Da Torino al Mozambico. Come mi è cambiata la vita…

Una mattina di un afoso luglio allo staff del Museo dell’Automobile di Torino arriva una mail:

Buongiorno, intanto complimenti per la bella iniziativa che si sta svolgendo a Torino, Modus Vivendi. Sono capitato quasi per caso sul sito, via twitter, nel mare di info che si possono trovare in rete! Senza dilungarmi troppo, volevo portarvi a conoscenza dell’impresa che abbiamo effettuato nel 2004 con una Campagnola Fiat del ’72: una transafrica in solitaria da Torino al Mozambico per una tesi di laurea. oltre 22.000 km, 4 mesi attraversando l’intero Continente. Da quel viaggio sono nati tanti progetti e da allora viviamo in Malawida quasi 10 anni. Quell’esperienza ci ha letteralmente cambiato la vita! Vi allego il link del viaggio, ormai non più aggiornato e soprattutto il video di questa storia! Non so se può interessare, ma abbiamo ancora “pezzi” di Campagnola e molti racconti da condividere! Un caro saluto dal Malawi

Oggi Africa Wild Truck è un Tour Operator con base in Malawi che nasce da una grande passione che ti cambia la vita.

Ecco come tutto ebbe inizio…

“La domanda che più frequentemente ci ha inseguito negli ultimi dieci anni è stata: perché l’Africa e, soprattutto, perché il Malawi?

Esatto,

perché il Malawi?

Ogni volta che azzardiamo una risposta i nostri sguardi si incrociano. Francesca mi chiede di raccontare, di recuperare i ricordi, di iniziare. Cerco in lei dei flashback, parto dall’ inizio, provo a soffermarmi su dettagli originali, aggiungo bizzarri episodi di notti a riparare il radiatore della Campagnola in Sudan o di quando ci hanno rifiutato il visto per entrare in Ethiopia, ma la storia non è mai la stessa, a volte si dilata, comunque si trasforma.

Alla risposta, per molti aspetti, non abbiamo ancora dato una verità chiara. Bisogna in qualche modo partire dal 2002, quando io e Francesca ci siamo conosciuti e la passione per i viaggi con zaino in spalla ci ha unito di continuo, direi per sempre.

Prima la Bolivia, il Cile, poi l’anno successivo l’Africa meridionale in un viaggio attraverso Mozambico, Malawi, Zambia e Sudafrica. In bus, in treno, a volte in autostop, abbiamo sperimentato un po’ tutti i mezzi a disposizione. Dai mezzi pubblici, ai pick up pieni di katundu (in chichewa “bagagli”) tra cavoli e galline, alle bici-taxi, al dhow, al treno, alle… gambe. Spesso il mezzo influenzava il nostro viaggio, i ritmi e le visioni. Il mezzo può aiutare ad entrare nel paese e nello stesso tempo aiutare a pensare, a raggomitolare idee che poi per magia si dipanano. Fu un’esperienza magnifica, sicuramente fu un test dove prese sostanza l’idea di spingersi oltre, provare un itinerario più lungo, impegnativo, serio. Il desiderio di libertà e di spazi era aumentato e così, nel 2004, nacque l’idea di poter organizzare quello che definirei “il viaggio della vita”: una Transafrica. Da Torino a al Mozambico. Via terra.

Le dissi: “Perché non prepari la tua tesi su Ilha de Mozambique e il prossimo anno ci andiamo in macchina?” A dirla sembrava facile, ma come sempre non funziona così.

Come realizzarla?

Io avevo già viaggiato tanto, anche in solitaria e alcuni tratti della Transafrica non erano a me sconosciuti, però questa volta era diverso. Parenti e amici ci sostennero. Il mezzo, la mia vecchia Fiat Campagnola AR76, era parcheggiato e pronto per l’avventura e tutti i Paesi da attraversare erano all’epoca relativamente sicuri. Insomma, era fattibile. Si trattava “solo” di partire. Consapevoli di non poter improvvisare, i preparativi furono lunghi, tra l’allestimento della AR76 con i preziosi consigli dal libro di Cirani e i documenti delle Ambasciate l’inverno torinese ci impegnò su tanti fronti.

Se ci penso, avremmo potuto fare a meno di molti equipaggiamenti inutili. Il gps collegato al laptop fu impossibile da gestire e si mostrarono troppe le tre ruote di scorta. Altre cose invece ci sono mancate, penso ad esempio ai pochi rullini per fotografare: perché mai ci siamo portati solo 100 rullini lo devo ancora scoprire! Perché non una macchina fotografica digitale?

Ricordiamo con entusiasmo l’ultima sera prima della partenza a Torino, l’appuntamento in un locale del centro per salutare tutti gli amici e farci lasciare una dedica scritta sulla carrozzeria della macchina. Già, perché non c’erano ancora i “mi piace” di oggi. I nostri like iniziarono ad essere scritti nero su “verde”, il colore della carrozzeria della Campagnola, prima in italiano, poi in molte lingue, ma anche disegni e schizzi a completare l’opera. Era diventato un rito: Pennarello indelebile su carrozzeria. Tutti gli incontri del viaggio sono trascritti lì, dediche, auguri, raccomandazioni, auspici: il vero blog di quell’esperienza, sicuramente più romantici dei tanti episodi narrati su internet. Almeno per noi. Fino a qualche anno fa, con un nuovo pennarello indelebile, occorreva ripassare le scritte sul cofano piuttosto che sulla portiera, per non perdere i pensieri…ma la cosa incredibile è che dopo oltre dieci anni siamo riusciti a incontrare di nuovo gli autori di alcuni messaggi incontrati durante il viaggio.

Inizia l’avventura.

Sul traghetto per la Tunisia, la Campagnola non si avvia per scendere dalla nave. Tutta la costa del nordafrica, la Libia con Bilal -il poliziotto turistico-, la notte sul lungomare di Alessandria, con i bimbi che di notte giocavano a salire sulla scaletta della tenda per vedere dove portasse. Il Nilo, la scorta militare che ci prega di aumentare la velocità a 80 km/h come le altre auto del convoglio. Il battello per il Sudan, il deserto, la macchina che non ne vuole sapere dei 50 gradi, le 3 mogli di Emad a Khartoum, la verdissima Ethiopia, la nebbia sugli altipiani. Francesca che controlla costantemente la cartina. Entrare in un albergo dopo un un mese di tenda ed essere accompagnati fuori perché gli zaini erano indescrivibilmente sporchi. Rompere il cambio nel nulla e farsi trainare sotto le piogge. Il Kenya, gli spazi infiniti, la natura selvaggia, le popolazioni. La Tanzania, le strade rosse e la chiatta sul fiume Ruvuma per Mozambico, nel bush, le piste di sabbia. L’arrivo su quell’isola lontana, poco conosciuta, migliaia di chilometri percorsi per una tesi di laurea in Architettura. Che viaggio!

Inconvenienti? Tantissimi, ma sempre risolti. La macchina che si rompe nel mezzo del deserto, i 23,000 chilometri che a volte non finiscono mai, la burocrazia, la lontananza ma niente ci ha mai fatto anche solo pensare per un istante di smettere. Anzi, il viaggio in sé ci insegnava a fare meglio, ci spingeva a continuare. D’altronde, se un problema lo risolvi, non é un problema.

La cosa più bella? La libertà. Avere il tempo. In solitaria, quattro mesi sulla strada, dormire in tenda, sotto il cielo, le persone conosciute. Sarebbe un elenco infinito! Eravamo liberi.

Finiva un mese di viaggio? E che problema era, ne rimanevano altri tre! E così via. C’era un posto “da sogno”? Bene, ci si ferma, lo si gode fino in fondo.

Non ricordo se proprio sul libro di Cirani lessi che “il vero problema sarebbe stato il rientro”. Me lo ripetevo spesso durante la guida: ma come, una volta rientrati, significa che tutto è andato bene, che ci siamo riusciti…dove si nasconde il problema?

Beh, ora so che esiste un’incognita: che il viaggio ti cambia, che quella libertà che provi non la vuoi perdere, che vorresti continuare a sentirla addosso all’infinito.

Capisco Gunther Holtorf, non si smetterebbe mai di viaggiare, non per il viaggio in sé, ma per la condizione di libertà. Un giorno viaggiare, uno fermarsi, saturarsi di tutto ciò che ti circonda: vivere.

Dopo esperienze così si cambia, non ci si accontenta più.

Ora posso rispondere alla domanda iniziale: ma perché il Malawi?

È successo

È successo che dopo la Transafrica ci siamo trovati qui, non è stata una scelta, o forse nulla accade per caso. Tra un viaggio e l’altro, dopo una notte a contemplare le stelle sullo Zambesi o accanto al fuoco ad ascoltare le leggende dei Chewa è accaduto. È semplicemente successo. Al rientro dalla Transafrica cercavamo “qualcosa” che ci permettesse di protrarre quell’avventura. Penso che se avessimo avuto le finanze per sostenerci, saremmo ancora in viaggio.

Arrivò anche l’idea: comprare un camion Fiat/Iveco, allestirlo per i safari e iniziare a farla diventare una professione. Proporre il nostro modo di viaggiare, in questa parte d’Africa.

Con la lentezza necessaria.

La lentezza non significa ozio, significa poter avere il tempo di vivere il presente e non vivere come da spettatore di un film il proprio viaggio. Dopo un po’ di burocrazia, nacque Africawildtruck. Prima furono gli amici a sostenerci, poi il passaparola, poi internet e la forza dei social.

In principio la nostra casa è stata il camion, lo è ancora ora, la vecchia e mitica tenda sul tetto. Ci fermavamo sulla costa della Tanzania qualche mese, altre volte aspettavamo che finissero le piogge sugli altipiani dell’Africa centrale. Poi si ripartiva.

Abbiamo poi costruito casa nella capitale Lilongwe: a volte trascorrevamo mesi in safari tra il Kenya e la Tanzania, alla ricerca di nuovi itinerari, ad esplorare nuove regioni, a pensare ai nuovi safari per l’anno successivo. Ora viviamo nel sud del Malawi, a Mulanje e come due “bravi piemontesi” siamo rimasti ai piedi di una montagna, il massiccio del Monte Mulanje. Questa è diventata la nostra base operativa.

Abbiamo scritto le guide di viaggio di Tanzania e Mozambico per l’editore italiano Polaris, collaborato con le riviste di settore, raggiunto riconoscimenti importanti con dei progetti fotografici come Africa through iPhone. Anno dopo anno la compagnia di safari ha preso forma ed oggi siamo un team di 12 persone. Per gioco ci siamo messi a calcolare che abbiamo percorso più di 5 volte il giro della terra in questo Continente, sono solo numeri, ma alla guida del nostro truck, o fuoristrada che sia.

Ci eravamo promessi che ogni dieci anni avremmo realizzato una nuova transafrica, ma i tempi sono cambiati, i paesi non sono più così sicuri.

Ci penseremo, magari una panamericana, chissà.

Per ora: buona Africa!


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