“E Civati se ne va”

di Robbie Galante


Era stato detto, ripetuto, ribadito, sottolineato, ricordato, twittato e perché no, anche minacciato: così non si può andare avanti. Giuseppe Civati, detto Pippo, lo ripeteva con insistenza da mesi, e da ancor più tempo ricordava come non fosse tanto sano e igienico proseguire con un governo di larghe intese che avrebbe finito per snaturare il centrosinistra. Lo andava ripetendo da così tanto tempo che, ormai, veniva preso in giro anche per quello.

Invece il signor tentenna, come lo hanno definito in molti in questi mesi, alla fine ha deciso:uscita dal gruppo del Pd con conseguente passaggio al gruppo misto, e relativa uscita dal partito. Una scelta che ha comunicato anche sul suo blog con un post intitolato “ciao”, un saluto (come dice) rivolto principalmente agli elettori e alle elettrici del Pd e del centrosinistra. Aggiunge subito che “Non lo faccio per aderire a un progetto politico esistente, ma per avviare un percorso nella società italiana, alla ricerca di quel progetto di cui parlai un anno fa, che ho sempre avuto nel cuore”. Mostra anche che il suo attaccamento al Pd era vero e genuino, quando dice che “Non avrei voluto fare questo disastro nel bel mezzo della campagna elettorale, ma non è colpa mia: è stato Renzi a voler aprire lo scontro proprio nelle settimane precedenti alle elezioni. Posso solo dirvi che i candidati che avrei sostenuto nel Pd, penso vadano sostenuti ancora e a maggior ragione: come Anna Rita Lemma e Elvira Tarsitano in Puglia e Milene Mucci in Toscana e Andrea Ragazzi e Roberto Fasoli in Veneto e Regina Milo in Campania.”.

Il suo è un saluto di commiato ma non di abbandono, una scelta che per ora, sui territori, viene rispettata ma non seguita. Molti lo fanno proprio perché candidati nelle imminenti elezioni regionali, e per questo è lecito ipotizzare che, passata queste, qualcosa in più potrebbe smuoversi, soprattutto nel caso in cui il Pd non ottenga un risultato brillante. Civati afferma che al Senato qualcuno potrebbe seguirlo, anche se non svela i nomi di chi potrebbe farlo, ma pare non siano sufficienti per formare un nuovo gruppo. Ma l’obiettivo di Civati non è tanto la composizione di un nuovo gruppo, ma l’obiettivo che ha in mente è molto più grande.

L’appuntamento ora è per giugno, un appuntamento che sarà una specie di (nuovo) cantiere delle sinistra. Occasione presa al balzo da Sel, che per bocca di Nichi Vendola si è detta disponibile a sciogliere il partito in qualcosa di più grande. Ma anche Landini sarà molto probabilmente coinvolto, mettendo a frutto il lavoro che il sindacalista della FIOM sta già facendo sui territori da quasi un anno. Come dice a L’Espresso, “Bisogna rappresentare i biancosi di Saramago, quelli che votano scheda bianca o non votano più. Maurizio Landini sta facendo un percorso parallelo a quello che io faccio da più di un anno: ci sono molti pezzi di società da unire, e molti altri che ancora non conosciamo”. Sicuramente ora potrà liberamente sostenere Pastorino, altro fuoriuscito dal Pd è candidato presidente alle regionali in Liguria per la sinistra: il primo esperimento pilota per quel nuovo soggetto di sinistra e di civismo molto spesso vagheggiato, che potrebbe diventare modello anche per il resto d’Italia.

Molti giustamente gli dicono che non si molla una battaglia per andarsene altrove, che una volta che si perde un congresso si resta a lavorare da dentro per costruire un’alternativa solida che diventi in futuro maggioranza. Per molti versi hanno anche ragione, ed è quello che penso anch’io, ma il disagio di Civati ha radici più lontane, parte dalle famose elezioni non vinte di febbraio 2013, dal mancato accordo coi cinquestelle, dal governo di larghe intese capitanato da Enrico Letta. Un Letta che Civati però coccola, lusinga, immaginando una quota di liberali in dissidenza con Renzi che potrebbero seguire il deputato lombardo in questa nuova avventura. Insomma, il congresso che ha incoronato Renzi ha avuto certamente il suo peso, ma non è stato l’episodio scatenante. Anche se, anche li, va ricordato il singolare comportamento di Civati che durante l’Assemblea post primarie vinte da Renzi, non salì sul palco per fare il suo discorso (nonostante fosse pure uno dei tre candidati alla segreteria), ma iniziò subito a lamentarsi del nuovo segretario con la stampa.

Io stesso sono stato a lungo molto scettico su una sua uscita dal Pd. Come ho scritto ad aprile, consideravo diversi suoi comportamenti come contraddittori, augurandomi che la nettezza che chiedeva agli altri venisse seguita anche dal diretto interessato. E per questo l’uscita di Civati mi lascia diviso a metà: da un lato mi dispiace per il Pd perché perde l’unica vera è credibile alternativa a Renzi, dall’altra mi solleva perché questo permetterà a Civati di costruire qualcosa che lo rispecchi meglio, magari riorganizzando quello spazio a sinistra troppe volte dimenticato e reso vittima estenuanti e infinite scissioni.

Una volta il modello a cui puntare era Tsipras, oggi pare Podemos. Ma più che imitare modelli già esistenti, credo che il mondo della sinistra italiana dovrebbe costruire qualcosa di suo, di inedito, qualcosa che possa finalmente caratterizzarla in modo chiaro e soprattutto unitario. Era settembre del 2014 quando dicevo che di spazio a sinistra ce n’era abbastanza, dopo un periodo in cui la sinistra era andata via via sempre più comprimendosi. Allora, sull’ipotesi di un soggetto di sinistra, scrivevo che “servirà però che capi e capetti dei vari piccoli partiti cedano il loro spicchietto di potere per convergere in un’entità unica: ma vedendo come in Italia ognuno rimanga abbarbicato al proprio piccolo potere, già solo questo primo passo assume i contorni di una specie di pietra tombale su ogni minima velleità.”Fare tutti un passo indietro per farne insieme uno in avanti.

Alla fine auguro a Civati ogni bene, e soprattutto fortuna col progetto che ha in mente. Può sembrare strano detto da uno che non condivide gran parte delle sue idee, ma sono conscio del fatto che il sistema politico necessiti di un soggetto di sinistra. Una mancanza che ormai si trascina da molto tempo. Vi lascio con una chicca che sono andato a ripescare, un’intervista che feci proprio a Civati nei primi giorni di marzo del 2013, appena dopo le elezioni. Un’intervista che già allora chiariva la sua posizione verso la strada che avrebbe voluto far intraprendere al partito, e che chiariva la sua posizione verso Renzi, che nove mesi dopo sarebbe diventato segretario del Pd.


Nel suo libro “10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito”, lei parla di quello che dovrebbe essere il nemico di ogni parte politica, lo spreco: di tempo, di opportunità, di fondi, di capacità. Quali sono secondo lei gli sprechi maggiori che affliggono il nostro Paese?

Lo spreco maggiore, in questo momento, è quello di avere perso in tempo in questi anni senza avere cambiato una legge elettorale che non dà la maggioranza a nessuna coalizione e che ancora prevede la nomina, di fatto, dei parlamentari da parte dei vertici dei partiti (nel caso del Pd, abbiamo provato ad addomesticare il Porcellum con le primarie per i parlamentari). Ci vuole una norma che preveda collegi in cui i candidati si presentino e un doppio turno per dare sostegno vero alle candidature e alle coalizioni. Per il resto, ho l’impressione che questi siano stati gli anni degli sprechi, soprattutto per quanto riguarda le occasioni perdute: la Casta è uscito nel 2007 e i costi della politica sono ancora considerati temi prioritari da parte dei cittadini, senza nessuna svolta vera in questo campo. Gli ammortizzatori sociali vanno rivisti dalla fine degli anni Novanta. Eravamo in crisi prima della crisi e non abbiamo ripensato né al modello di sviluppo, né alla modulazione dei servizi e delle tutele. Il mondo intorno a noi è cambiato e noi abbiamo pensato bene di chiuderci in noi stessi, spaventati da ogni trasformazione e da ogni passaggio culturale e sociale.

Nel sostenere le primarie parlamentari, parlava di “parlamentari a progetto”, definendo questo principio come una piccola rivoluzione copernicana. Ma cosa intende esattamente con questo termine?

Beh, alla luce dei risultati, la flessibilità è entrata in Parlamento: è molto probabile che questa legislatura duri pochissimo, che sia essa stessa una legislatura a progetto (non a caso si parla in queste ore di governo di scopo). I parlamentari sono invitati a concentrarsi su battaglie precise e realizzabili in poco tempo, esattamente come sono (o dovrebbero essere) gli incarichi professionali delimitati nel tempo e finalizzati ad alcuni obiettivi dichiarati.

Ha dichiarato di volersi candidare alla segreteria del Partito Democratico al prossimo congresso che si terrà quest’anno. Quali cambiamenti e quale visione di partito vorrebbe realizzare se venisse eletto?

Vorrei un partito che affronta con coraggio le questioni che gli elettori pongono da tempo e che sono esplose in questa tornata elettorale. Vorrei un partito che sa interpretare la crisi economica aggiornando gli strumenti di tutela e di promozione del merito. Vorrei un partito che abbassa le tasse sul lavoro e sulla produzione e che applicasse davvero l’art. 53 della Costituzione. Vorrei un partito aperto e ospitale, critico e però capace di trasformare in forza di governo tutta l’energia che attraversa i movimenti e il civismo di molti italiani.

Nel novembre del 2010, insieme a Debora Serracchiani e Matteo Renzi, ha dato vita all’assemblea “Prossima fermata: Italia”, salvo poi dissociarsi dall’operato del sindaco fiorentino. Se lei dovesse diventare segretario del Partito Democratico, quale peso darà alla visione di partito che Renzi ha esposto durante le primarie nazionali?

Non mi sono dissociato, abbiamo detto e fatto cose diverse. Chi guiderà il Pd dovrà tenere conto delle sensibilità di tutti e uscire dalla logica di affiliazione: i tempi richiedono uno sforzo di razionalità e di creatività per una vera riforma della politica.

Le elezioni ci hanno consegnato un panorama politico frastagliato, con un Senato in cui non esiste una vera maggioranza. Realmente, quante probabilità ha il Pd di formare un governo? Crede davvero in un qualche aiuto da parte degli eletti del Movimento 5 Stelle?

Credo che non si tratti di un aiuto, ma di un contributo a fare le cose per cui siamo stati eletti. Pochi mesi per fare cose che non si sono mai viste. Una sfida complicata e precaria, che può dare piccole, grandi soddisfazioni a chi crede nel cambiamento.

Bersani aveva annunciato le sue dimissioni da segretario del Pd in caso di vittoria elettorale, affermando che il ruolo di Primo Ministro gli avrebbe impegnato tutto il tempo disponibile. Alla luce del controverso risultato elettorale, chi altri dovrebbe rassegnare le dimissioni e farsi da parte?

Ci vuole un Congresso, così si esce dalla dialettica «dimissioni sì — dimissioni no» e si rinnova davvero. Il gruppo dirigente, ma anche la sua politica.

Il suo nome è finito nell’inchiesta sui rimborsi dei consiglieri regionali in Lombardia, che ha colpito prima la maggioranza di centrodestra e poi voi dell’opposizione. In un’intervista di fine gennaio dichiarò che le spese a lei contestate riguardavano spese di rappresentanza: francobolli per lettere di comunicazione ai suoi elettori, pernottamenti di persone invitate a convegni del Pd e suoi trasferimenti in qualità di consigliere regionale. Cosa pensa di questa vicenda, non crede che dia comunque una brutta immagine dei nostri politici? Non sarebbe meglio riformare e regolamentare meglio il meccanismo dei rimborsi, per evitare che si mischino spese legittime e illegittime?

Certo che sarebbe opportuno regolamentare meglio, ma anche a regolamento precisato le spese a me contestate rientrerebbero nelle spese di funzionamento di un gruppo (per la metà) e dell’attività di un consigliere (l’altra). E si tratta di spese minime e rendicontate: pensi che le avevo dichiarate prima dell’indagine e pubblicate sul web e tutti mi avevano fatto i complimenti per la sobrietà e la trasparenza.

Se potesse, chi o cosa vorrebbe prendere dagli altri partiti e movimenti?

Apprezzo tutti coloro che fanno politica perché ci credono, perché pensano di poter fare qualcosa di utile. Terrei ‘buono’ tutto questo entusiasmo e tutta questa passione civile che non è di questo o di quello, ma di tutti quelli che si impegnano e dedicano una parte della loro vita a un progetto.

Chiedo anche a lei: chi sono i tre personaggi, o le tre persone, che hanno segnato la sua vita?

Sono molte più di tre. Ma due di sicuro: la mia compagna, e la mia bambina, che è così piccola e già così importante.

E per finire, quale valore per lei è il più importante?

La felicità. Che non è un valore, ma lo è.