“Ero uno scafista, adesso vi racconto come funziona il nostro quartiere generale in Libia”

Una villetta-bunker di fronte alla spiaggia, una famiglia di scafisti molto potenti con una piccola milizia armata di tredici persone: “Hanno addirittura dei cantieri navali per sistemare e costruire le barche”.

Non accade quasi mai che uno scafista legato a un’organizzazione di trafficanti di esseri umani in Libia decida di collaborare con le autorità giudiziarire. Per timore e per convenienza, nessuno di loro confessa. Questa volta però un giovane scafista tunisino, di cui non si può svelare l’identità, ha deciso di raccontare quello che accade sulle coste libiche. La storia di Karim è trapelata grazie a una fonte che ha rivelato cosa è accaduto nel dicembre scorso negli uffici del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della procura di Siracusa, guidato dal sostituto commissario Carlo Parini.


Karim (nome di fantasia per tutelare la sua sicurezza) ha deciso di rivelare tutto ciò che sa su una potente organizzazione di trafficanti in Libia. Arrestato l’estate scorsa, dopo diversi mesi di tira e molla, ha accettato di collaborare. In cambio di un permesso di soggiorno che, alla fine delle indagini, avviate dopo la sua testimonianza, gli verrà dato per avere la possibilità di restare in Italia.

Tutto è cominciato nel luglio scorso quando, soccorso nel Canale di Sicilia dalla Guardia Costiera, ha avvistato il promontorio di Portopalo di Capo Passero. E si è gettato dalla nave, per timore di essere portato nel porto di Augusta, dove era già stato arrestato dai poliziotti del Gicic il 7 giugno del 2014. La data del suo primo arresto è difficile da dimenticare perché dopo che è stato fermato, un membro del gruppo di Gicic, stremato dagli sbarchi, dalle veglie, dal lavoro investigativo senza sosta, ha avuto un infarto.

Karim ha 22 anni, una figlia di un anno e mezzo e una storia lunga. Tunisino, scappato da un padre violento, lui che è pescatore, è arrivato nella città costiera di Mahdia, dove ha lavorato sulle barche da pesca e dove è cresciuta una generazione di scafisti tunisini reclutati da gregari tunisini e portati a Zuwarah, epicentro del traffico di esseri umani. Dopo il primo viaggio da clandestino è stato rimpatriato in Tunisia. Dopo il secondo da aiutante scafista, ha dimostrato di avere le competenze necessarie per essere inserito in una banda, secondo lui la più potente della Libia, che ha il suo quartiere generale nella parte vecchia della città e una villetta-bunker di fronte alla spiaggia. Quando ha deciso di parlare, nell’ufficio del Gicic, era nervoso, gli tremavano le mani, e guardava sempre per terra.

All’inizio della sua deposizione, l’atmosfera era molto tesa. Il commissario Parini non sapeva se poteva fidarsi delle sue confidenze e Karim non era certo di ottenere ciò che chiedeva: libertà e un permesso di soggiorno. Anche perché, come ha spiegato subito, lui è bruciato. Se torna a Tunisia, la polizia lo arresta, e lo tortura, come è già successo (e per dimostrarlo ha alzato la mano destra, che ha tre dita atrofizzate). Se invece torna in Libia, lo ammazzano, perché i trafficanti vengono a sapere subito chi collabora con la polizia italiana.

Appena ha iniziato a parlare, un poliziotto del Gicic, che lo ha interrogato davanti allo sguardo vigile di Parini gli ha detto senza usare mezzi termini: “Karim, ora facciamo una bella chiacchierata, se parli ti aiutiamo, altrimenti ti rispediamo a Tunisi”. E poi come nei film in cui c’è sempre un poliziotto buono e uno cattivo, Parini, con aria comprensiva gli ha detto: “Karim sei un ragazzo fortunato, se non ti prendevamo noi, ti facevi 5 anni di galera. E invece noi ti aiuteremo”. E così Karim ha deciso di raccontare di come è finito nelle mani di una coppia di fratelli libici.


Hanno un bunker vicino alla spiaggia dove tengono scafisti, armi, un televisore al plasma, uno scantinato con quattro materassi pieni di dollari e riserve di cibo per tre mesi. “Ho visto lo scantinato perché mi sono ammalato e durante la convalescenza, mi hanno messo sotto”, ha raccontato all’interprete, Amir Sharif, egiziano. Anche se lui si è convinto a collaborare grazie all’intervento tempestivo di un altro interprete, che di fatto è anche un detective, oltre che uno dei più estrosi collaboratori del commissario Parini: Abdelaziz Mouddih, per tutti Aziz.

E’ stato Aziz a raccontarmi lo strano destino di questo giovane scafista di 22 anni che nel luglio scorso, dopo essere stato soccorso dalla Guardia Costiera, appena ha intravisto il promontorio di Portopalo di Capo Passero si è buttato in acqua per timore di essere di nuovo arrestato a Siracusa, dove lo avrebbe aspettato una condanna più lunga, questa volta, perché recidivo. Voleva arrivare a nuoto a Marsala, dove ha degli amici e sperava di cavarsela. E invece dopo 12 ore di bracciate, è stato avvistato da un pescatore che lo ha portato a Marzamemi, dove però lo aspettava il commissario Parini.

“I capi dell’organizzazione sono due fratelli, di cui uno è claudicante perché ha una ferita da arma da fuoco a una gamba. Uno si occupa di organizzare i viaggi, mentre l’altro (i nomi non possono essere riportati perché ancora oggetto di indagine) cura i barconi. Il padre fa il cassiere e la madre è contabile”, ha riportato Karim. “E siccome sono molto potenti hanno addirittura dei cantieri navali per sistemare e costruire le barche. Ci lavorano ragazzi subsahariani, come aiutanti, ma i carpentieri sono tunisini ed egiziani. I cantieri si trovano sia a Zuwarah, sia a Zabrata, sia a Ras Lanuf”.

Questa notizia dei cantieri navali in Libia, mai emersa prima, ha fatto sussultare i membri della squadra del Gicic, pare, che hanno guardato increduli il commissario Parini. Lui ha annuito e ha confermato. “Karim sta dicendo la verità. I cantieri navali si trovano anche in Libia”. E poi interrogato sul bunker della banda dei trafficanti a conduzione familiare, Karim ha aggiunto: “Davanti alla casa vicino alla spiaggia, c’è un furgoncino che nasconde una piccola mitragliatrice ”. E poi ha indicato la via, la casa sulle mappe di Google.


I l quartiere generale della banda, nella parte orientale di Zuwarah e la villa-bunker vicino alla spiaggia. Parini gli ha chiesto più e più volte perché ha paura a tornare a casa. E Karim ha spiegato: “Dopo che l’anno scorso sono stato rimpatriato in Tunisia e arrestato dalla polizia, ho cercato di uscire dal giro. Non volevo più fare lo scafista. Non volevo più guidare barconi con 300 persone che venivano maltrattate, picchiate e affamate durante il viaggio, ma poi un giorno un tunisino mi ha avvicinato, mi ha detto che il capo della banda mi salutava e ho capito che non avevo scelta: sono tornato da loro in Libia. E ora se mi rimpatriate, mi ammazzano.

“Loro seguono questa regola: se vieni arrestato in Italia, una volta rientrato, non ti pagano e ti sorvegliano. Poi grazie alle informazioni della polizia tunisina, gli ufficiali corrotti che passano loro tutte le informazioni, verificano se non hai parlato con la polizia italiana: se sei pulito ti rimettono al loro servizio. Altrimenti…”. E pare che a questo punto Karim abbia fatto un segno inequivocabile che voleva dire: “Mi sgozzano”. E così, grazie alla deposizione di Karim, il Gicic, ha scoperto pure i nomi degli emissari” tunisini: “Si tratta di un gruppo di ex scafisti che dopo 4 viaggi nel Mediterraneo sono diventati pontieri fra i due paesi e corrompono poliziotti alla frontiera con la Libia. “Raccolgono informazioni, passeggeri da portare in Sicilia, anche dal Marocco”, precisa lo scafista pentito. Per dimostrare l’autenticità della sua versione, ha mostrato le loro foto su Facebook. E quando i membri del Gicic hanno visto che i due boss dell’organizzazione avevano nel profilo fra i loro amici i reclutatori, i facilitatori tunisini, poliziotti di entrambi i paesi, — sebbene abbiano visto di tutto in dieci anni di attività — , erano increduli davanti al loro arrogante senso di impunità.

La notizia del legame della banda libica con la Tunisia è stata considerata uno spunto investigativo molto interessante e il commissario Parini ha chiesto a Karim di essere ancora più preciso. “Uno è riuscito a tornare a casa dopo quattro viaggi. Fuggendo senza farsi arrestare o attraverso i rimpatri forzati, uno da Caltanissetta, mentre un altro è passato da Malta (Paese che per i cacciatori di scafisti, di trafficanti e di terroristi è un buco nero perché è lì che si vanno a comprare i passaporti falsi). E a questo punto della deposizione pare che Karim fosse esausto.


Parlava da tre ore, con aria agitata ed espressione spaventata. E allora un poliziotto gli ha detto: “Karim fumati una sigaretta, poi un giorno prendiamo una barca andiamo insieme a pescare”, ma lui, dopo la traduzione di Amir in arabo, lo ha guardato inquieto e ha scosso la testa, con sguardo implorante, come per dire: “Vi prego, basta barconi”. Perché aveva capito male o era solo confuso, chissà. Ed è così che finalmente la tensione si è sciolta in una grande risata in un tardo pomeriggio all’interno del caotico ufficio Gicic. Invaso da fascicoli, fotografie di barconi e citazioni di poesie appese sui muri, e scaffali con oggetti smarriti di rifugiati sommersi dalle acque o finiti chissà dove, dopo gli sbarchi nel porto di Augusta.

E’ la prima volta che al Gicic, dove il lavoro investigativo di solito si concentra sull’analisi della filiera dei trafficanti egiziani, un pentito racconta nei dettagli come si muovono i trafficanti in Libia. Secondo le notizie riportate da Karim, oltre ai due fratelli, il padre cassiere e la madre contabile, l’organizzazione ha una piccola milizia armata di tredici persone, che appare solo al momento degli imbarchi.

“Se qualcuno cambia idea e non vuole più salire sul barcone troppo affollato per paura di affondare in mare, lo costringono con le armi”, ha raccontato Karim. Durante l’incontro, il commissario Parini ha voluto sapere di un poliziotto, il cui nome ricorre spesso nei loro verbali e il giovane tunisino ormai ex scafista ha confermato i suoi sospetti:

“Sì è alto e magro, ha circa 37 anni e fuma molte sigarette, passava spesso dalla casa dove ci trovavamo. Prende 15mila dollari per ogni viaggio”.

“Come mai sei finito in giro così grosso alla tua età?”, gli ha chiesto Parini, ancora indeciso se credergli. “La prima volta sono partito come aiutante degli scafisti, ma il motore si è guastato, io sono riuscito ad aggiustarlo, poi sono riuscito a riportare indietro la barca. E allora sono salito di grado”, ha spiegato, sorridendo. E poi ha chiesto: “Allora mi date il permesso di soggiorno? Io vorrei andare in Germania e portare in Europa anche la mia bimba.

“In Germania, buttavano via la chiave, sei stato fortunato a finire nelle nostre braccia”, ha replicato il capo del Gigic, o almeno così ci hanno raccontato. E dopo la verifica dei luoghi sulle mappe di Google del quartiere generale della banda di trafficanti, dei cantieri navali dei trafficanti; i nomi e i profili di Facebook, Parini si è alzato e la sua espressione riflessiva si è tramutata in un sorriso di soddisfazione. Il segnale finale che, nonostante le riserve, le verifiche e l’indagine da avviare, Karim, scafista pentito, pescatore e nuotatore provetto, è stato considerato affidabile. E accolto nella famiglia del Gicic. Perché una volta spento il pc, firmato il verbale da Karim in presenza del suo avvocato, il commissario ha sentenziato: “Ora dobbiamo aiutarlo, trovargli un luogo dove dormire, un lavoro”. E Amir ha tirato su il telefono per vedere se una delle associazioni di volontariato amiche del Gicic poteva aiutarlo.

Alla fine Parini, il poliziotto-filosofo si è lasciato scappare una frase ermetica, ci hanno detto. “Passare al nemico è facile, difficile è rimanere integri”, ha detto sorridendo e Karim, più sereno, ha riportato un proverbio tunisino. “Nel bene, c’è sempre il male, nel male c’è sempre del bene”.


cristina giudici, giornalista, vive e lavora a Milano. Dal 2000 scrive per Il Foglio reportage e inchieste su temi di attualità. Collabora anche con Grazia, Il Venerdì di Repubblica e il giornale online Linkiesta. Si occupa di costume, politica, crisi economica, questione settentrionale, fondamentalismo islamico e immigrazione. Tra i suoi libri ricordiamo Leghiste (Marsilio, 2010), Padania perduta (Marsilio, 2012) e L’Italia di Allah (Bruno Mondadori, 2005), con cui ha vinto il Premio Maria Grazia Cutuli.


(questo articolo parzialmente editato, è stato pubblicato in origine su Il Fatto Quotidiano, il 18 gennaio 2016)