
Eracle contro la mafia
La dimensione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso possiede sfumature e intersezioni che possono arrivare a contaminare spazi occupati dall’economia legale e dalla quotidianità sociale. Anche la parte contrapposta però, quella dell’antimafia, è un mondo complesso, caratterizzato da fenomeni chiaroscuri.
”Esiste una terra di mezzo che ha molte sfaccettature e che ha iniziato a tracimare in ambiti di contrasto alla criminalità” ha spiegato il vicepresidente della Commissione Antimafia Claudio Fava nel corso di un incontro organizzato dall’Università La Sapienza di Roma, nell’ambito del ciclo di seminari ‘Culture mafiose nella modernità post-societaria’.
La complessità delle organizzazioni criminali e delle forze che a queste si contrappongono, rende semplicistica l’operazione che negli anni ha portato alla costruzione di figure antimafia con caratteristiche simili a quelle degli eroi mitologici.
“Ci siamo convinti che in questo film raccontato da mafia e antimafia, tutto ciò che è quest’ultima ha il seme dell’assoluta positività” ha ancora detto Fava “Si è persa la dimensione reale e quotidiana delle vite di quelli trasformati in eroi.”
Nell’antica Grecia ogni aspetto della quotidianità era ‘condiviso’ da uomini, dei ed eroi, poiché un sacro che si opponeva al profano non era neppure concepito.
I greci delle poleis non avevano fede negli dei o negli eroi, semplicemente perché i miti, non appartenendo a una sfera religiosa così come la intendiamo oggi, per loro erano un dato di fatto: ogni cittadino dell’Ellade era permeato dalla mitologia.

La figura di un intermediario, non solo oracolare, ma sacerdotale e strutturata, in grado di rapportarsi con il divino in una determinata sfera religiosa grazie a un’ordinazione, è stata introdotta nel mondo occidentale solo successivamente.
Questa figura di eroe / sacerdote al di fuori della dimensione reale, se applicata all’esperienza antimafia, rischia di tracciare un confine tra impegno e disimpegno, confine che delimita l’apice dell’esperienza in un perimetro e contemporaneamente infonde in chi non è nello ‘spazio eroico’ un senso di normalità che può coincidere con la rassegnazione.
“C’è un grande bisogno di togliere il pennacchio dell’antimafia” ha detto Fava “Le storie dei morti di mafia evidenziano come nessuno di loro abbia fatto cose straordinarie, ma semplicemente ciò che si doveva fare. E’ un lavoro di raffinatezza culturale che in questo tempo va assolutamente compiuto. Basta con ‘l’ora di legalità’. L’antimafia di per sé non è virtù, ma una pratica che diventa utile se mette in atto comportamenti proficui.”
Un esempio di comportamento proficuo così come inteso da Fava può essere identificato dalle centinaia di lenzuoli che vennero esposti dai cittadini palermitani nell’estate del 1992, dopo gli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si trattò di un gesto collettivo, ma insieme compiuto all’interno del proprio spazio personale e famigliare, un gesto di ribellione e decisione che rivendicò una scelta di campo.
Il lenzuolo divenne un’arma forte. Fu un simbolo immediato e manifesto di antimafia sociale, che ne sostenne il potenziamento.

L’antimafia sociale è in grado di combattere le organizzazioni criminali con passaggi forti che lasciano un segno importante e ha uno dei suoi primi esempi nel raduno dei braccianti a Portella della Ginestra del 1º maggio del 1947. I braccianti si erano radunati in quel luogo per manifestare la loro protesta e vennero massacrati, diventando vittime della prima strage dell’Italia repubblicana.
Il tema della lotta dei braccianti per le terre e l’affrancamento dal latifondo non si esaurì affatto a Portella della Ginestra e non si trattò solo di una rivendicazione sociale, ma di uno strumento di lotta contro le mafie intese come braccio armato di soggetti tangenti al contesto criminale.
L’antimafia sociale è in grado di restituire protagonismo alla società civile al di fuori delle aule giudiziarie. Un metodo che costringe le organizzazioni criminali a cercare il consenso per combattere un avversario a cui non sono preparate. Il nemico più temibile solitamente è infatti incarnato nelle figure istituzionali tipiche del contrasto: forze dell’ordine e magistrati.
“L‘antimafia sociale non attende l’epifania giudiziaria” spiega ancora Fava “ma cerca di identificare ragioni e strumenti prima dell’arrivo dei temi in un’aula giudiziaria.”
Chi non attese l’avvio di un processo per compiere azioni di contrasto nei confronti della mafia furono i figli dei commercianti palermitani vessati dal pizzo, che nel 2004 affissero dei volantini alle vetrine degli esercizi commerciali dei loro genitori incapaci di alzare la testa. Sui volantini era scritta la frase ‘un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità’.

Quel gesto anticipò e spiazzò tutti, compresa la procura. Si trattò di un’iniziativa di antimafia sociale che è diventata un modello e che ha portato alla nascita dell’associazione ‘Addiopizzo’, che oggi può contare su più di mille imprese associate e sostenute da decine di migliaia di consumatori.
Un altro modello di antimafia sociale è quello dell’Associazione ‘Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie’ nata nel 1995, che attuando una gestione vincente al di fuori del sistema mafioso e paramafioso dei beni confiscati alle associazioni criminali, dimostra la convenienza dell’operazione per la collettività partendo dal basso e con il lavoro quotidiano, restituendo normalità alla lotta contro le mafie.
Il mito di Teseo narra che l’eroe, di ritorno da Creta dopo aver sconfitto il Minotauro, commette un gravissimo errore: dimentica di issare le vele bianche della sua nave che avrebbero segnalato al padre Egeo la riuscita dell’impresa e quest’ultimo si suicida per la disperazione, gettandosi nel mare che da quel momento ne porta il nome.
L’errore di Teseo, non sminuisce affatto le precedenti imprese dell’eroe, ma aiuta a restituirgli una tridimensionalità ‘di ritorno’, che contribuisce a far sì che la sua figura permei la collettività di valori ed esperienze.