Fare ordine, in casa e nella vita: come, quando
e perché


di Daria Bernardoni


Potrei iniziare questo post dicendo che vivo in un bilocale di 40 mq con un fidanzato e un cane e per questo ho di recente maturato l’esigenza di una migliore organizzazione dello spazio. Mi capireste, vero? Ma non sarebbe un modo onesto di raccontare questa storia.

Non è perché l’appartamento è piccolo o in disordine che ho iniziato a guardare con diffidenza cassetti, mobili, armadi. Non è perché siamo in due, o in tre, e uno di noi è molto peloso — non io. Non ho mai davvero avuto il problema “cose che non so dove mettere”.

Il fidanzato e il cane, entrambi molto ordinati. Tranquilli, siete al sicuro.

Quello che mi è successo è in sé davvero molto semplice: non ho sentito il bisogno di più spazio, ho sentito il bisogno di più spazio libero.

Che cosa significa sentire bisogno di più spazio libero, e perché succede?

Innanzitutto, è un’esigenza empirica sorta in un periodo in cui dovevo riflettere bene su una decisione importante come scegliere se cambiare o meno lavoro. È fin troppo scontato interpretare l’irrequietezza di fronte alle cose che mi circondavano come una proiezione della tensione derivante da questa scelta e l’esigenza di ordine esterno come uno specchio della necessità di fare chiarezza interiore. Ma l’essenza di questa proiezione, in bilico tra esterno e interno, passato e futuro, non è solo un’idiosincrasia personale, ha invece qualcosa di intrinsecamente legato all’attività del riordino. Per questo, quando ho letto l’introduzione di Il magico potere del riordino dell’autrice giapponese Marie Kondo ho capito che era il momento di fare un po’ di conti con me stessa.

Riordinando si mette in ordine il passato; di conseguenza, si prende coscienza di ciò che conta davvero nella nostra vita e di ciò che invece non serve; di ciò che bisogna fare e di ciò che invece bisogna lasciarsi alle spalle.

Il libro è veramente molto semplice, per certi aspetti quasi ingenuo — penso ad alcune punte di animismo e alla ritualità che ne deriva. In questa semplicità, in questa trasparenza innocente priva delle pretese epistemologiche iper-razionali dell’Occidente, ho però trovato uno straordinario potere calmante, la capacità di trasmettere un’infinita tranquillità da cui attingere per trovare la risolutezza che serve e prendere la decisione giusta.

Più dei criteri di archiviazione e dei metodi di organizzazione, ciò che è davvero prezioso sono la consapevolezza e il modo di concepire la quotidianità della persona in questione, la personalissima scala di valori espressa dal «di cosa voglio circondarmi nella mia vita quotidiana?» (…) Il riordino non è il fine, ma solo il mezzo, il vostro vero obiettivo dovrebbe essere quello di realizzare lo stile di vita che desiderate una volta riordinata la vostra casa.

Non sto riordinando casa, sto decidendo come voglio vivere. Prendere una decisione vuol dire fare delle scelte, separare il sì dal no, selezionare, escludere. Tutto il contrario di accumulare, parola che solo a pronunciarla ti fa sentire un nodo in gola e un peso al petto.

Uno dei miei propositi per il 2015 era quello di compiere un lavoro di sottrazione di peso, all’insegna di una nuova leggerezza. Marie Kondo indica una via molto precisa in questa direzione, da intraprendere attraverso due step elementari:

  1. Valuta se un oggetto è da buttare oppure no
  2. Decidi la collocazione di quell’oggetto

Facile, no? No.

Fase 1: lo chiamano ‘Decluttering’

«È possibile provare il significato vero della parola felicità continuando a vivere quasi schiacciati dalle cose?»

Siamo pieni di cose che non ci servono. E fin qui, andrebbe anche bene. Se non che siamo pieni di cose brutte che non ci servono: oltre a non essere utili, portano con sé una punta di disagio che in qualche modo inquina l’ambiente. Sommate tantissimi piccolissimi fastidi che vi riempiono la casa e avrete la coda lunga del disagio. Segue qualche esempio.

Prendi quella tovaglia che ti ha regalato tua madre per la casa nuova. In cerata, toni del beige. Ti senti la pelle sudaticcia e appiccicosa solo immaginando di usarla. È stipata insieme ad altri burazzi e tovaglioli inutili nel comò in sala, “Ma basta un colpo di spugna per pulirlaa!” — la voce delle signora Wolowiz esce dal cassetto ogni volta che lo apri. Nel frattempo hai cambiato tavolo e la misura non è quella corretta. Perché la conservi?

Di questi, ne ho salvato uno. Non vi dico quale.

Prendi quel mini-abitino rosa fluo con la scollatura sulla schiena che scende fino al sedere. Ogni volta che lo guardi, si accede lo stroboscopio. La discoteca! Quanti anni sono passati? Cocktail tremendi serviti in bicchieri di plastica affilata che ti taglia le labbra, gente ubriaca che ti alita addosso, musica distorta che ti spacca i timpani, fiera della mediocrità su dolorosissimi tacchi alti, vince chi va a letto più tardi e tu avevi già sonno prima di uscire. Però — ehi — ti sta ancora bene, no?

Scegliere implica una presa di coscienza forte e non c’è cosa più difficile che rispondere a domande semplici: «Perché possiedo questa cosa? Che significato aveva per me quando l’ho comprata?».

Tocca rivalutare il vero ruolo che svolgono gli oggetti che non riusciamo a buttare. Tocca fare i conti con le proprie imperfezioni, con le scelte discutibili che abbiamo fatto in passato. Secondo Marie Kondo, le ragioni che ci impediscono di buttare le cose sono attaccamento al passato e ansia per il futuro. Decidere che cosa buttare vuol dire vivere nel presente.

Tua madre è adorabile ed è bello che si preoccupi per te, ma questa è casa tua, la tua casa da adulta, e decidi tu che cosa sta dentro e che cosa sta fuori. Buttare via quella tovaglia non ti renderà una figlia peggiore, ma una donna di casa migliore: falle una telefonata in più e svuota quel cassetto.

Quel vestito è trash e poteva piacere solo a quel tamarro del tuo ex, di cui per fortuna ti sei già liberata. Poi, scusa, hai realizzato di aver compiuto 29 anni? Non ne hai più 15 — e adesso che ci pensi, magari non era il caso neanche allora.

Insomma, è arrivato il momento di riconoscere gli scheletri nell’armadio, anche quelli rosa fluo. E buttarli via.

Contro lo spreco

«Se continuerete a indagare sui perché del vostro stile di vita ideale, vi accorgerete di una semplice verità: che liberarsi di qualcosa o possedere qualcosa serve per essere felici.»

Non buttiamo via le cose perché ci sembra uno spreco, e lo spreco ci fa sentire in colpa. Marie Kondo insegna che il vero spreco è quello dello spazio che occupiamo con cose che non ci rendono felici, è quello del tempo in cui ci circondiamo di cose che non ci piacciono più. L’esperienza conta più delle cose:

Ciò che dobbiamo tenerci stretti non sono i ricordi del passato, ma la persona che siamo diventati grazie alle nostre esperienze. Ciò che conta è quello che siamo adesso. Mentre li riordiniamo uno per uno, i nostri ricordi ci insegnano questa verità. Lo spazio in cui viviamo è destinato alla persona che siamo e che saremo, non a quelle che siamo state nel passato.

C’è quindi un solo vero criterio per stabilire che cosa tenere e che cosa buttare. Di ogni oggetto che avete in casa, chiedetevi: “Mi rende felice?”. Gli oggetti che ci circondano sono capaci di suscitare emozioni e le emozioni che proviamo sono la nostra energia, dobbiamo assicurarci che siano positive.

Alla fine, ho buttato 10 sacchi di roba. 10 sacchi di roba inutile che appestavano silenziosi 40 metri quadrati.

Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: — Roba mia, vientene con me! — La roba, Giovanni Verga.

Non poi così silenziosi. Dato che mi sono limitata a svuotare mobili chiusi, era lecito supporre che da fuori non sarebbe stato possibile accorgersi di niente. Nulla poteva apparire cambiato a chi non aprisse le ante dell’armadio, a chi non vedesse tutti i sacchi smaltiti. Non avevo ancora nemmeno spolverato. E invece, quando Matteo è rientrato a casa si è guardato intorno e mi ha chiesto: “Hai pulito il pavimento?”.

No, non avevo pulito il pavimento, ma c’era un’aria nuova in casa. Una luce, un’apertura diversa che scaturisce dallo spazio liberato. Casa nostra è diventata un posto più bello dove stare.

Fase 2: lo chiamano ‘tidying up’

Una volta completata la fase 1, la fase 2 è un gioco da ragazzi. Se invertite le due fasi, siete spacciati.

Marie Kondo spiega un metodo per me nuovo per piegare i vestiti, basato su un orientamento verticale degli oggetti che impedisce di impilarli. In rete è pieno di estimatori che mostrano di che cosa si tratta:

Non ero convintissima, ma una cosa è certa: se in passato riservare soltanto alle femmine i corsi di economia domestica è stato un errore, abolirli del tutto non è stata la soluzione. Non mi sono mai posta il problema di quale fosse il metodo migliore per piegare i vestiti, anche se nel mio piccolo sono un genio con il piumone. Quindi ho seguito Marie Kondo anche su questo punto, e il risultato è stato davvero soddisfacente:

Ora non mi resta che sperare di aver preso le decisioni giuste. E se avessi commesso degli errori?

Anche chi si è pentito di aver buttato via qualcosa non si è mai lamentato. L’esperienza gli ha insegnato che i problemi causati dalla mancanza di qualcosa si risolvono prendendo provvedimenti pratici. (…) Uno dei motivi per cui il disordine vi logora è che dovete cercare qualcosa anche solo per sapere se l’avete o no, e molto spesso, per quanto cerchiate, non riuscite a trovarlo. (…) Invece di farvi sopraffare dall’ansia di cercare senza trovare, prendete l’iniziativa.

Se dovessi aver commesso degli errori, prenderò nuove iniziative.

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