Essere in ritardo


Non scrivo da molto, anche se dicono sia come andare in bicicletta, alla fin fine non si dimentica mai.
Torno a scrivere semplicemente perché desidero raccontare di tanto in tanto cosa sto combinando con i miei compagni di merende di Fluentify nella speranza che l’esperienza che sto affrontando possa essere d’aiuto a qualche startupper wannabe, giovane e non, a vedere la cosa con occhi diversi. Più realistici diciamo.

Non con l’ottica di chi ce l’ha fatta ovviamente, ma di chi invece sta ancora correndo una lunga maratona in cui sicuramente inciamperà qualche volta.


Partiamo da un assunto, un po’ il mio mantra personale, se vuoi fare impresa ricorda una semplice verità: devi vendere qualcosa. Ed è una naturale conseguenza logica il fatto che se vuoi vendere ti occorra un prodotto.

Semplice no? Eppure sembra un concetto così sottovalutato a giudicare da quello che si legge e sente quando si parla di fare impresa.

Tutti si buttano subito a capofitto in aperitivi di networking, gare di pitch all’ultimo sangue e chi più ne ha più ne metta, e il più delle volte avviene senza avere un prodotto.

Lo si capisce anche dal fatto che figure come quella del product designer non siano nemmeno troppo conosciute in Italia, né tantomeno formate in alcun istituto universitario pubblico o privato che sia. Sinonimo forse di una disinformazione su chi e cosa fa davvero muovere l’evolversi dei prodotti digitali, soprattutto in un mondo come quello delle startup.

Continuiamo invece ad avere la logica di risolverla pagando qualche professionista esterno per farci tirar su un raffazzonato MVP, compilando un business model basato sui sogni con l’obiettivo finale di mettere mano ad un piccolo seed per sentire di avercela fatta.

Prima cosa che mi sentirei umilmente di consigliare a tutti è di essere più pragmatici: lavora concretamente da oggi al tuo prodotto. Costruiscilo e dagli forma. Poi pensa al resto.

Ascolta i tuoi potenziali clienti dal giorno zero e senti da loro cosa pensano del prodotto che vorresti vendere.

Non perdere tempo nei vizi di forma o a far finta di fare una startup, preoccupandoti di fare le foto del team o di avere biglietti da visita con scritto CEO anche se siete tu e il tuo amico programmatore.

Racconta a tutti cosa stai sviluppando, ti servirà a consolidare sempre più la vision del tuo progetto e di conseguenza col tempo avrai un prodotto con molta più anima e corpo di quello che inizialmente poteva sembrare.

Capirai da subito che se non riesci a spiegare con le sole parole quello che vendi come potrai farlo attraverso una fredda landing page? Se è troppo complesso da raccontare allora semplificalo.

Il tuo primo funding, i premi come startup dell’anno, gli aperitivi e biglietti da visita con scritto CEO, la vision filosofica che salverà il mondo e vi incoronerà degno erede di Jobs… datemi retta, metteteli da parte all’inizio se volete davvero combinare qualcosa. Lavorate al prodotto prima di tutto.

Non bisogna mai perdere quella sensazione di essere gasati per quello che si sta costruendo sia chiaro, ma ad ogni modo mettetevi in testa che più bravi sarete e più la cosa si farà difficile.
Arriveranno i primi soldi e con essi anche i primi dipendenti, di conseguenza le prime serie responsabilità.

Non è per niente facile è vero, almeno per noi si è trattato di lavorare sempre di corsa ad ogni cosa, ma siamo arrivati al lancio di Fluentify (quasi due anni fa ormai) con una piccola macchinetta in grado di dimostrare e vendere l’idea che avevamo avuto. A tutti gli effetti fatturavamo e avevamo gettato le basi su cui costruire col tempo e tanti feedback quello che stiamo sviluppando oggi con la prossima release. Trovate la forma più semplice di quello che volete costruire e datevi da fare da subito per vederlo realizzato. Date ai vostri utenti qualcosa da usare.
Perché se la grande idea che vi portate in testa la relegherete sempre e solo alla carta e ai video in motion graphic, mi spiace ma non avrete mai davvero un metro di paragone per sapere se ciò che state costruendo può diventare un business un giorno.


Spesso capita che parlando dico di sentirmi in ritardo riguardo il percorso professionale che sto affrontando.

“Essere in ritardo” è uno stato mentale che ho da quando iniziai con i primi progetti online all’età di 16 anni (oggi ne ho 24), ed è quella sensazione di competizione contro avversari inarrivabili, quell’impazienza del non saper attendere prima di vedere risultati, ma è allo stesso tempo quella consapevolezza chiara e lucida di sapere esattamente cosa stai facendo per raggiungere i tuoi obiettivi.

Spesso mi viene detto che non dovrei preoccuparmene troppo, che ciò che con i miei soci e collaboratori ho tirato su fino ad oggi è ad ogni modo una vittoria in partenza vista l’esperienza che sto maturando (e se a dirtelo è uno che ha quotato in borsa la sua d’impresa da poco forse si ci potrebbe anche fidare).

In realtà lo so bene… ma sento che rimanere con questa convinzione non sia del tutto sbagliato, personalmente mi aiuta a tenere i piedi ben ancorati a terra e a viaggiare al doppio della velocità. A scartare le cose inutili per privilegare quelle davvero utili, ma soprattutto a non perdere mai la concentrazione.

Augurerei a tutti di essere un po’ in ritardo, pensare meno alle cazzate ed essere più pragmatici, perché a me personalmente sta facendo un gran bene e credo faccia bene specialmente all’intero ecosistema delle nuove imprese, soprattutto quelle di stampo digitale.

La filosofia lasciatela ai filosofi, se volete essere imprenditori.

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