Di quella volta che ci dissero quando procreare

Mia madre a 30 anni aveva già tre figlie: una di 12, una di 6 ed una appena nata. Questo significa che a 19 anni mi ha data alla luce.

In molti, negli anni, le hanno dato della pazza perché “fare un figlio a 19 anni significa rinunciare alla propria vita”. Lei ha sempre difeso la sua scelta raccontando che, anche con tre figlie piccole, niente e nessuno le ha mai impedito di fare la sua vita, lavorare e andare in vacanza (ricordo ancora quando, da sola, ci portava al mare carica come un muletto su per la scalinata di Santorini); che, certo, non puoi andare a ballare tutte le sere ma d’altra parte, quando decidi di avere un figlio, lo sai già che dovrai rinunciare ad alcune cose.

Noi tre non abbiamo impedito a mia madre di crescere, imparare e diventare la donna meravigliosa e l’imprenditrice affermata che è oggi.

E’ ispirazione per tutte noi che guardiamo a lei come ad un modello da seguire, un esempio di donna caparbia che ce l’ha fatta nonostante mille difficoltà. Una donna che a 38 anni ha divorziato e si è ricostruita una vita, con tre figlie da mantenere. Una donna che a 40 anni è andata in menopausa e tutti “minchia per fortuna che hai avuto le figlie giovane”. Una donna che ci ha cresciute con il mito dell’indipendenza a tutti i costi, del rispetto verso tutti, della solidarietà verso i meno fortunati, del lavorare sodo, dell’amore quello vero, della famiglia come porto sicuro, dei figli che “anche se a volte vi ammazzerei, se tornassi indietro rifarei tutto”.

Eppure, quando a 20 anni sono rimasta incinta del mio fidanzato dell’epoca, mia madre si è assicurata che io avessi tutti gli strumenti per decidere se questo bambino lo avrei voluto tenere davvero. Lei, proprio perchè ci aveva avute così giovane, è stata la prima a mettermi di fronte al grande, enorme, impegno che è avere un figlio: alle rinunce che avrei dovuto fare ma anche — soprattutto — alle difficoltà che avrei dovuto affrontare perchè la società in cui viviamo non è pronta per aiutarci a diventare genitori; figuriamoci così giovani. Ricordo ancora il lungo discorso che abbiamo fatto quel pomeriggio, ricordo la mia fermezza nel desiderare che questa creaturina entrasse nella mia vita, stravolgendola e ricordo la corsa di poche ore dopo al pronto soccorso.

Oggi ho 30 anni, sono single e non ho figli. Ma ne vorrò.
Però, oltre a volere dei figli, voglio anche molte altre cose.

Tipo che a scuola, oltre a raccontarci come Maria è rimasta incinta per opera dello Spirito Santo, ci spieghino come succede per noi comuni mortali.

Tipo non sentire più ai colloqui di lavoro “lei ha intenzione di avere figli?”.

Tipo sapere che il mio posto di lavoro non è in pericolo se decido di avere un figlio.

Tipo sapere che mi pagano abbastanza (e almeno quanto i miei colleghi maschi) per permettermi una casa in cui crescere mio figlio, che la cameretta di quando ero bambina non è grande abbastanza.

Tipo non dover vendere un rene per pagare l’asilo nido di mio figlio. E magari allo stesso tempo non essere giudicata perché decido che voglio lavorare.

Tipo vivere in un paese dove mio figlio non sarà discriminato se gay e dove gli sarà consentito di avere, a sua volta, dei figli.

Tipo sapere che, se non sarà quello giusto, sarò libera di lasciare il mio fidanzato senza che mi aspetti sotto casa per darmi fuoco.

Tipo avere la possibilità di scegliere se un figlio lo voglio o no.

Tipo che se resto incinta e non lo voglio, nessuno deve permettersi di trattarmi come un’assassina.

Tipo che se resto incinta e lo voglio, nessuno deve permettersi di dirmi che i figli si fanno prima perché prima è meglio; che non siamo più sotto il duce.

Tipo che voglio che la smettiate di dirmi come, quando e perché io debba avere dei figli. Ora.

Ah, dimenticavo.
La pace nel mondo e un allevamento di unicorni.