Il mistero del naufragio del 28 giugno nel Mediterraneo

fotografia di Gianni Cipriano

Ricordo l’ultimo giorno che ho sentito la sua voce: era il 27 giugno 2014”, racconta Yafet. “Mi disse che sarebbe partita il giorno dopo, il 28 giugno, o quello dopo ancora. Le risposi di essere forte, di avere cura di sé e della nostra bambina”. Yafet richiamò il 28 giugno ma nessuno rispose al telefono. Continuò a chiamare. Solo il mattino seguente finalmente qualcuno rispose, era un uomo che chiese a Yafet chi stesse cercando. “Segen”, rispose Yafet. “La ragazza con la bambina piccola?”. “Sì, lei”. L’uomo disse che erano partite il giorno prima e mise giù il telefono.

Segen ha 24 anni, un fisico esile, e viaggiava con sua figlia, la piccola Abigail di quasi due anni. Il 28 giugno 2014, sarebbero salite a bordo di una barca in Libia per raggiungere l’Italia. Non erano sole su quel barcone: in tutto c’erano almeno 243 persone a bordo.

Yafet, 27 anni, è il marito di Segen, e mentre lei aveva attraversato la Libia al seguito di un trafficante, percorrendo migliaia di chilometri per arrivare alla costa, lui era rimasto in Sudan. Una volta che Segen e Abigail fossero arrivate in Europa, Yafet le avrebbe raggiunte. Quello era il piano.

Come la maggior parte degli altri a bordo, anche Segen e Abigail erano dei profughi in fuga dall’Eritrea, la “Corea del Nord dell’Africa”, uno dei regimi più repressivi del mondo. Da oltre un anno non si sa più niente di cosa è accaduto a Segen e Abigail, e degli altri duecentoquaranta che viaggiavano su quella barca. Sembra sparita nel nulla nel Mediterraneo. Ma ci dovrà pur essere una traccia di quel naufragio. Le famiglie hanno il diritto di sapere quello che è accaduto.

“Duecentoquarantatré persone, scomparse nel nulla. Giovani, donne, bambini. A nessuno importa. Al resto del mondo non importa”.

Per Yafet e per i parenti delle altre persone che erano su quella barca, l’assenza di certezze è un nuovo tipo di tortura. Shalom, l’altra figlia di Yafet e Segen, oggi ha quattro anni e chiede dove sia sua madre, perché non si fa sentire, perché non chiama. Yafet le dice che Segen è all’estero e che un giorno si ritroveranno tutti insieme. Non sa nemmeno lui a questo punto se sta mentendo o no.

Questo stiamo cercando di scoprire, con la serie-inchiesta di giornalismo partecipativo Ghost Boat di Matter, condotta dal giornalista Eric Reidy e dal fotoreporter Gianni Cipriano, con un team di giornalisti coordinati da Bobbie Johnson e Eliot Higgins.

Yafet e Sagen

I fatti

Per prima cosa, un passo indietro. Al porto di Catania, il 13 maggio 2014, attraccava la nave Grecale della Marina militare italiana, che aveva a bordo 206 persone tratte in salvo e 17 cadaveri.

Da quel salvataggio nel canale di Sicilia, con le testimonianze dei rifugiati, iniziavano le indagini dell’operazione Tokhla (“sciacallo”, in eritreo), della Direzione distrettuale antimafia e della Squadra mobile di Catania. È importante perché conduce fino al possibile naufragio della barca “fantasma” e altri 23 viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani.

Arriviamo al 28 giugno 2014, quando sarebbero dovute partire Segen con sua figlia e gli altri duecentoquaranta profughi. È qui che la vicenda inizia a complicarsi.

Quel giorno, un gommone con una settantina di migranti a bordo riceve i soccorsi in acque internazionali dalla nave “Oreste Corsi” della Guardia Costiera. E vengono arrestati anche i due presunti scafisti.

Il 29 giugno 2014, il giorno seguente, avviene una strage. Vengono trovati 45 morti probabilmente a causa dell’asfissia all’interno della stiva di un peschereccio, soccorso dal pattugliatore “Orione” della Marina militare, che viene rimorchiato a Pozzallo. C’erano oltre seicento persone a bordo del peschereccio, che sono riusciti a sopravvivere.

È dopo quel salvataggio che gli operatori dell’UNHCR (l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) in Sicilia, grazie alle testimonianze di alcuni superstiti sbarcati a Pozzallo, diffondono la notizia che ci sono ancora 70 persone disperse a bordo di un gommone partito dalla Libia il 28 giugno — una notizia confermata dalla Procura di Catania, che apre un’inchiesta.

C’è una seconda imbarcazione, che è stata soccorsa quella stessa notte dal mercantile “Asso 25”. A bordo c’erano 215 migranti che sono stati fatti sbarcare al porto di Empedocle e poi portati a Siciliana (Agrigento).

Non è finita. La nave Vega della Marina militare italiana aveva localizzato un barcone con circa 250 persone a bordo a sud di Capo Passero. Ma non è affatto chiaro se quella imbarcazione era la stessa soccorsa dal mercantile “Asso 25”. Potrebbe essere un’altra.

Era quella la barca su cui viaggiavano Segen, con sua figlia e gli altri duecentoquaranta dispersi? Da qui inizia il mistero della barca “fantasma”.

Che fine ha fatto quella barca “fantasma”? E che fine hanno fatto le persone a bordo?

Nel frattempo, l’operazione Tokhla prosegue e nel corso di un anno le indagini conducono all’arresto di dieci presunti scafisti, che facevano parte di una rete di trafficanti con base a Catania, dove segregavano i migranti in attesa del sucessivo trasferimento, e con contatti a Milano e in Germania.

Il 30 settembre 2015 la Questura di Catania diffonde questa nota stampa: “La misura cautelare, che accoglie gli esiti di un’articolata attività investigativa condotta dalla Squadra Mobile e dal Servizio Centrale Operativo e coordinata dal gruppo specializzato nel contrasto al traffico organizzato di migranti della Procura di Catania, colpisce l’organizzazione internazionale responsabile della traversata conclusa con il tragico naufragio di un’imbarcazione carica di migranti avvenuto in acque internazionali al largo delle coste libiche tra il 27 e 28 giugno 2014 e che ha cagionato la morte di 244 persone senza alcun superstite” — quest’ultimo è un passaggio significativo.

Segen, sua figlia e gli altri duecentoquaranta erano su quella barca o su un’altra? Che fine ha fatto la barca “fantasma”?

Richiamai il trafficante qualche giorno dopo, il 4 luglio”, racconta Yafet a Eric. “Mi disse che aveva parlato con loro al telefono e che erano arrivate e congratulazioni. Gli avevo creduto”. L’uomo all’altro capo del telefono era Measho Tesfamariam, un ventinovenne anche lui eritreo, arrestato nel corso dell’operazione Tokhla.

Oggi è detenuto in un carcere italiano, accusato di associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, in attesa del processo che inizierà a dicembre. Avrebbe fatto parte del giro di trafficanti che ha organizzato almeno ventitré traversate dalla Libia all’Italia tra maggio e settembre 2014. La barca su cui si trovava Segen era una di quelle che Tesfamariam, secondo il pubblico ministero italiano, avrebbe contribuito a inviare nel Mediterraneo.

Anche se le autorità considerano l’organizzazione responsabile di quanto successo a quelle 243 persone, non hanno idea di che fine abbiano fatto. È del tutto possibile che la barca sia affondata, ma in quel caso, per un singolo tragico incidente in mare di quella portata, ci sarebbero quasi sicuramente delle prove, almeno secondo gli esperti — scrive Eric Reidy.

“È davvero strano”, dice Othman Belbeisi, responsabile nazionale per la Libia dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). L’OIM, che tiene documentazione dettagliata delle attività nel Mediterraneo, non ha traccia di operazioni di salvataggio che corrispondano alla descrizione della barca su cui viaggiava Segen.

“Stiamo parlando di più di duecento persone: è un numero difficile da nascondere per un anno intero. È davvero strano che non ci sia stata un’inchiesta ufficiale”.


La pista tunisina

Anche se trovare qualcuno ancora vivo sembrava una possibilità molto remota, Meron Estefanos, giornalista e attivista, è stata in Tunisia per seguire una pista molto particolare e molto strana. La famiglia di una delle persone sulla barca aveva ricevuto una telefonata, in Eritrea, da un numero di telefono tunisino. La persona all’altro capo della linea sosteneva di essere una guardia carceraria e che i profughi sulla barca erano detenuti nel suo carcere, nel sud della Tunisia. Meron era andata a indagare.

Meron ha trascorso giorni a consultare archivi giudiziari e visitare carceri, ma le sue ricerche sono state purtroppo inconcludenti.

Ma sono emerse altre piste da seguire: una guardia carceraria le ha detto di aver sentito di un grande gruppo di africani detenuti in una prigione nella città di Sfax a sud, all’epoca della telefonata. Qualcuno al tribunale di Sfax ha sentito una storia simile, ma non c’è niente di documentato.

“Potrebbe anche essere un’opzione. Potrebbe essere vero. Non credo di poterlo escludere con assoluta certezza”, spiega Lorena Lando, responsabile per la Tunisia dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. “Credo che non possiamo escludere nessuna opzione”.

Nonostante le voci e gli indizi sparsi e le storie sentite, Meron non ha nulla di concreto, nessuna risposta per le famiglie dei dispersi. “È davvero triste quello stanno passando queste famiglie. Vorrei poter dare loro qualche certezza, ma purtroppo non posso”, mi dice. La sua voce si spegne.


Nella terza puntata di Ghost Boat Eric e Gianni sono stati in Tunisia, per indagare sulla pista tunisina della barca “fantasma”. Quello che hanno scoperto è davvero difficile da accettare. Hanno scoperto una fossa comune in cui vengono sepolti i cadaveri dei migranti annegati nel Mediterraneo.


Vogliamo trovare quella barca e tutti voi potete aiutarci

Vogliamo scoprire cosa è successo a Segen, a sua figlia Abigail e alle altre persone su quella “barca fantasma”. E chiediamo anche a voi lettori di partecipare, esaminando le teorie, analizzando i dati e proponendo altre piste da seguire per le indagini. Forse riuscirete voi a scoprire o sapere qualcosa, o anche a vedere qualcosa che a noi è sfuggito finora.

Per questo stiamo raccogliendo prove, esaminando i resoconti e preparando guide pratiche su come cercare risposte. Chiediamo la vostra collaborazione.

Ecco come iniziare

Usate il tag Ghost Boat su Medium, #GhostBoat sui social media, per raccontare quello che riuscite a scoprire sulla barca “fantasma”. Seguite @FindGhostBoat su Twitter e Facebook. Potete aiutarci a scoprire cosa è successo. Proviamoci almeno insieme.