Del perché non ero contenta di aspettare una figlia. Femmina.

Viviamo in un paese sessista. Non voglio che lei subisca le stesse cose e faccia la stessa immane fatica per ottenere ciò che a un uomo è dato di diritto

Di Barbara Sgarzi

Foto di Danielle MacInnes, Unsplash

Nove anni fa, quando ho scoperto la mia gravidanza, come sa bene chi mi leggeva ai tempi, ho avuto uno choc. Avevo fatto una scelta, quella di essere consapevolmente childfree; ne ero convinta, ne scrivevo, mi prendevo i doverosi insulti (nove anni fa non era così comune parlarne liberamente, in Italia; non che oggi lo sia, constato amaramente). Una manciata di mesi dopo, con l’amniocentesi, oltre alla notizia più bella (“è sano”) arrivò la conferma: “è femmina”. Gioia del padre, che aspirava segretamente all’harem e voleva pure i gatti femmine. Tristezza e preoccupazione mie.

“Ma come, non sei contenta di avere una femmina?”. No. Non ero contenta. E a chi chiedeva lumi rispondevo molto semplicemente: “Non sono contenta perché viviamo in un paese sessista. Perché in quanto femmina mi sono sentita più volte discriminata, più volte aggredita. Perché ho fatto e faccio più fatica. Perché io, non tu, mi sono sentita dire dal mio capo “Brava, che bel business mi ha portato, ti sei slacciata la camicetta in riunione, eh?”. Perché infine non penso e nemmeno più spero che questo paese in quindici, vent’anni, quando mia figlia andrà per il mondo, sarà tanto diverso da oggi. E io non voglio che lei subisca le stesse cose. Che faccia la stessa mia immane fatica per ottenere ciò che a un uomo è dato di diritto.”

Esagerata. Pessimista. Apocalittica. Femminista (detto come un insulto, sia chiaro). Ecchessaramai. Queste e altre le risposte che mi arrivavano.

Sono passati 8 anni. E mezzo, aggiungerebbe mia figlia, che è nel beato periodo della vita di una donna in cui contano anche i mezzi anni, ma a salire, non a scendere. Circa metà del periodo di tempo nel quale, incinta, ipotizzavo che non sarebbe cambiato nulla. Lo so che qualche piccola battaglia è stata vinta. Lo so che la vita tende a migliorare, che le nostre condizioni di vita sono, generalmente, migliori. Lo so che la mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, a quarant’anni sembrava una vecchia, capo coperto e abiti neri e io invece. Lo so che c’è una donna (“moglie, madre, nonna”, come da short bio su Twitter) che sta correndo per la presidenza Usa.

Ma non posso non vedere che un paese intero, davanti all’orrendo, reiterato stupro di un bambina, dice che se l’è cercata. Non posso non vedere che un uomo lasciato si può trasformare in un killer perché la sua compagna per lui non è che un oggetto che non può, non deve liberarsi del suo possesso. Seguono numeri, cifre, sfilate di scarpe rosse, un’altra morta ammazzata, ad lib. Non posso ignorare che Tiziana Cantone si è uccisa perché qualcuno, tradendo la sua fiducia, ha messo in rete dei video hard e quindi se ti piace fare sesso liberamente sei una troia che meriti la gogna, mentre se sei un uomo sei un figo, ci facciamo le magliette con la tua faccia. Non è cambiato nulla, di una virgola, da quando andavo alla medie io. Se “te ne fai tanti” sei una leggera, per non dire di peggio. Se “te ne fai tante” sei un figo. Vie di mezzo, non pervenute.

E a proposito di Tiziana, la vergogna nella vergogna è continuare a ripetere che è stata uccisa “dal web”. “Da Facebook”. È stata uccisa dalla cattiveria delle persone che, per prime, hanno condiviso quei video. E dalla stupidità, dalla mancanza di empatia, dalla superficialità con la quale centinaia di altre, su quella intimità violata, hanno costruito meme, battute, fotomontaggi. O hanno ipotizzato una sapiente operazione di marketing per lanciare una nuova pornostar (perché a noi non la si fa: noi complottisti la sappiamo lunga).

Dire che il web uccide è come dire che uno stupro lo ha fatto il branco. Che una strada è assassina. Che una montagna è killer. Che noi non c’entriamo. È un processo di deresponsabilizzazione pericolosissimo; attribuisce colpe generiche, vuote, senza volti e senza nomi. Colpe che invece hanno dei responsabili e un’origine, un principio primo: il sessismo, gli stereotipi, le differenze di pensiero, di trattamento, di modalità con le quali si educano i figli e le figlie e che persistono, oggi, forti come sempre.

Dice, ma è tua figlia, sei tu che le devi dare gli strumenti per difendersi. L’autostima. La forza. Dico, è come quando mio padre aveva paura di lasciarmi guidare da sola di notte. “Ma papà, io sto attenta, guido bene”. “Ma non è di te che ho paura, è di quelli che incontrerai sulla tua strada. Perché non so come sono stati cresciuti”.

Io spiego, consolo, racconto, analizzo. Ci sono sempre, le parlo di tutto, affronto qualunque argomento, ci provo. Vedo con preoccupazione il muro tra “i maschi” e “le femmine” nella sua classe, alle elementari. Muro che nasce nelle famiglie di origine. Ascolto dai racconti di mia figlia gli stereotipi di genere che si perpetuano uguali e arrivano, inaspettati e quindi ancora più violenti, dalla voce di bambini di 6, 7, 8 anni. Quando non dalle maestre, e quindi ancora più sottili, subdoli, più accettati. Leggo con disgusto (e qui l’Italia non è l’unica responsabile, ma come diceva la mia, di maestra elementare, gran donna: “Mal comune non è mezzo gaudio, è mezza epidemia”) i commenti sbavanti sui posteriori delle atlete alle Olimpiadi. Ma cosa posso fare, io? Come posso arginare il comune sentire di una nazione? Cosa possono i soli genitori quando tutto un paese, o almeno buona parte di esso, va in autostrada contromano?

Chissà se mia figlia sarà mai libera di vivere la sua vita come meglio crede. Di fare sesso con centinaia di uomini o di donne o con nessuno. Di fare dieci figli e allattarli fino ai tre anni o sciogliere misurini di polvere nell’acqua senza che qualcuno le dica “Eh, ma sbagli”. O di non averne proprio e vivere con dieci gatti. Di aspirare al lavoro che vuole o, se può e vuole, di stare a casa a crescere i figli (o i gatti) e ammirarsi l’ombelico.

Io non credo, mi spiace, ho perso la fiducia. Probabilmente arriverà alla mia età e si sentirà dire che deve smetterla di vestirsi da ragazzina e che deve tagliare i suoi magnifici riccioli e lasciarli grigi. Perché mi pare che tra stupri e aggressioni mediatiche, al momento, si porti molto anche questo invito alla sobrietà senile, non sia mai che disturbiamo qualcuno facendoci notare quando non siamo più al meglio delle nostre condizioni estetiche. Meglio sparire tra vestiti informi e capelli corti sale e pepe, come faceva la mia bisnonna che lei, sì, sapeva stare al suo posto.

Io so solo che a essere triste, nove anni fa, un po’ avevo ragione.