Scrivere oggi — La serie
Disegno di Anna De Florian

Dilettevolissima è la fatica

L’arte della scrittura, l’arte dell’insegnamento della scrittura, e la Grande Truffa del Master in Scrittura Creativa.

di Timothy Small


Vuoi darti all’arte di scrivere? Il tuo desiderio è buono; perché in quest’arte troverai piacere quanto in nessun’altra; e dilettevolissima è la stessa fatica d’impararla. Con quest’arte potrai giovare agli uomini, quanto con verun’altra: da questa potrai quanto o piú che da ogni altra, acquistar gloria che si diffonda e duri, scriveva Pietro Giordani, che è morto nel 1848, quarant’anni prima della nascita della microbiologia moderna. Da allora, “l’arte di scrivere” si è professionalizzata, diventando un mestiere, o almeno, così vorrebbero farci credere gli insegnanti di corsi di scrittura creativa.

In America, paese utile per capire dove sarà l’Europa tra un decennio, ci sono oggi 310 corsi post-laurea riconosciuti ufficialmente e offerti da Università e Istituti che si prefiggono di insegnare “scrittura creativa”. Aggiungendo quelli non riconosciuti, probabilmente il numero è più simile a un migliaio. E, se contiamo che ognuno di questi corsi include, in media, 15 persone, si parla di 15,000 “scrittori creativi” ogni biennio. Sempre negli Stati Uniti, secondo i dati forniti da BFAMFAPHD.com, un progetto che mira a “unire” gli “artisti” prodotti dalle scuole d’arte, ogni dieci anni l’America produce oltre un milione di laureati in “arte”.

Proprio come il mondo dell’arte, quindi, quello della scrittura si sta sovraffollando proprio grazie al proliferare di corsi che sperano, con risultati generalmente poco efficaci, di “plasmare” gli scrittori e gli artisti del futuro, dimenticando forse che i grandi scrittori e i grandi artisti del passato avevano fatto di tutto, nella loro vita, ma proprio di tutto, tranne che chiedere soldi ai loro genitori per pagare un Master che li rendesse Artisti o Scrittori. Jane Austen non aveva bisogno di un corso chiamato “Punti di vista e narratori extradiegetici” per scrivere romanzi con narratori extradiegetici.


H o parlato di tutto questo con Justin Taylor, giovane scrittore di Brooklyn che insegna scrittura creativa a Pratt e Columbia. “Ho scelto di prendere dei soldi in prestito e per due anni ho studiato e non ho dovuto lavorare. La mia idea era semplice: volevo comprarmi due anni di tempo per scrivere, volevo due anni del tipo di vita che i ricchi hanno tutti gli anni, in cui i soldi non sarebbero stati un problema,” mi ha detto.

“Per due anni ho pensato solo alla scrittura. Poi, ho avuto fortuna, ho pubblicato tre libri, ma comunque, oggi, non vivo da ricco. Ho una vita interessante, però. Insegno, e cerco di replicare quello che è stato fatto per me: aiuto gli studenti, presento loro degli scrittori che non conoscevano, li aiuto a diventare lettori migliori e ad editarsi meglio.” Ma è, in fin dei conti, utile? “Non saprei. Il mio caso è raro: pochissimi studenti di MFA poi pubblicano con successo. Quindi, se lo fai per la carriera, direi di no, non è utile.” E come dovremmo vederlo, quindi? “Se lo vedi come una bella esperienza di uno o due anni in cui ti dedichi al cento per cento alla tua passione, allora sì. Dico spesso agli studenti che un MFA è il miglior modo per ricominciare. Aspetta che tutto vada male, e quando non ce la fai più, molli tutti, e fuggi via lontano, a leggere per due anni.”

Ma forse gli MFA celano una dinamica ancora più tossica. La scrittrice Analise Chen, in un articolo intitolato “On Blowing My Load: Thoughts From Inside the MFA Ponzi Scheme”, per The Rumpus, ha paragonato l’MFA moderno a un Ponzi scheme, un processo per il quale uno scrittore senza soldi inizia ad insegnare “per arrotondare”, creando 15 scrittori senza soldi che inizieranno a loro volta ad insegnare “per arrotondare” grazie alla raccomandazione del primo scrittore-insegnante, e che a loro volta produrranno altri 15 scrittori senza soldi, etc., etc.: un sistema chiuso che non genera capitale o conoscenze specifiche, non avanza il mondo della letteratura, e che, generalmente, si fonda su nepotismo e raccomandazioni.

A differenza del mondo dell’arte, infatti — che tende ad essere molto più connesso con il mondo delle scuole d’arte — il mondo della scrittura creativa non “richiede” in alcun modo un dottorato o un Master per aprire le sue porte: di scrittori famosissimi, là fuori, senza un MFA, ce ne sono a dozzine. La Chen termina il suo articolo con l’esempio di Zadie Smith, descrivendola come la migliore insegnante che la Chen abbia mai avuto, l’unica che ha reso l’MFA veramente valido.

Manco a farlo apposta, Zadie Smith non ha un MFA.


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