Dalla paura dell’oblio alla creazione del “Museo di se stessi”

Basta un selfie per farsi ricordare?

Nei giorni scorsi ho finito la lettura di un romanzo di successo, un libro che è stato ben definito devastante e squisito, che affronta la storia tra due adolescenti malati di cancro.

Nel romanzo, complice la malattia, i due si conoscono a partire dal più grande timore di lui:

“Ho paura dell’oblio” ha detto lui senza nemmeno un attimo di esitazione. “Ne ho paura come il proverbiale cieco aveva paura del buio”.

La paura, su cui il libro fa più volte riflettere, è quella di non lasciare traccia nel mondo e non venire ricordati per qualcosa di importante. E quindi di non dare un senso al proprio tempo.

Questa paura, assieme a quella molto vicina definita FOMO, rappresenta paradossalmente uno dei più attuali timori delle persone: in un periodo storico in cui la comunicazione personale non è mai stata tanto semplice e accessibile, la possibilità di essere dimenticati, scomparire, non esistere, rappresenta una delle maggiori angosce.

Viviamo per lasciare un segno della nostra esistenza e l’idea di rimanere soli e non essere notati sono alla base di molte delle nostre relazioni e di conseguenza delle abitudini di condotta online, dal momento che i nostri comportamenti sono anche guidati dalle nostre paure.

Quante volte pensiamo di dover dimostrare qualcosa al mondo?
Quante volte sentiamo che stiamo perdendo un’occasione o un’opportunità che non ricapiterà?

Le nostre scelte sono alla base di chi siamo e di come vogliamo essere percepiti, siano i nostri interlocutori degli amici molto stretti o dei contatti online mai incontrati fuori dalla Rete.

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? (cit.)

Siamo consapevoli che quando un amico passa un’intera serata a farsi foto o a scriverci su WhatsApp quanto si stanno divertendo è molto probabile che la serata sia un fallimento e che non si stia divertendo affatto. Ma la sola idea di perdere un momento importante e divertente stimola nella maggior parte dei casi un piccolo malessere esistenziale.


Le selfie: il più grande strumento attuale di Impression Management

Durante l’ultima Milano Fashion Week abbiamo assistito ad un’eccezionale trovata di comunicazione per Dolce e Gabbana. La collezione “Italia is Love” voleva essere un omaggio ai monumenti e alle attrazioni turistiche della Penisola. E così le modelle, vestite da turiste anni 60, hanno sfilato facendo gran uso dei propri smartphone per scattarsi selfie a ripetizione nelle passerelle, trasformate per l’occasione in cartoline vintage del Belpaese. E soprattutto stravolgendo l’atmosfera austera che generlamente accompagna le sfilate per renderla dinamica ed interattiva.

Bravi D&G che hanno pagato le modelle per scattarsi selfie in passerella.

Il pubblico ha resistito ben poco alla tentazione di diventare spettatore protagonista della live-performance e in breve l’hashtag #DGselfie è diventato il racconto collettivo di ciò che stava succedendo. Un selfie-show pensato come testimonianza e racconto della storia e delle bellezze del nostro paese, abilmente rilanciato dai social delle modelle — Instagram su tutti — e dai maxi schermi presenti in sala.

Nel libro dedicato ai Selfie, Alessandro ed io abbiamo definito Impression Management “la pratica di scattarsi selfie in maniera studiata e costante nel tentativo di veicolare verso le reti sociali un’immagine definita di sé”. Attraverso i vestiti che indossiamo, le espressioni che facciamo, l’ambientazione e lo stile delle foto, ogni individuo comunica un’immagine pubblica di se stesso, che in alcuni casi non coincide con la realtà, ma che viene comunque valorizzata perché l’utente ritiene possa avere un maggiore valore sociale.

Esattamente come il Brand D&G durante la sua sfilata, ogni persona attraverso l’autoscatto ha il controllo di ciò che sta comunicando di se stesso. L’autore di una selfie si comporta inconsapevolmente come un Brand: la foto consente di posizionarsi strategicamente all’interno di una determinata cerchia sociale, al fine di ottenere riconoscimenti, feedback e relazioni.

I Like *non danno la felicità*. Seguiamo il guru Magalli e convinciamoci anche noi di questa cosa.

Le nostre foto diventano testimonianza dei momenti più carichi di significato. Lo sono i contributi del premier Matteo Renzi, che non perde occasione per farsi ritrarre sorridente nei momenti “vincenti” del suo mandato, come quelli di altri VIP più o meno famosi e popolari.

L’attività di Impression Management, che può essere associata a quelle più generali relative al Personal Branding, riguardano persone ma possono comprendere anche team di persone o eventi come abbiamo visto.


E quindi? Basta un selfie per farsi ricordare?

Diventa chiaro che senza un’emozione da raccontare, senza saper valorizzare i propri tratti unici — o i propri elementi distintivi di Brand per le aziende — un selfie diventerebbe l’ennesima selfie in un mare di pirla che immortalano la loro vanità (cit.).

Occorre quindi costruire, e mettere in pratica, il miglior racconto possibile di se stessi? Non lo so, non credo e immagino che non ci sia una risposta unica valida per tutti.

Immagino anche però che un giorno, tra diversi anni e quando la febbre da selfie sarà scesa, studieremo quali vite abbiamo raccontato di aver vissuto, a partire dal museo di noi stessi che abbiamo creato. E sapremo dirci se la paura dell’oblio sarà superata oppure no.



[post pubblicato originariamente su Web In Testa]