Far Continents

Cabo Da Roca

Raccogliamo Flavia a Marquês de Pombal, la grande piazza in fondo alla Avenida da Libertade. Il sole di metà gennaio scalda Lisbona e scalda pure Flavia che ci aspetta seduta sul marciapiede alla fermata dell’autobus. Il viaggio verso Cabo Da Roca dura circa una mezz’ora, in cui abbiamo giusto il tempo di conoscerci. Studente di medicina in Erasmus, occhio glaciale, sguardo deciso e curioso; quello sguardo di chi è appena salito in macchina con due sconosciuti per essere la protagonista di un video di un gruppo musicale a lei sconosciuto.

La musica ci accompagna mentre usciamo dalla città, attraversando le verdi colline che la cingono; ultima uscita Cascais e da li verso nord, e poi, ad un tratto, l’Oceano.


Bergamo, Orio al Serio

Mi è capitato molte volte di prendere l’aereo, ma non ho mai avuto la fortuna di essere seduto in prima fila. Il mio posto è l’1A, e io che di lavoro faccio il videomaker (i nomi sono vari, ultimamente anche “un po’ regista”) accompagno Luigi, che di lavoro per ora non fa nulla ma che la sua passione è la musica, e si esprime con una chitarra, e il suo posto è l’1B. Ci conosciamo da qualche anno ormai, ma continuiamo a guardarci come due sconosciuti, coscienti della stranezza della situazione: andiamo in Portogallo a fare un video musicale, per il gruppo di Luigi, i Jenny Penny Full.

A pensarci bene, li nella prima fila, a tu per tu con le hostess che ci indicano l’uscita di sicurezza, non sappiamo neanche perché stiamo andando proprio a Lisbona, per girare un video musicale. Certo, la canzone in oggetto parla di continenti lontani, di viaggi e di sogni, che poi sono la stessa cosa; eppure Luigi mi guarda con un’espressione spaesata, persa. Ci ridiamo sopra, allunghiamo le gambe; assaporiamo quel momento felici come dei bambini.

Luigi

Passato lo strato di nuvole, poco dopo il decollo, Luigi mi confessa che lui, al contrario di me, l’aereo l’ha preso poche volte, e che ancora si sorprende di volare. Rimane incollato al finestrino, con un’espressione spaesata, persa.

soft touch of far continents 
is a burned breeze of lonely eyes

Persi, spaesati, come quando si torna da un continente lontano e ci si reimmerge nella solita vita, solite conoscenze, soliti stimoli. Quello che si è provato lontano rimane solo un ricordo, una malinconia che ti ricopre; quello che si prova ora, vicino, non basta e comunque non ha la stessa intensità, manca di novità e sa di già visto. La tendenza naturale sarebbe quindi quella di tornare lontano, ma anche lí la questione si farebbe scomoda, sia perché le cose le apprezzi di più quando non le hai, sia perché a quel punto, lontano non sarebbe poi così lontano.

Quindi “bisogna fare i conti con quello che c’è qua” e crearsi rifugi; ripensare a quello che si è, ripartire dalle radici, dalle basi. Un percorso lungo e tumultuoso, fatto di scelte sbagliate e decisioni drastiche, evoluzioni e rivoluzioni, che porta però ad una meta: la consapevolezza che quel lontano fa ora parte di noi; rimarranno l’esperienza e le sensazioni che avevamo scoperto, non un peso ma una riserva da scartare quando se ne avrà bisogno. E non è scappare la soluzione, ma aggiustare la combinazione, perché “da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx”.

it appears to be better, it could appear to me in dreams

E come in un sogno ci ritroviamo immersi nella natura, soli e allo stesso tempo avvolti dal creato che ci circonda; l’aria frizzante è quella dei cieli d’inverno senza nuvole, che al sole hai caldo ma all’ombra è meglio coprirsi; la sensazione è quella di quando trovi senza volerlo qualcosa che cercavi da un po’ (“è la luce che volevo” cit., per davvero).

Le riprese si susseguono veloci, come se fosse una routine consolidata. Mentre il sole si abbassa sull’orizzonte ci lasciamo ispirare da ciò che ci circonda, ci adattiamo alle situazioni, scendiamo verso la spiaggia. La sabbia è fredda e le onde si fanno sentire: finiamo le riprese che ormai è buio ma decidiamo di rimanere. Combattiamo il freddo con un fuoco, una bottiglia di Porto e la consapevolezza che, mal che vada, abbiamo guardato le stelle su un terrazzo naturale affacciato sull’oceano, nel punto più occidentale del continente europeo, no banane.

Torniamo a Lisbona per la notte, consapevoli che sarà breve; se è vero che con la luce bisogna essere fortunati (parlo del sole, delle nuvole, del cielo che può essere piatto e grigio e rovinare un’intera produzione), con la fortuna talvolta ci si può lavorare, con organizzazione e pazienza. Ancora in piena notte riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la spiaggia do Guincho. Guido con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore, controllando che il sole non senta la prima sveglia, e aspetti quel tanto che basta per darci la possibilità di ammirarlo. E riprenderlo. La location che avevamo individuato non va bene; il sole invernale non sorge dove dovrebbe. Ci spostiamo e già si vedono i primi raggi, per cui scendiamo e decidiamo di fare qualche take per non rischiare. La ripresa è una sola e dura circa due minuti: in quei due minuti nel cielo succede di tutto e l’intensità e la forza dei colori che vediamo ci lascia ammutoliti. Poi il sole si rifugia dietro una nuvola, e ci lascia con una giornata grigia, ma a noi basta e avanza.


Lisbona è una di quelle città dove bastano pochi punti di riferimento per orientarsi; si affaccia sul fiume Tago, o meglio Rio Tejo, ed è racchiusa da sette colli. La giriamo a piedi, perdendoci nei vicoli in salita vicino all’università, fermandoci di tanto in tanto in un bar o pastelaria, dove la birra non manca e dove cerchiamo di adattarci al ritmo della vita locale, morbido, avvolgente e cadenzato come la loro pronuncia.

Rato — Lisbona
soft touch of far continents, the winged paths of raising suns

Albe e tramonti ti rimangono dentro, per la varietà e l’intensità dei colori che riempiono il cielo. Il vento, un costante compagno di viaggio qui, trasforma i panorami e il meteo cambia repentinamente, come in ogni città di mare che si rispetti.

Il tessuto urbano è spesso caratterizzato da buchi, mancanze; molti palazzi sono stati demoliti, altri abbandonati a loro stessi, a memoria di un passato glorioso dove il gusto e la bellezza la facevano da padroni. In certe zone della città, il nuovo non regge il confronto con il vecchio e i due stili faticano a trovare una logica in comune; arrivando dall’aeroporto in città non si può fare a meno di notare Amoreiras Shopping Center ad esempio, che con le sue tre torri, dal 1985 deturpa il panorama.

Nelle zone vicino a Intendente, oppure sulle ripide viuzze del Barrio Alto, ci si sente più in un grande paese che in una capitale europea. Le piccole piastrelle in ceramica ricoprono le facciate delle case e le colorano, con temi floreali o pattern; le vecchie insegne al neon danno quel tocco retro autentico, che personalmente invidio. Arrivati nei pressi di Rossio, pieno centro e quartiere turistico, tutto è più serio e trionfale, imponenti palazzi fanno da cornice a rua Augusta che porta al mare (“non è il mare, ma il fiume!”), dove la vista si apre nell’enorme piazza Praça do Comércio. Immagino ci siano innumerevoli racconti ed episodi storici legati a questa piazza, centro e simbolo della città, ma quello che ci colpisce di più è la terribile installazione commerciale che ci hanno buttato in mezzo: una nota marca di cioccolata e dolci sponsorizza una pista di pattinaggio su ghiaccio, una grigia struttura in plastica, luci e musica da discoteca e un piccolo villaggio natalizio in stile tirolese.


Riportiamo Flavia alla fermata del bus ventiquattro ore dopo averla conosciuta. Stanchi e provati dai ritmi serrati, dal freddo e dalle poche ore di sonno siamo invece in uno stato quasi di estasi, di ubriacatura. La verità è che siamo venuti fino a qui per poter avere un contesto naturale incontaminato sul quale scrivere e disegnare una storia che è la storia di Far Continents. Probabilmente non erano necessari tutti questi kilometri, e probabilmente di luoghi magnifici se ne possono trovare a bizzeffe anche più vicino. Ma avevamo bisogno di calarci nella parte, di vivere un viaggio per raccontare un viaggio, di essere emozionati per provare ad emozionare. E avevamo bisogno dell’Oceano.


Testo e foto di Francesco Bonato, grazie a Luigi Noce e Flavia Rigotti.

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