Alla fine del conteggio, nella tarda mattinata dell’8 maggio, l’exit poll della BBC pubblicato alle 22 del giorno prima (Tories, conservatori, 316 seggi e Labour 239) si rivela drammaticamente azzeccato. Anzi, addirittura non abbastanza generoso con la voracità dei Tories. E’ il momento delle analisi più o meno serie: come è potuto accadere che “le elezioni più combattute della storia britannica” si trasformassero in questo devastante successo per i Conservatives? Proviamo a mettere qualche punto, partendo dal più evidente:


– Lo Scottish National Party annienta lo Scottish Labour, da sempre una riserva di seggi per ogni maggioranza di centrosinistra, e partito di personaggi storici come Gordon Brown. Dopo la debàcle al referendum per l’indipendenza tenutosi a settembre, lo storico leader e primo ministro scozzese, Alex Salmond, si dimette e lascia lo scettro di “signora di Scozia” all’arrembante Nicola Sturgeon. Il successo, dopo una campagna affilata e combattiva, arriva facile facile, con percentuali imbarazzanti, nelle Highlands come nelle grandi città industriali. Non è un voto semplicemente nazionalista, come i commentatori più frettolosi affermano: è un voto di sinistra, anti-austerity, europeista e progressista — come Salmond e Sturgeon rivendicano di essere con orgoglio tipicamente tartan– e un voto che vuole chiaramente portare a un nuovo referendum per l’indipendenza prima della fine del 2020.
– Ben diversa la situazione nei seggi delle Midlands, del Sud, del West. Qui, come Nigel Farage riconosce sin dalla primissima chiusura dei seggi, è l’UKIP ad essere fondamentale per la debàcle. La working classstoricamente Labour — e qui non si può non riconoscere un demerito storico del blairismo, così come della “sinistra che corregge la destra” di Brown e purtroppo di Miliband, fino a poco prima delle elezioni — sentitosi abbandonata, si rivolge al populismo razzista e goffamente liberista (ma allo stesso tempo assistenzialista) dell’UKIP, inoltre fortemente pompato da una retorica euroscettica tipica dell’Inghilterra più provinciale. Alla fine l’UKIP però si riconferma solo a Clacton e perde anche a South Taneth, seggio di Nigel Farage: quest’ultimo si dimette in mattinata e ritornerà a produrre video virali a Bruxelles, per il gusto degli anti-europeisti di tutto il Vecchio Continente. Alla fine sono funzionali solo a far recuperare preziosissimi seggi ai Conservatives, nel 2010 vinti dai Labour o comunque molto combattuti.


– I LibDem sono quelli che tornano a casa con le ossa rotte. Di quei 57 seggi, dalla share di governo, dall’ “I agree with Nick” e il grande charme di quel leader giovane e credibile, se ne confermano soltanto 8: un risultato devastante, che porta Nick Clegg a dimettersiimmediatamente in mattinata. Dove sono andati i voti arancioni? In città al Labour (come a Bermondsey, il seggio che ho vissuto da vicino), in provincia ai Tories. E questi ultimi sono seggi che pesano tantissimo, e vanno a donare la maggioranza assoluta a Westminster al prossimo governo conservatore. Cadono in battaglia il Deputy Leader Simon Hughes, ma anche il Deputy Chancellor Danny Alexander: un disastro.
– Ovviamente la sconfitta del Labour non può essere solo accreditata a fattori esterni, sebbene questi abbiano giocato una grossa parte. Avevo giudicato la campagna di Miliband in forte salita, dignitosa, chiara, combattiva, coraggiosa. L’accento sulle disuguaglianze, la lotta ai monopoli (Murdoch gliel’ha fatta pagare), l’approccio verso i disillusi con l’incredibile intervista concessa a Russell Brand. Il popolo Labour ha risposto bene in alcune zone del paese, come a Londra, ma è stato “mangiato” dall’UKIP e da una Scozia troppo spesso dimenticata. I commentatori nostrani di fede renziana, affascinati dal mito blairiano del “riformismo” — che sarà mai, ‘sto riformismo da solo, chi lo sa — e della Terza Via, si affrettano a desumere che il Labour di Miliband fosse troppo “leftish”, troppo a sinistra. Mi permetto di lanciare una provocazione: forse non lo è stato abbastanza. Sicuramente è stato più a sinistra di quanto sarebbe stato il rampollo blairiano David, ma lo è stato molto timidamente fino all’anno scorso, quando magicamente si è accorto che in Scozia stava per finire male — e non verso destra, ma prettamente verso sinistra — e che l’UKIP rombava su una working class disgregata da un mercato del lavoro impostato su matrice liberista dal governo conservatore. Spostandoci sulla questione “leadership”, Miliband ha assunto una credibilità quasi emozionante in questi ultimi due mesi: ha dimenticato di farlo nei quasi cinque anni precedenti. L’uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la lotta ai “poteri forti” non sono elementi che maturano nell’elettorato dalla sera alla mattina: ennesima dimostrazione. Escono dal Parlamento Ed Balls, ma anche Douglas Alexander e Jim Murphy, tre pezzi importantissimi dell’ormai ex-Governo ombra.


– David Cameron ha mostrato di saperci fare. Ha dominato il suo partito dopo un periodo di tallonamento da parte di George Osborne, a destra, e Boris Johnson, il sindaco di Londra, a “sinistra”. Alla fine i due potenziali contenders delle eventuali spoglie dell’attuale leader hanno invece dato una gran mano, dipingendo un partito di super-stars votati alla continuità. La campagna dei Tories si è basata sulla paura: di un’economia guidata da Ed Miliband, di un governo Labour in ostaggio degli scozzesi, di un’Europa sempre più invadente, di una irrazionale “instabilità”. Dalla sua, il governo guidato dalla Coalitionha avuto sicuramente una congiuntura favorevole dal punto di vista economico: moneta forte, crescita stabile, bassa disoccupazione. Tuttavia, dal mio punto di osservazione parziale di studente italiano a Londra, credo che la società inglese pagherà solo tra qualche anno i danni che il cabinet conservatore sta provocando: disgregazione delle comunità, diseguaglianza, classismo, mobilità sociale bloccata. Le rette universitarie sono zompate su del 50% e saliranno ancora. Gran parte della nuova occupazione si rifà ai cosidetti zero-hour contracts (in breve: non sai mai quando e per quante ore verrai chiamato a lavorare). Il costo delle case è letteralmente alle stelle e le fasce più basse stanno venendo letteralmente cacciate da città come Londra. Un caro e stimato commentatore conservatore afferma che è il concetto dell’austerità portato in auge dal Chancellor thatcheriano George Osborne ad aver vinto queste elezioni: credo si sbagli, e che i britannici — soprattutto quelli più in difficoltà — se ne accorgeranno tra non molto.
Un ultimo appunto sull’affluenza e sui problemi ormai evidenti dello storicamente funzionalissimo sistema elettorale britannico.
Il sistema elettorale first-past-the-post (collegi uninominali a maggioranza secca: chi arriva primo vince) è ormai fortemente criticato anche qui da quando è finita l’era del bipartitismo. In Italia, pur non essendo nel dibattito britannico, ci piace prendere i dati e i risultati grezzi, strumentalizzarli per le nostre stupide beghe da provincialotti d’Europa (“Col 36% dei voti, la maggioranza assoluta!”). Qui nessuno dice “fascista” a nessun altro, perché la dialettica politica semplicemente non contempla quel termine, da noi invece troppo spesso abusato, se non in casi veramente particolari.
L’affluenza stavolta nel Regno Unito è stata buona, perché molti si sono sentiti ringalluzziti dalle nuove offerte politiche (i Green, l’UKIP, l’SNP). La prossima volta, vista la frustrazione di avere un solo rappresentante per quasi quattro milioni di elettori (quello dell’UKIP è un caso eclatante) sarà così?
*Studente di Comunicazione Politica presso la City University di Londra
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