
Viste dai miei quarantatré anni le estati della mia infanzia e della mia adolescenza si confondono, sembrano lontane, i primi anelli della sezione di un albero con la corteccia oramai spessa. Gli odori, le memorie, le voci di allora trascolorano e si intrecciano tra di loro ed eppure sono perfettamente vividi. L’estate era esplosa, improvvisa quanto desiderata, da qualche parte all’uscita di scuola, sull’asfalto arroventato dal sole dei marciapiedi di Roma: volavo a casa, percorrevo Via Teresa Gnoli in un soffio, mettevo la cartella da parte ed cominciavo ad aspettare con impazienza la notte in cui papà ci avrebbe svegliato per partire verso la Carnia. Era fine giugno, e il viaggio in auto durava dieci, dodici interminabili ore: attraverso il finestrino, con gli occhietti ancora assonnati, guardavo il paesaggio mutare con lentezza, dandomi il tempo di comprendere che stavo andando in un luogo diverso da ogni punto di vista, eppure allo stesso modo familiare e caro.
In Carnia l’estate era infinita: era il suono delle campane della chiesa portato dal vento tra le cime degli abeti, l’odore della resina, era lo snodarsi di una serie di pomeriggi piacevolmente interminabili dove giocare sul prato di mia nonna con mia cugina Iginia, spesso con il Cuti, il cagnolino che accudivamo. Giorni silenziosi e sorridenti, tra l’affetto delle due numerose famiglie paterne e materne, leggendo i fumetti e gli Urania di mio zio Nino, coccolato ed allo stesso tempo con un grado di libertà che un bambino di oggi non può nemmeno sognare.
La boa girava il primo di agosto, ed era come se i giorni improvvisamente cominciassero a fuggire.
Le piazze di Forni Avoltri e di Ovaro diventavano gremite: una Carnia brulicante di vita e di voglia di far festa, tra birre, risate e jukebox a tutto volume; dalle varie città gli amici di mio padre tornavano, e con loro le famiglie con i figli, ciao, come stai, che hai fatto quest’anno: i bar del paese lavoravano fino a tardi, ma nessuno protestava. A Forni, per i miei occhi di bimbo, la sagra di San Lorenzo, il dieci agosto, era magnifica e sontuosa; mio padre iniziava quella che con ironia chiamava “la settimana santa”: tutti i suoi amici erano là, e mentre io giocavo libero nei paraggi i miei facevano festa con compagnie di trenta, quaranta persone nel giardino del Sottocorona, quasi non fossero la stessa coppia che a Roma faceva vita riservata e casalinga. Mi piaceva vederli ridere, mi piaceva sapere che erano felici, e mentre correvo per le scale di casa dei nonni, facendo un baccano da ussaro in licenza premio nonostante fossi un pulcino di trenta chili, mi sentivo, di nuovo, perfettamente libero. A riguardare le foto di allora, mi sorprendo a pensare quanto, in fondo, loro fossero ancora dei ragazzi.
Poi arrivava ferragosto, e a ferragosto in Carnia difficilmente è caldo, specie se il termine di paragone è il caldo di Roma: tutti ridevano, bevevano, ma le ombre già stavano cambiando, la luce già si riverberava in maniera diversa sui boschi e sui prati. La festa era all’apice, l’estate era giunta al suo punto più alto: e già il pomeriggio di ferragosto qualcosa era diverso, forse solo anche un mutamento dell’umore. Domani qualcuno della compagnia, a gruppi via via più fitti, si sarebbe accomiatato con un abbraccio, eh, scusate, devo tornare a lavorare a Padova, mi aspettano a Milano, a Brescia ho lavoro. Ed il ritorno a Roma, la salita subito prima del Grande Raccordo Anulare, l’odore familiare di casa quando riaprivamo la porta dopo un mese di assenza si facevano via via più vicini.
La sera di Ferragosto era il punto di non ritorno, il fai festa ora perché poi giungerà l’autunno, ed io odiavo ferragosto: il bimbo sperava che quell’estate non finisse mai.
(15 agosto 2014)