Reportage

Esiste un treno diretto da Milano a Mosca

Ovvero 3000Km attraverso l’Europa orientale

Di Paolo Maggioni

Stazione di Rogoredo, Milano © Paolo Maggioni

Arriviamo a Rogoredo che sono appena passate le 4 e la stazione è immersa in una fitta coltre di nebbia. Che è ancora più fitta perché è capodanno e abbiamo bevuto un po’ di cose.

Il tempo di verificare sul pannello luminoso che l’espresso 13014 in arrivo da Nizza e diretto a Mosca esiste davvero, che sentiamo lo sferragliare di un treno in frenata.
È lui. Viaggia con 19 minuti di anticipo, e partirà alle 4:37 dal binario 5.
 
Nel sottopassaggio alcuni ragazzi giocano a calcio aspettando il treno che li porterà a casa dopo aver fatto festa. Probabilmente non abitano a Mosca, per cui non si scompongono.
Salgo al binario trascinando a fatica il mio trolley. Forse il montone che indosso è esagerato per le temperature milanesi. Me lo ha prestato mio padre che lo conserva da 30 anni, meglio di quanto i russi facciano con la salma di Lenin. Sonia arranca dietro di me: la scelta di indossare due piumini, uno sopra l’altro, la impaccia un po’ troppo.
 
Controllo la nostra prenotazione: vagone 353, posti 31 e 35, verso la testa del convoglio. 
Lì, ad attenderci, c’è la provodnitsa. Che è la persona che si occuperà dell’assistenza ai passeggeri del nostro vagone.
Si chiama Elena ed è una donna minuta, mora e indossa giubbotto blu, basco rosso e guanti bianchi. Le mostriamo i biglietti, lei annuisce e ci dice di seguirla a bordo.

Provodnitsa © Paolo Maggioni

Dopo aver indicato i nostri posti letto, ci consegna le tessere magnetiche con cui accedere alla cuccetta e ci augura buona notte.

Il nostro scompartimento di II classe ha 4 posti letto, e per ora siamo gli unici passeggeri ad occuparlo. Sul tavolino ci sono quattro tazze.
Esco sul corridoio su cui affacciano 8 scompartimenti, a terra c’è un tappeto rosso e alle estremità del vagone, sopra le porte, su un display, scorrono, in caratteri latini e in cirillico, i nomi delle fermate del treno fino a Mosca Belorusskaya, l’ora attuale (4:20 am), la temperatura esterna (0°C) e quella interna (23°C).
 
Passa un uomo in divisa FS, a cui chiedo se sarà lui a condurci a Mosca.
Mi spiega che per tutta la tratta italiana, da Ventimiglia al Brennero (con fermate a Bordighera, San Remo, Genova P.P., Milano Rogoredo, Verona P.N. e Bolzano), il locomotore è italiano, e verrà poi sostituito all’ingresso di ogni Paese. 
 
Torno allo scompartimento. Sonia si è già cambiata, e anche io mi metto in pigiama che sarà la mia uniforme per le prossime 40 ore. Vorremmo dormire ma prima meglio che ci laviamo i denti per cui andiamo al cesso: ce ne sono due per vagone, uno ha anche la doccia.
 
Tornati allo scompartimento io mi sdraio nel letto di sotto perché Sonia preferisce il letto di sopra.
 
Non passa molto tempo che bussano alla porta e quindi mi alzo ad aprire. Credo che siamo a Verona P.N. e la provodnitsa fa entrare una persona. Mi giro dall’altra parte e torno a dormire.
 
Mi sveglio che sono circa le 11, Sonia e l’altro passeggero dormono ancora, quindi esco in corridoio e verifico che siamo fermi ad Innsbruck. 
La giornata è splendida. Faccio un salto al cesso e poi passo davanti allo scompartimento della provodnitsa. Elena non c’è, ma al suo posto trovo Hanna che è alta più o meno quanto Elena ma è molto più grassa e allora penso che se la sia mangiata. Mi presento e chiedo da che parte sia il vagone ristorante. Mi pare di capire che si trovi 2 vagoni più in là.
 
Le porte tra le carrozze sono pesantissime e con uno sforzo titanico raggiungo il ristorante. È deserto. Spuntano due ragazzi: uno accende lo stereo, l’altro si rivolge a me chiedendo se voglio mangiare. Parla bene inglese e gli dico che ripasserò più tardi per pranzare, ma che voglio capire come funziona e allora mi spiega che il vagone ristorante è aperto dalle 7 alle 22, che è delle ferrovie polacche, che loro sono parte di un team ucraino “russian-speaking” e che rimarranno in servizio fino a Varsavia. Lì il vagone ristorante verrà staccato, e una volta entrati in Bielorussia, a Brest, sarà attaccato un nuovo vagone ristorante gestito dalle ferrovie russe.
 
Tornato allo scompartimento, Sonia si è svegliata e sta chiacchierando con la nostra compagna di viaggio. Si chiama Irina, ed è una donna russa sulla cinquantina. Parla inglese e ci racconta di essere stata a Roma per una settimana a trovare una amica che è sposata con un 80enne romano. Dice che litigavano sempre e allora ha preso una stanza in un hotel vicino a Termini ma che non le è piaciuto perché c’erano troppi “black people”. Roma invece le è piaciuta un sacco.
 
Sonia le chiede a bruciapelo perché stia facendo questo viaggio in treno. Ci aspettiamo citazioni di filosofi russi, perle di saggezza da poter riciclare con amici e parenti, e invece ci dice che una volta ha preso un volo che ha dovuto fare un atterraggio d’emergenza e ha avuto un sacco di paura e dopo è dovuta andare dallo psicologo e da allora ha deciso che non avrebbe preso più aerei.
 
Da qui in poi non farà altro che lamentarsi di non potersi connettere a internet, nonostante abbia attivato un’opzione valida su tutta Europa con il suo operatore russo. Sul treno non c’è wifi.
 
Dopo esserci sciacquati la faccia andiamo al vagone ristorante. La sala è vuota e appena si accorgono di noi accendono la musica. Scegliamo un posto davanti al finestrino e il cameriere ci porta i menù con i prezzi in euro.
 
Ordiniamo 2 polish breakfast (scrambled egg con bacon, pomodori e cetrioli) e 2 caffè americani.
 
Mentre guardo fuori dal finestrino, nel cielo vedo le scie di 4 aerei in volo sopra le nostre teste e penso che sia un lusso poter viaggiare in treno.
 
Finita la colazione ci tratteniamo nel vagone ristorante per guardare il panorama tirolese attraverso le ampie vetrate. Il treno fa delle gran curve e pare arrampicarsi sulle montagne. Non c’è neve, tranne quella artificiale sparata sulle piste da sci.

Tirolo, Austria© Paolo Maggioni

Tornati allo scompartimento, Irina ci chiede cosa abbiamo mangiato e quanto abbiamo speso e ci dice che il ristorante russo ha prezzi più bassi. Ancora niente connessione.

Mi è venuto sonno e allora decido di salire sul letto superiore e mi addormento.

Quando mi sveglio chiedo ad Hanna di riempirci le tazze di acqua calda e ci prepariamo un te. Sui treni russi l’acqua calda non manca mai ed è gratis. Su quelli che viaggiano in territorio russo, in ogni vagone, c’è un samovar da cui spillare l’acqua, mentre sul nostro treno la provodnitsa ha un normale bollitore nel suo scompartimento e ti riempie la tazza quando glielo chiedi. Il te invece costa 170 rubli ma noi ce lo siamo portati da casa.
Decido finalmente di iniziare a leggere il libro che mi sono portato che è “Mosca-Petuškì poema ferroviario” di Erofeev. Che è una sorta di romanzo autobiografico degli anni ’70 in cui il protagonista viaggia in treno completamente “inciclonato” (sbronzo) da Mosca a Petuškì, a un centinaio di km dalla Capitale, e che racconta dell’insofferenza per il regime ormai al collasso.
 
Penso che dovremmo fare merenda e allora mi ricordo che ci siamo portati una bottiglia di rosso e anche del panettone.
Stappiamo il rosso e mangiamo del panettone e decido di portarne una fetta anche alla provodnitsa, e quando vado nello scompartimento trovo sia Hanna che Elena. Elena ha la faccia di una che si è appena svegliata e allora capisco che lei fa il turno di notte e quindi le dico “dobre utra” anche se è quasi sera e lei sorride e prendo una fetta di panettone anche per lei.

Scompartimento della provodnitsa © Paolo Maggioni

Poi torno allo scompartimento e Sonia mi dice che Irina le ha fatto leggere un SMS — in italiano — che ha appena ricevuto. Tal Bruno, dal litorale romano, le chiede di prendere un caffè con lui quando dovesse passare da Roma.
Forse non ha ben capito dove stia Irina, ma con l’aiuto di Sonia lei gli spiega la situazione.
 
Poco dopo, Bruno, pur dichiarandosi “non molto famigliare con la lingua inglese”, le chiede “do you like virtual friendship with complicity, passion and intimacy?
Allora lei ci chiede cosa dovrebbe rispondere e noi le suggeriamo un semplice “okay”.
 
A questo punto ci racconta che sua figlia l’ha iscritta a un sito d’incontri perché vorrebbe aiutarla a trovare un marito ma che lei non ne vuole più sapere di sposarsi. A noi pare piuttosto lanciata nonostante si dica disinteressata. E riprende a lamentarsi per l’assenza di connessione ad internet.

In pratica è in un sorta di crisi d’astinenza da “virtual friendship” e decide di chiamare l’assistenza clienti. Che con nostro stupore risponde subito: a breve dovrebbero attivarle il traffico dati.

Fuori è buio e ci siamo fermati a Vienna. Leggo un po’ di Erofeev mentre Sonia legge un libro che si chiama “I social problems come comportamento collettivo”.
Fa sempre più caldo perché la temperatura esterna è scesa a -2°C e allora hanno aumentato la temperatura interna a 25°C.

© Paolo Maggioni

Decidiamo che è ora di andare a mangiare qualcosa quindi torniamo al ristorante. Vorremmo mangiare del goulash e bere delle birre ma il cameriere ci dice che il goulash è finito e che è rimasta solo birra analcolica. Ci spiega che il treno proveniente da Mosca era particolarmente pieno per cui hanno finito molte delle scorte e loro il rifornimento lo fanno solo a Varsavia. Ci consiglia, fra i piatti ancora disponibili, una improbabile bistecca di canguro con crema di lamponi. Noi ci accontentiamo di una insalata con salmone. Fortunatamente la prima stazione in Repubblica Ceca casca a fagiuolo, e il cameriere fa un salto al bar della stazione a comprare delle birre per noi.
 
Tornati allo scompartimento leggiamo un po’ e pensiamo che è meglio dormire perché alle 5:30 è previsto l’attraversamento della frontiera tra Polonia e Bielorussia e dovranno controllare i passaporti. Questa notte Sonia vuole dormire sotto.
 
Alle 5:30 in punto Elena spalanca la porta dello scompartimento, accende la luce, e dice che per le prossime 3 ore non possiamo andare al cesso. 
Siamo fermi in attesa dei controlli doganali.
 
Un ragazzo in uniforme ritira i passaporti e ci consegna la carta d’ingresso da compilare. Poco dopo una donna entra e chiede se parliamo francese. Sonia risponde “un petit”. Con una torcia guarda sotto al letto inferiore e domanda quali siano i nostri bagagli e il loro peso.
Chiede se abbiamo alcool e allora le mostriamo la mezza boccia di rosso. Chiede se abbiamo birra, le diciamo di no, e lei se ne va.
 
Sono le 6 e Irina inizia a ricevere chiamate via Skype. Sono stati di parola e le hanno attivato la connessione. Io vorrei dormire ma devono ancora ridarci i passaporti e Irina è al telefono.
 
Ci restituiscono i passaporti timbrati e decido che posso dormire. Irina è sempre al telefono ma capisce che è meglio uscire in corridoio.
 
A questo punto credo di essermi addormentato e quindi mi sono perso il momento del cambio dei carrelli del treno. 
Si, perché nei territori della ex URSS i binari hanno uno scartamento maggiore che nel resto del Mondo e allora serve cambiare i carrelli sotto al treno perché si possa proseguire.
Il giorno dopo Sonia mi racconterà che il treno è stato portato in un hangar, i vagoni sono stati staccati ed alzati uno ad uno con dei cric giganti, e che sono stati sfilati i carrelli standard e sostituiti con quelli russi. L’operazione è fatta a mano.

Mi sveglio che il mio orologio segna le 8:30 ed esco in corridoio. Siamo fermi in stazione. Fuori il cielo è grigio e sui binari accanto al nostro sostano treni merci che trasportano legname e carbone.
 
Voglio scendere dal treno e allora mi metto le scarpe. Mi affaccio allo sportello e leggo che ci troviamo a Brest. Scendo i gradini e tre babushke si avvicinano per vendermi mele, cetrioli e frittelle di patate. Niet, spasiba.

Stazione di Brest, Bielorussia © Paolo Maggioni

Poco più in là vedo Hanna e mi avvicino per chiederle a che ora ripartirà il treno. Mi indica il display: la partenza è prevista per le 11:01, e solo ora realizzo che in realtà sono le 10:40, perché tra Polonia e Bielorussia ci sono 2 ore di fuso orario.
 
Da qui in poi si attraversa tutta la Bielorussia, da sud-ovest a nord-est. 
E per poterlo fare serve un visto di transito, rilasciato dal “Consolato Generale della Repubblica di Belarus” di Milano in 7 giorni (20€, con procedura ordinaria) o in 2 ore (40€, procedura urgente).
 
Il treno riparte e fuori da finestrini, coperti da una coltre di neve, è un susseguirsi di boschi di betulle, casette di legno colorato e piccoli villaggi. Ogni tanto superiamo treni container di cereali e legname.

Bielorussia © Paolo Maggioni

Il treno pare correre più lento e instabile di ieri e non so se per questo o altri motivi ci viene fame e allora andiamo al vagone ristorante. Che si trova nello stesso punto del treno ma ora ha l’aspetto di un diner americano degli anni ’50. 
Prendiamo posto, e la cameriera ci consegna il menu, sia in russo che in inglese. I prezzi sono in rubli ma ci conferma che potremo pagare in euro con un cambio non eccessivamente da rapina. Hanno anche il pos.

Vagone ristorante russo © Paolo Maggioni

Abbiamo voglia di qualcosa di caldo e allora ordiniamo un borsch che è una zuppa di barbabietole e cipolla con carne di manzo e panna acida. Ci porta anche due fette di pane. Il treno qui è particolarmente traballante e temo che la zuppa finisca tutta sul tavolo, e invece no ed è buona.
 
Paghiamo e torniamo allo scompartimento. Irina non si stacca dallo smartphone. Fuori cielo grigio, case innevate e boschi. 
 
Attorno alle 15 ci avviciniamo ad un’area urbanizzata e diversi passeggeri si preparano a scendere. Poco dopo ci fermiamo alla stazione di Minsk. Sulla banchina molte persone attendono amici e parenti. Quando si aprono le porte qualcuno sale ad aiutare a scaricare i bagagli, altri si abbracciano e piangono. Forse è molto tempo che non si vedono. Altri ancora scendono a fumare.

Minsk © Paolo Maggioni
Passeggeri a Minsk © Paolo Maggioni

Poco dopo si riparte. Il paesaggio è lo stesso di prima e ci mettiamo a leggere. Forse dormo un’oretta.
Vengo svegliato dal rumore di una aspirapolvere: è Hanna che sta facendo le pulizie in uno degli scompartimenti che si è appena liberato.
 
Alle 17:30 siamo ad Orsha e voglio scendere un attimo dal treno per sgranchirmi le gambe. Fa freddo ma non freddissimo, fuori ci sono le babushke e decido di comprare delle mele. Mi allontano per fare qualche fotografia, però Hanna mi richiama all’ordine e allora risalgo a bordo.

Smolensk, Russia© Paolo Maggioni

Prima di tornare al vagone ristorante voglio aspettare di attraversare il confine con la Russia, ma prima delle 19 siamo già fermi alla stazione di Smolensk. Città che è già in Russia, e allora vado da Hanna e chiedo perché non hanno fatto i controlli e lei mi dice che “border Belarus-Russian Federation is like border Poland-Germany”. Ora è tutto più chiaro. Possiamo andare a cena.
 
Ordino una bistecca di maiale ricoperta di formaggio fuso, mentre Sonia sceglie un petto di pollo con crema di funghi. Non male. Finiamo la bottiglia di rosso.

Attorno alle 20:30 siamo a Vjasma.
Sul treno c’è fermento. Elena ed Hanna passano a ritirare tazze e lenzuola. Dopo due giorni è giunto il momento di togliersi il pigiama e di rivestirsi. Irina chiude l’ennesima telefonata e ci dice che il suo amico Anatoly la verrà a prendere e che prima di accompagnarla a casa ci può portare in hotel. 
 
Alle 23:25, puntuale, dopo 40 ore di viaggio, il treno ferma al binario I della stazione di Mosca Belorusskaya.
Si aprono le porte ed il primo a salire è Anatoly, lineamenti caucasici, bacia sulla guancia Irina, le consegna un mazzo di rose e la aiuta a scaricare il bagaglio.
 
Scesi dal treno, nevica fitto e il termometro segna -1°C.

Stazione Belorusskaya, Mosca © Paolo Maggioni

Il treno Nizza-Mosca viaggia settimanalmente con partenza dalla riviera francese il sabato sera. Questo servizio è attivo dal 2010 e vuole essere l’erede del lussuoso espresso che collegava l’allora capitale dell’Impero Russo, San Pietroburgo, con Nizza prima della rivoluzione d’Ottobre del 1917.