Dopo di noi, il deserto

“Oasis: Supersonic” è il documentario che racconta la storia della band dalla nascita al suo apice. Ripercorriamo la loro carriera per capire se davvero solo stati l’ultima vera rock band sulla faccia della Terra

Di Andrea Girolami

La storia inizia così…

C’è stato un momento nella storia della musica in cui gli Oasis sono entrati nella vita di chiunque. Li potevi amare, odiare ma sicuramente era impossibile ignorarli. Di certo hanno fatto parte della mia di vita. Immaginatevi la scena: adolescente brufoloso seduto in cameretta con un lupetto sintetico bianco alto fino al collo, sopra un maglione colorato simile a quelli indossati da Noel Gallagher. Ogni tre canzoni mio padre entrava in stanza sbraitando e pregandomi di smettere con quella lagna. A sua discolpa vale la pena aggiungere che sono una delle persone più stonate del pianeta.

Proprio Noel Gallagher racconta una scena molto in “Oasis: Supersonic”, il documentario nelle sale italiane dal 7 al 9 novembre che racconta la storia della band durante i primi 3 anni di attività: dagli esordi al suo apice. Anche Noel come il sottoscritto passava infiniti pomeriggi in camera a strimpellare la chitarra. I paragoni però finiscono qui perché mentre io al massimo ho suonato attorno ad un falò per rimediare una pomiciata Noel assieme a suo fratello Liam hanno fondato il gruppo che ha cambiato per sempre la musica inglese.

“Oasis: Supersonic” inizia proprio da qui: l’attimo in cui tutto sembra possibile, il momento zero della loro storia. Il 10 agosto la band al culmine della propria carriera tiene la prima di due date a Knebworth nell’Hertfordshire davanti ad un oceano di ben 250 mila fan. Il concerto viene inoltre trasmesso in tutto il mondo attraverso un network di radio per soddisfare chi non è riuscito a procurarsi un biglietto. Più di 2,5 milioni di inglesi hanno provato ad acquistar uno. È difficile riuscire a descrivere l’impatto che a quel punto della loro carriera gli Oasis avevano sulla musica mondiale. Se le scaramucce tra i due fratelli riempivano continuamente i tabloid e i telegiornali inglesi i loro dischi hanno venduto un numero impressionante di copie raggiungendo un pubblico impensabile rispetto al background indipendente da cui provenivano. Parlando di numeri il loro primo album Definitely Maybe ha venduto 15 milioni di copie nel mondo mentre il secondo (What’s The Story) Morning Glory? ha raggiunto i 22 milioni. Tanto per fare qualche paragone con un distantissimo presente i loro unici possibili epigoni, gli Arctic Monkeys, non hanno mai superato i 2 milioni di copie. Popstar globali come Lady Gaga (15 milioni con The Fame) e Beyoncé (11 milioni con Dangerously in Love) stentano a reggere il passo. Ovviamente oggi la situazione è profondamente diversa: la nostra attenzione si divide tra un’infinità di piattaforme e contenuti allora impensabili ma abbiate pazienza perché arriveremo a parlare anche di questo.

Li potevi vedere dallo spazio

I due principali narratori di “Oasis: Supersonic” sono ovviamente Noel e Liam Gallagher ma nessuno dei due compare mai in video durante l’intervista. Il loro voiceover suona un po’ come quello di un nonno che racconta un’avventura accaduta in una galassia lontana tanto tempo fa. Presenze di cui non conosciamo l’attuale identità ma di cui ricostruiamo l’immagine attraverso un’enorme massa di reperti d’epoca. Vecchie VHS, footage di esibizioni live messi assieme dal regista Mat Whitecross e integrati da semplici ma divertenti siparietti animati in grafica dall’artista Simon Halfon. Oltre a loro tutto il resto del mondo Oasis è tirato in ballo e ha spazio per una testimonianza: il chitarrista Bonehead, il primo batterista (poi esonerato) Tony McCarroll, il bassista Giugsy, roadie, fonici, mamma e terzo fratellone Gallagher oltre che il catalizzatore di questa rivoluzione ovvero il loro primo discografico Alan McGee.

È lui a metterli sotto contratto pochi minuti dopo averli visti suonare dal vivo in un locale di Glasgow e a descriverli come dei veri e propri punk: incazzati e fuori da qualunque sistema come cantano in una delle prime canzoni “Bring It Down”: “You’re the outcast / you’re the underclass But you don’t care / because you’re living fast”. La loro storia era già tutta lì in queste poche righe. Il contratto con la Creation Records è solo l’inizio di un’ascesa fatta di tanti vaffanculo tra i due fratelli Gallagher, righe di crystal meth (scambiata per cocaina) tirate nel backstage di un locale a Los Angeles, risse su un traghetto ad Amsterdam, concerti trascinanti o completamente disastrosi a seconda dello stato mentale del gruppo.

Tra una rissa e l’altra

Eppure “Oasis: Supersonic” più che con le chicche d’archivio o gli aneddoti divertenti colpisce per ciò che decide di non mostrare. Non indugia sulla violenza dei tabloid nel cercare lo scandalo, la loro artificiale rivalità con i Blur non viene neanche nominata. La china discendente e lo scioglimento rimangono esclusi dalla narrazione. A sparire è insomma il contesto generale quell’Inghilterra della metà degli anni 90 in cui la musica prometteva l’arrivo di rivoluzioni più grandi. Come scrive lo scrittore Alex Niven autore di un libro sul loro primo Defenitely MaybeHai momenti di questo tipo solo quando aleggia la suggestione di una vera svolta democratica, così come è successo negli anni 60 la stessa cosa accadeva alla metà dei 90”. Sogni e illusioni politiche che si infrangeranno sulla dura realtà, così come accadrà alla carriera degli Oasis.

La band nasce in una cantina di Manchester nei primissimi 90. Liam ha meno di 20 anni, Noel 5 in più e assieme decidono di fare la cosa meno cool possibile in quel momento: suonare musica rock. Al tempo Manchester era tutto un risuonare di musica acid e house grazie ad un locale leggendario come l’Hacienda. Noel ammette candidamente come “La città fosse immersa in quel tipo di musica che per me non aveva nessun senso”. Gli Oasis nascono quindi come risposta working class all’edonismo della musica elettronica oltre che per “Avere la testa di Phil Collins servita su un piatto d’argento” una delle decine di divertenti risposte al vetriolo raccolte nel documentario. L’altra frattura che emerge subito come è quella interna alla famiglia Gallagher. Mamma e i tre fratelli sono infatti costretti a scappare di casa da un padre abusivo che sembrava concentrarsi soprattutto sul piccolo Noel. Eventi drammatici che nel documentario sono raccontati dalla mamma Peggy e su cui Noel non si sbottona: “Non ho mai sentito il bisogno di parlarne”. Storia chiusa almeno fino a quando i giornali scandalistici non decidono di ripescare il papà per metterlo a confronto con i figli diventati ormai delle superstar durante una trasferta in Irlanda. Ci manca poco che non scappi la rissa anche col loro vecchio ma il pericolo è scampato per un pelo. Questo non impedisce ai tabloid di pubblicare su una linea telefonica a pagamento la registrazione di una telefonata tra Liam e suo padre in cui il primo minaccia di spezzare le gambe al secondo se si ripresenterà ad un loro concerto. È anche così che veniva monetizzato il giornalismo nella metà degli anni 90.

Famiglia (quasi) felice

Nel mezzo ci sono i volti di migliaia di fan estasiati e il racconto intimo di come sono state scritte pietre miliari della musica pop come Live Forever o Champagne Supernova. Riascoltare le varie Some Might Say, Cigarettes & Alcohol per non parlare di Wonderwall e Don’t Look Back In Anger è come attraversare uno stargate puntato 20 anni nel passato. Un’epoca più distante di quello che pensavamo. Proprio in questo scarto emotivo sta la forza del documentario e degli stessi Oasis che dimostrano di essere gli ultimi esemplari di una specie musicale ormai estinta. A più riprese intervistatori della BBC, MTV e della stampa internazionale chiedono a Liam e Noel se davvero si credono la band migliore del mondo: “Si certo, è un dato di fatto!” è sempre la loro la monolitica risposta. Una sicurezza che è qualcosa in più di semplice sbruffonaggine, è una certezza granitica che quel tipo di musicisti comunicavano ad un pubblico adorante che pende dalle loro labbra. Nessuna moderna traccia di “pensiero debole” o crisi da “filter bubble”. Le cose stanno così e basta. Quella verso gli Oasis non è una passione ma una vera e propria fede. La stessa che si prova nei confronti della propria squadra del cuore: si festeggia fino allo sfinimento la vittoria, la coppa alzata sopra la testa ma anche dopo una sconfitta, un brutto fallo, una trasferta andata storta non si arretra di un passo nelle proprie convinzioni. Un rapporto diretto con i fan che non ha bisogno di newsletter o direct message su Twitter, uno scambio di energia da ambo le parti che aggirava la stampa ufficiale. Una diffidenza reciproca quella tra la band e i mezzi di comunicazione. È ancora una volta Noel a ricordarlo dopo la vittoria ai Brit Awards per (What’s The Story) Morning Glory? definendo gli addetti al settore come dei “Maiali aziendalisti” e ammettendo di apprezzare davvero solo il premio ricevuto dal suo pubblico, l’unico ad avere valore per lui.

Ed eccoci di nuovo a Knebworth, il punto di non ritorno per chi ha cercato di avvicinarsi troppo al sole ed è rimasto scottato, da quel preciso momento in poi tutto l’universo degli Oasis è andato in frantumi. Non è la musica ad essere peggiorata, solo il mondo ad essere diventato improvvisamente troppo piccolo per delle personalità come le loro. Sia Bonehead che Noel lo dicono chiaramente in Oasis: Supersonic: “Ci saremmo dovuti sciogliere dopo quel concerto, saremmo dovuti sparire in una nuvola di fumo”. Ovviamente non è stato così. La tentazione e la fame di avere ancora qualcosa in più era troppa per quella manica di ragazzi venuti dal nulla e arrivati a giocare nel massimo campionato. Eccoli allora chiudersi di nuovo in studio per produrre quello che sarebbe stato l’impossibile sequel di un disco perfetto: Be Here Now. Ingredienti principali: ego sparati a mille e quantità industriali di cocaina. Volumi ed equalizzazioni fuori da ogni scala con il solo obiettivo di riempire gli enormi spazi stadi in cui sapevano sarebbero tornati a suonare. La copertina con quell’ammasso di memorabilia così come il il titolo del disco e del primo singolo Do You Know What I Mean sono urla disperate in faccia all’ascoltatore senza però riuscire a dire nulla di sensato. Un horror vacui riempito da testi che girano a vuoto e melodie che sono un’opaca imitazione di quanto fatto in passato. Riascoltato oggi Be Here Now suona come un disco amnesico: terminati i suoi 72 minuti di durata non c’è nulla che rimanga impresso nella memoria. Una delusione troppo grande per tutti. Per i fan che hanno atteso in fila la sua uscita fuori dai vari HMV e Tower Records così come i media che danno alla band un ultimo bacio della morte. Il nuovo album viene accolto con clamore solo per essere poi velocemente gettato nella polvere. Più si è volati in alto più ci si fa male quando si cade a terra.

31 agosto 1997

Era bastato un anno perché cambiasse tutto. Il 1997 è stato l’anno della morta di Lady Diana (pochi giorni dopo l’uscita di Be Here Now) inseguita dai paparazzi, un evento che nell’immaginario popolare inglese equivale alla perdita dell’innocenza. Quello è stato l’ingresso verso un universo mediatico malvagio capace di rivoltarsi verso le sue stesse creature. Il 1997 è stato anche l’anno di Ok Computer il disco che ha ucciso il rock o almeno quel tipo di rock incarnato dagli Oasis. Mentre questi pensavano ancora a scrivere cori da cantare in arene illuminate dal fuoco degli accendini i Radiohead aprivano le porte della modernità immaginando già club dove a brillare sarebbe stata solo la fredda luce degli smartphone. La capacità di essere mutanti e adattarsi ad un mondo in evoluzione diventava improvvisamente più importante della propria personalità monolitica, della certezza di essere “I migliori”. La volontà di potenza cedeva il passo alla strategia e alla profondità. Come se non bastasse quello stesso anno i Blur pubblicavano il proprio disco omonimo abbandonando definitivamente il brit-pop e guardando il gigantesco cadavere dei propri rivali galleggiare nel fiume.

Le parole definitive a proposito di questo passo falso sono ancora quelle di Noel che in Oasis: Supersonic riflette sulla natura amara del proprio trionfo a Knebworth. “È stato prima dell’era digitale, prima dei talent show, dei reality in televisione, le cose avevano un significato più profondo. Era un periodo favoloso per essere al mondo, per non parlare dell’essere negli Oasis. Stavamo per entrare in una cultura incentrata sulla celebrità e ho sempre pensato che quello è stato l’ultimo grande raduno prima della nascita di Internet. Non è un caso se cose del genere oggi non accadono più”. La verità è che cose come quelle continuano a succedere ma in una forma complementare. Oggi su quel genere di palco suonano dj e producer come Martin Garrix e se hanno una chitarra a tracolla è più per posa che altro perché la musica che esce dalle casse è quel misto di house e tecno il cui rifiuto ha portato alla stessa nascita degli Oasis. Da questo punto di vista la sconfitta di Liam e Noel sembra più assoluta che mai.

Odi et amo

Cosa rimane allora della loro eredità? Dove è finita quella voglia di prendersi tutto e subito che li aveva portati ad un passo da paradiso? Il rock è morto davvero con la caduta degli Oasis? Il genere vive e prospera ma ad essere sparito è quel sentimento di unione universale sotto una stessa bandiera che per un paio d’anni a metà dei 90 sembrava l’annuncio di un ecumenismo anche politico e che oggi sopravvive invece solo nella nostalgia di qualcuno. La stessa che alimenta operazioni come questo documentario Oasis: Supersonic ma anche gli enormi ritrovi dei dinosauri del Desert Trip Festival. Quando il più grande evento musicale del mondo si basa su monumenti viventi come The Rolling Stones, Bob Dylan e Roger Waters non si può che dubitare dello stato di vitalità di una scena o della capacità di un certo suono di essere rilevante sulla contemporaneità.

L’unico possibile epilogo di questa storia è allora invocare l’inutile sequel. Un reboot come quelli che vanno di moda al cinema. In molti pensano che questo documentario, così come la recente uscita del cofanetto rimasterizzato di Be Here Now, siano solo l’inizio di una strategia che porterà ad una reunion degli Oasis. Una voce sempre più insistente man mano che viene smentito dai diretti interessati. Data l’attuale incapacità di produrre un consenso condiviso non c’è dubbio che rievocare dei salvatori della patria come loro sarebbe un’operazione economicamente clamorosa. Per chi li ha amati poi la tentazione è ugualmente irresistibile. Una parte di noi crede davvero che gli Oasis siano spariti in una nuvola di fumo quella sera d’agosto su un palco nell’Hertfordshire ed è venuta l’ora di tornare a prendere ciò che è loro di diritto.