca alla piscina soltanto palestra a corpo libero. Se la qualità russa è imbattibile (e visto la vita che fanno mi viene anche un po’ da dire per fortuna!) è anche vero che in Italia ci sono molte polisportive, agonistiche direi una cinquantina. Negli anni di ricambio un po’ si rischia sempre, ma sotto di noi vedo del bel fermento. È buffo, qualche anno fa ero tra «le piccoline», adesso sono tra «le idole» dei nuovi arrivi; questa cosa mi fa troppo strano, non mi ci abituerò mai.

La città più bella del mondo

Di Bologna che mi dici? È ancora la tua città o dopo tutti questi anni di collegiale ti sei romanizzata?

Sono e rimango una bolognese. Mi dispiace non potere stare qua, dove ho il mio cuore, la mia famiglia e i miei amici (non ti commuovere, non sto parlando di te ahah!). Lo sai, sono una bolognese di Casalecchio orgogliosissima. Un’identità che ti dirò, in nazionale si è pure accresciuta, visto che in genere ci sono solo atlete o dell’Aurelia di Roma o del Savona. Quelle strane siamo io e Francesca di Cagliari. Per motivi soprattutto infrastrutturali Bologna non ha ancora mandato un’altra sincronette in nazionale, ma adesso abbiamo ragazzine molto promettenti, dunque ho speranza per il futuro.

Esatto: piscine a Bologna. Come stiamo messi?

A Bologna abbiamo dei grossi problemi di spazi acqua: le mie compagne hanno serie difficoltà ad allenarsi. Ora finalmente ha riaperto l’impianto dello stadio, ma il problema persiste perché preferiscono concedere gli spazi acqua al nuoto, alla pallanuoto, alle signore che fanno acquagym. Quando avrò più tempo su questo punto voglio fare qualcosa. Tanto per farti capire, quando mi alleno allo Sterlino lo faccio nel retroporta, con i palloni dei pallanuotisti che mi arrivano in faccia. Ti sembra che in questo modo possiamo crescere nuove sincronette da nazionale? La piscina più bella d’Italia per me è la piscina del nostro stadio. Bisogna però che ce la lascino usare!

Ecco cosa si intende per «spazio acqua»

Un bagno al mare te lo godi ancora?

Tantissimo, te lo giuro: come una persona normale. Adoro muovermi senza un senso, giocare con la maschera, è tutta un’altra cosa!

Confessa: hai mai dato spettacolo a favore di spiaggia?

No, mai. Solo una volta abbiamo svelato la nostra identità. C’erano due ragazzi che facevano gli scemi sincronizzati, tipo Aldo Giovanni e Giacomo. Io ero con Francesca e ridevamo molto. Ci hanno guardato e ci hanno detto «Cosa ridete? Guardate che è difficile…». Gli abbiamo detto che lo sapevamo bene e da lì la maschera e capitolata… Il problema è che poi tutti ti chiedono di fare della acrobazie, come fossi una scimmietta del circo.

Il sincro secondo gli Italiani

Tra qualche giorno partirai per il Brasile. Parenti e morosi dove li mettete? Al seguito?

Vengono tutti. I miei per impegni di lavoro hanno saltato le qualificazioni. Gli avevo detto di stare tranquilli, che avrebbero visitato il Brasile in agosto. Così sarà.

È rimasto un paese, una piscina del mondo, dove Sara Sgarzi non si sia tuffata?

In effetti non c’è un solo continente in cui non sia stata a nuotare. Viaggiare è la parte bella di uno sport vissuto a livello mondiale. Per una ragazza giovane questa possibilità è una cosa molto importante. Uno dei motivi per cui vale la pena fare questa fatica.

L’Italia e la Cina di Sincro, 2016

In una frase, qual è il senso di tutto questo? Del nuoto sincronizzato, della tua storia, di tutta questa fatica che ci hai descritto.

Mi rendo conto che il concetto è abusato, ma lo sport ha senso e appassiona perché è una vivida metafora della vita. Il sincro mi ha insegnato a vivere. Un esame, il rapporto con gli altri, la gestione del tempo… Lo sport ti insegna tutte queste cose. Ti insegna a stare al mondo. Il sincro per me ha lo stesso senso della vita, mi ha resa quella che sono.