Gli occhi neri di Israele

Bolivia, metà Novembre. Sono sul bus che mi porterà tra le aride e desolate terre del Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande del mondo. Fuori dal finestrino il paesaggio è mozzafiato: canyon rosso fuoco, cielo terso, lama che masticano stanchi i pochi ciuffi d’erba.

Mentre il bus scivola lungo i tornanti, la mia mente fa un balzo improvviso e mi ritrovo a pensare a quanto sia buono il sapore della libertà, a quanto il suo profumo sia avvolgente e la sua risata contagiosa. Sulle mie labbra si disegna un sorriso, così come nei miei pensieri: sono un essere umano libero, sono ciò che ho sempre voluto essere.

Nell’agenzia turistica in cui veniamo catapultate io e la mia compagna di viaggio ci sono poche sedie e molti divani, segno che da queste parti la siesta ha un ruolo fondamentale. Ci accomodiamo su un sofa morbidissimo e aspettiamo pazienti il nostro turno. Se c’è una cosa che il Sud America ti insegna, è l’attesa. Abbiamo imparato a non sbuffare e a non avere fretta, tanto non cambierebbe nulla.

Parliamo con la titolare, contrattiamo il prezzo e ci alziamo soddisfatte della nostra scelta: tra poche ore saremo su un 4X4 che ci cullerà tra le bianche dune del deserto. Siamo così elettrizzate che non ci accorgiamo che dalla porta principale dell’agenzia sono appena entrati i nostri compagni di viaggio, 5 israeliani con i quali condivideremo questi 3 giorni indimenticabili.

In poco tempo ci troviamo pressati nel 4X4, pronti ad affrontare il Salar. Con i ragazzi c’è subito sintonia: a turno ascoltiamo le canzoni dai nostri iPod, che colleghiamo allo stereo dell’auto, parliamo di noi, di come siamo, di cosa ci piace, di come la pensiamo sul mondo e di come vorremmo continuare a vivere questo viaggio.

Al termine dei tre giorni, mentre io e Lety ci prepariamo a salutare gli altri, due di loro ci chiedono se possono continuare il viaggio con noi. Inizia così, al confine tra Bolivia e Argentina, una delle esperienze più interessanti della mia vita.

Viaggiare con persone che vivono una realtà diversa dalla tua, che hanno una cultura diversa dalla tua, che pensano in maniera diversa da te, può rivelarsi un vero disastro. Ma può anche essere la molla che ti fa scattare qualcosa dentro, il segnale che ti avvisa che fin qui hai fatto bene, ma puoi anche fare meglio.

Che le cose non sarebbero state mai più come prima l’ho capito al controllo doganale, pochi chilometri a Sud della frontiera: ci dividono in due file, maschi e femmine, e i ragazzi israeliani iniziano a scherzare sulla selezione, l’iter al quale gli ebrei erano sottoposti prima di accedere al campo di concentramento. Non riesco a ridere e inizio, anche un po’ ingenuamente, a fare domande: non gli pesa scherzarci? Mi raccontano che il sorriso è tutto ciò che gli resta, che l’orrore dell’olocausto è vivo tra loro, ma è anche una di quelle cose così radicate nella cultura da essere diventato materia di humour nero. E allora rido anch’io, insieme a loro.

I giorni passano rapidamente, forse troppo. Ogni istante diventiamo più vicini: le culture iniziano a mescolarsi — eh sì che ci è toccato fermarli quando volevano condire la pasta con l’avocado! — e la fiducia cresce di secondo in secondo. Dei primi sguardi, quelli un po’ titubanti e imbarazzati, scambiati mentre salivamo sul 4X4, non è rimasto granché. Ora ci sono grandi sorrisi, voglia di passare il tempo insieme e senso di appartenenza ad un gruppo che più improvvisato di così non si poteva!

Gli spostamenti sono l’occasione per far ascoltare ai ragazzi le canzoni italiane: un auricolare per uno, come ai tempi del liceo, e la mia voce che traduce le parole affinché l’altro possa capire il testo. Far arrivare ad un ebreo il significato di “Auschwitz” di Guccini e vederlo quasi commuoversi è qualcosa di unico al mondo. Un’emozione che solo pochi possono dire di aver provato.

Le cene diventano trionfi di pasta, vino e dolci. E i dopocena si trasformano in lunghi discorsi, a volte fin troppo filosofici. E così capita che una sera mi ritrovo con le lacrime agli occhi a parlare del Portico di Ottavia: mi sento nuda, senza difese. Uno di loro mi abbraccia e mi ricorda che sentirsi in colpa per qualcosa che non si è fatto non ha senso. Mi dice che l’unica cosa che possiamo fare ora è cercare di fare in modo che cose del genere non accadano mai più. Nella mia ingenuità gli chiedo perché, allora, stiano continuando a massacrarsi dalle sue parti. Maoz chiude gli occhi, volta la testa e allontana le risposte: non ne vuole parlare.

Dopo dieci giorni trascorsi tra quebradas, vini, sole, montagne e paesaggi mozzafiato, ci dividiamo: prendiamo un pullman che ci porta a Tucumàn. Da lì le nostre strade si divideranno: io e Lety andremo a Cordoba, Maoz e Mish a Buenos Aires.

Sul pullman per Tucumàn sono seduta accanto a Maoz e canto una canzone sulla libertà. Come sempre gliela traduco. All’improvviso lui ferma la musica, mi guarda con quegli occhi scuri, quasi impenetrabili, e mi gela: “Sai, io qui sono libero: faccio come voglio, vivo come voglio, penso come voglio, amo chi voglio. Ma quando tornerò a casa non sarò libero: Israele mi chiederà il conto. È come se mi dicesse — Hai fatto come volevi. Ora tocca a me prendermi ciò che mi spetta. — Ci penso ogni giorno da quando sono arrivato qua”.

Resto in silenzio. E per un attimo mi sembra che tutto il pullman sia in silenzio. Non sento nulla. Solo quelle parole, dette da un medico 25enne su un pullman che attraversa l’Argentina.

“Quando torno a casa — continua — devo servire l’esercito per 5 anni. Potrei non farlo, potrei comportarmi male o farmi cacciare, così eviterei di passare 5 anni della mia vita al fronte. Ma sono un uomo. Ho delle responsabilità. Io non ho scelto la guerra, ma sono israeliano. La mia famiglia è israeliana. I miei concittadini sono israeliani. Chi lascerebbe sola la propria famiglia? Chi scapperebbe di fronte a persone con le quali condivide la storia?”

Sento un nodo stringermi forte la gola: mai avevo pensato, nelle mie varie considerazioni sul conflitto israelo-palestinese, al capitale umano. Mai avevo pensato che potessero esistere persone che sentono che tutto questo non ha senso, ma che sono portate a combattere dal senso di responsabilità nei confronti degli altri, che considerano esseri umani proprio come loro. Mai avevo pensato al peso che possono portarsi dietro nel momento in cui uccidono altre persone. Ma soprattutto, mai e poi mai avrei pensato che un ragazzo di 25 anni potesse non essere libero.

Non voglio dire, con questo, che mi schiero a favore di Israele in questo conflitto, né, tantomeno, che prendo le parti della Palestina — anche perché questo giochino degli schieramenti mi ha davvero stancata. Voglio solo far riflettere su quelli che sono i pensieri di un ragazzo di 25 anni, un medico che tra poco andrà al fronte a combattere una guerra che non vuole combattere. Una guerra che per noi è fatta di armi, interessi e stupide convinzioni, mentre per chi vive da quelle parti è fatta di persone che sono private, da una parte e dall’altra, della libertà. Che sia libertà di scelta, di vita o di pensiero. Non ne hanno.

Da quel 25 Novembre ho rivalutato la mia libertà, da quel 25 Novembre ho seguito il conflitto in modo diverso, da quel 25 Novembre non mi permetto più di giudicare una situazione della quale conosco solo poche briciole di verità. Da quel 25 Novembre guardo la guerra israelo-palestinese anche attraverso gli occhi neri di Israele, quelli di Maoz.


    ➤➤ Segui Medium Italia anche su Twitter | Facebook | RSS
Show your support

Clapping shows how much you appreciated Giulia Avolivolo’s story.