Graphic novel vs film-fumetto: la resa dei conti

Difficile immaginare che una stagione così prolifica per i comics americani come gli anni ’80 potesse diventare il trampolino per il conformismo e la prevedibilità dei film-fumetto degli ultimi 15 anni

Di Fabio Severo

(Pubblicato su IL Magazine — Il Sole 24 Ore, 11/5/2016)

I fumetti dei supereroi sono diventati improvvisamente adulti trent’anni fa, quando nel 1986 sono usciti Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Watchmen, due graphic novel che raccontavano storie di eroi mascherati depressi, invecchiati, rabbiosi. Il primo, scritto e disegnato da Frank Miller, racconta la storia di Batman che dopo una lunga assenza ritorna in azione a più di cinquant’anni di età, in una Gotham City devastata dal crimine. Watchmen, scritto da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons, è ambientato in un 1985 distopico in cui USA e URSS sono sull’orlo della guerra atomica e i vigilanti mascherati, un tempo parte della società civile, sono stati messi fuorilegge.

Molti film di supereroi di oggi sono ispirati a quelle atmosfere: su entrambi i fumetti ha messo le mani Zack Snyder, prima con il film Watchmen (2008), adattamento feticista sia visivamente che nell’utilizzo del testo originale, e quest’anno con Batman v Superman: Dawn of Justice, che del fumetto di Miller riprende diverse cose (il Batman ingrigito, la scena della lotta contro Superman, la cupezza generale). Anche il recente Captain America: Civil War si basa sul conflitto tra eroi un tempo amici e sull’esistenza problematica di semidei in un mondo reale: come in Watchmen, anche qui la premessa dello scontro nasce da una regolamentazione imposta ai supereroi dalle autorità: siete troppo potenti e pericolosi, dovete operare sotto la nostra autorità. Alcuni accettano, altri no, e allora combattono tra di loro. La storia è un adattamento dell’omonima miniserie a fumetti scritta da Mark Millar, che da Moore e Miller ha ripreso il tema del vigilante mascherato calato in un mondo realistico (anche in Kick-Ass, da cui sono stati fatti due film).

“Alan (Moore) ha fatto l’autopsia al mondo dei supereroi, io gli ho fatto il funerale con la banda”, ha detto Miller. “Eravamo come dei fan ormai cresciuti, che dicevano addio agli amati eroi dell’infanzia“. Mai funerale è stato più prolifico: in meno di un decennio Frank Miller ha reinventato il personaggio di Daredevil e creato la comprimaria Elektra, oggi riproposti su Netflix nelle stesse strade buie e sporche dei suoi fumetti dei primi anni ’80; oltre al Cavaliere Oscuro ha riscritto le origini di Batman nella miniserie Year: One (1987), da cui hanno preso molto il Batman di Christopher Nolan e la serie tv prequel Gotham. Moore prima di Watchmen aveva fatto V for Vendetta, e subito dopo ha lavorato anche lui su Batman con The Killing Joke (1987), una storia nerissima dove Joker rapisce il commissario Gordon dopo aver sparato alla figlia, e poi lo butta nudo in mezzo alle giostre di un luna park abbandonato. Quest’anno la DC Comics ha realizzato un film di animazione tratto da The Killing Joke, addirittura vietato ai minori.

In realtà la tragicità dei loro lavori è presto diventata trucco per svecchiare il genere, e di lì a poco serbatoio di idee e di trucchi per la sua rinascita cinematografica. Difficile immaginare che una stagione così prolifica per i comics americani come gli anni ’80 potesse diventare il trampolino per il conformismo e la prevedibilità dei film-fumetto degli ultimi 15 anni: il tono dark tiene giusto per confezionare un trailer teso, dove si fa una promessa che non viene quasi mai mantenuta. Ci sono la notte, la pioggia, i mantelli lacerati, le voci cavernose, ma poi nei film tutti quei momenti in apparenza carichi finiscono sempre per diluirsi nella storia inzeppata di personaggi che avranno i loro film futuri, nel canonico montaggio serrato, nell’azione tutta spezzettata che non raggiunge mai un’autentica dimensione epica. Non hanno sensualità, non hanno cinetica, né fantasia.

Le pagine che li hanno ispirati erano invece pieni di sperimentazioni grafiche, cromatiche, vivevano di accelerazioni e di pause improvvise. La storia era pensata per essere letta e per essere osservata al tempo stesso, e leggerli da adolescente era un’esperienza scioccante: da qualche parte in quelle tavole c’erano nascosti dei supereroi, ma erano sepolti da esplosioni di segni, macchie di aerografo, testi lunghissimi, scene astratte. Miller e Moore usavano i comics come un seminato in cui muoversi, ma solo per sovvertirli dall’interno, per usarli come pretesto per una ricerca che andava oltre la narrazione di genere. Oggi tutte quelle deviazioni dal canone che hanno inventato trent’anni fa sono diventate la facciata dietro cui vendere prodotti standardizzati, una maniera buona per fare il poster e l’intreccio con cui vendere il film.

Alan Moore è uno dei pochi autori a aver parlato contro gli adattamenti cinematografici, dissociandosi da tutti i progetti realizzati sui suoi lavori. “Se vediamo il fumetto soltanto in relazione al cinema, allora il meglio che se ne può trarre sono film statici”, ha detto Moore in un’intervista. “Tutte le informazioni che puoi mettere in una tavola, gli accostamenti tra quello che dice un personaggio e quello che si vede sulla pagina… In un certo senso la maggior parte di quello che ho fatto dalla fine degli anni ’80 in poi è stato pensato per essere infilmabile”. Non ha voluto saper nulla neanche dell’adattamento di Watchmen fatto da Snyder, versione adulta e nera quanto l’originale ma priva di reale ispirazione, l’omaggio devoto di un regista tanto bravo a costruire una scena a effetto quanto privo di intelligenza emotiva.

“Penso che il cinema attuale sia molto prepotente. Ci imbocca, e di conseguenza annacqua il nostro immaginario collettivo” aveva detto Moore a proposito del progetto di Snyder. “Come se fossimo degli uccellini appena nati, che aspettano a bocca aperta di essere nutriti con i vermi rigurgitati da Hollywood. Il film di Watchmen mi sembra un altro mucchio di vermi rigurgitati. Io sono stufo dei vermi. Non possiamo mangiare qualcos’altro?”

La colpa della nostra era del cinema a fumetti è quella di produrre film privi di una propria poetica, di una voce. Quando Tim Burton ha fatto i primi due Batman, c’era qualcosa del tono dark di Miller, ma trasfigurato in una fiaba nera che poteva venire soltanto da Burton. Oggi non ci sono veri autori messi a dirigere film del genere, e quello che potrebbe essere uno vero spettacolo diventa l’equivalente di guardare una gif per due ore di seguito. Si sa tutto dall’inizio, e lo si va a vedere proprio perché è quello che ci aspettiamo. I grandi graphic novel di supereroi usciti trent’anni fa erano stati creati con un altro scopo, volevano essere romanzi popolari per immagini. Volevano meritarsi la definizione di graphic novel che ha dato Art Spiegelman, il cui Maus è uscito in volume per la prima volta sempre nel 1986: “un fumetto lungo e ambizioso, che ha bisogno di un segnalibro e merita di essere letto e riletto”.