“Have a decent day”: Dismaland, Banksy, Bristol e tutto il resto


Bristol — casa natale di Massive Attack, Portishead, Tricky — è, in effetti, una città molto trip-hop. Non serve, per capirlo, aggirarsi tra grigi sobborghi cadenti o zone industriali dismesse: basta scendere verso la Marina, in pieno centro, sul canale alimentato dal fiume Avon che attraversa da est a ovest l’abitato. Qui è ormeggiata una fedele replica di The Matthew, il vascello con cui nel 1497 il veneziano Giovanni Caboto, partito proprio da Bristol, scoprì per primo le terre del Nord America, e poco più avanti si può salire a bordo della SS Great Britain, storica nave passeggeri a vapore, progettata dal grande ingegnere Isambard Kingdom Brunel, che a metà dell’Ottocento faceva la spola tra Bristol e New York. Monumenti galleggianti che raccontano un passato fatto di grandi viaggi e commerci fiorenti, ma che, relegate ad attrazioni turistiche, svelano anche un presente non più tanto glorioso.

Una passeggiata a Bristol.

La città è viva, senza dubbio in movimento. Lo si nota dai gruppi di ragazzi che passano indaffarati lungo il canale, sotto l’ombra delle vecchie gru in ferro scuro che incombono dall’alto. E lo si capisce da posti come lo M Shed, un vecchio magazzino dismesso trasformato in Museo della Città che custodisce di tutto: da vecchie biciclette (a Bristol le due ruote sono molto popolari) ad omaggi alla pluri-premiata Aardman Animation (ci sono statue di Shaun the Sheep sparse in ogni piazza e angolo di strada: un’iniziativa legata a una raccolta fondi benefica), da vetrine che custodiscono memorabilia delle proteste dei lavoratori nella seconda metà del ‘900 fino ad una toccante stanza tutta dedicata alla tratta degli schiavi, di cui Bristol è stato il centro principale per il Regno Unito. Un passato ingombrante e spesso controverso che la città abbraccia senza censure. C’è anche un’intera sezione dedicata alle persone comuni, ai bristoliani qualunque, che mette in mostra pezzi di vita legati alla città: vecchie tute da lavoro e fotografie, soprabiti e giacche da rocker, stivali da pioggia e ombrelli colorati, biglietti di concerti dei Suede, dei Blur, e chiaramente, dei Massive Attack.

Con i suoi negozi di vestiti usati e le botteghe d’artista, le vetrine di oggetti di design e i caffè in stile minimal, Bristol ce la mette tutta per reinventarsi città vibrante, artistica e creativa. E in buona parte ci riesce. Quello che non può fare, però, è liberarsi di quella patina prettamente inglese, che qui — saranno le dimensioni ridotte dell’abitato, i ricordi di fasti imperiali e commerciali da tempo dismessi, oppure la pioggia sottile che non concede tregua — sembra moltiplicata all’ennesima potenza. Nel grigio-azzurro perenne del cielo, nel grigio-rosso degli edifici in mattoni, nel grigio-bianco dell’acqua che scorre per i canali, nel grigio-nero delle gru per il carico-scarico merci. Ce la mette tutta Bristol, ma ogni volta che si alza lo sguardo gli occhi fanno fatica ad individuare l’orizzonte, come fossero intorpiditi da aria troppo densa, fumosa. Sarà solo una suggestione dettata da una banale associazione mentale, ma muovendosi per la città tornano di continuo in mente le note di Numb. Gli anni passati da quella canzone sono più di venti, ma il bagaglio ingombrante del caro vecchio, deprimente trip-hop fatica a scomparire.

Vecchi Banksy che mostrano il peso degli anni passati.

Stando alle biografie più o meno ufficiali, Banksy a Bristol è nato e cresciuto, e su queste strade ha dato il via alla sua carriera di artista visionario e sovversivo. Le sue opere spuntano qua e là sui muri, tanto in stretti vicoli nascosti che in luoghi centrali e affollati. I bristoliani appena usciti dall’ufficio e diretti a casa o al pub più vicino passano veloci senza farci caso. I turisti, invece, si fermano, puntano il dito, fotografano. Per loro c’è una ampia offerta di tour guidati che promettono di svelare tutti i graffiti d’artista nascosti tra le pieghe della città, e non manca ovviamente una app che geocalizza le opere una ad una. L’annosa, complessa questione del rapporto tra street art e musei, tra arte di strada, libera e “povera”, e arte istituzionale, da galleria e “da salotto”, si complica ulteriormente quando è la città stessa, con i suoi muri di mattoni, a diventare un museo.

Forse è anche per questo che per il suo “ritorno a casa” — dopo New York, dopo Gaza — Banksy ha scelto sia di uscire dal centro di Bristol che di abbandonare stencil e pareti. E ha scelto anche di svicolare dalla “precarietà temporale” alla base di ogni opera di street art (può durare decenni stampata su un muro o può durare fino a domani, quando qualcuno deciderà di cancellarla). Dismaland — Bemusement Park ha aperto il 22 agosto e chiuderà il 27 settembre. Banksy — che lo ha ideato e costruito insieme ad altri 58 artisti — dice che è “un parco divertimenti per famiglie dedicato alle disuguaglianze del mondo e alla catastrofe imminente”. Un’operazione imponente, spiazzante, sfuggente. Con una data di scadenza.

Attrazioni di successo a Weston-Super-Mare.

Dismaland è a una mezz’ora di treno da Bristol. Il posto si chiama Weston-Super-Mare, piccola cittadina sulla costa del Sumerset, poco a sud di Portishead e quasi di fronte a Cardiff. In quel braccio di mare — chiamato Bristol Channel — che separa il Galles dalla Cornovaglia e che ai tempi d’oro dell’Impero era la via diretta di collegamento tra Londra e il Nuovo Mondo.

“Il posto è stato facile da trovare. Sono venuto qui ogni estate per i primi 17 anni della mia vita”, dice Banksy. E guardandosi intorno non si fa fatica a crederlo. L’aspetto è in tutto e per tutto quello della classica cittadina balneare inglese. L’ampio lungomare sorvegliato da una fila ininterrotta di case in mattoni, gli edifici ottocenteschi e i vecchi alberghi che spuntano qua e là nelle strade interne, il lungo molo che si getta in mare e conduce ai fasti d’altri tempi del Grand Pier. Una Brighton più piccola, più grigia, più triste. E in evidente decadenza. Un tempo meta favorita dagli inglesi che con l’estate accorrevano in massa dalle campagne e dalle grandi città per affollare la spiaggia e le attrazioni del lungomare e che oggi preferiscono invece raggiungere luoghi più caldi e più assolati grazie a comodi voli low cost.

Il piccolo paese ce la mette tutta per aggrapparsi alla sua identità storica, e qualcuno ancora resiste: un acquario indicato con grandi cartelli e fotografie un po’ scolorite, un festival di sculture di sabbia con strane statue e alti castelli pieni di torri, una solitaria e deserta ruota panoramica. Guardandosi intorno l’impressione è che siano gli ultimi avamposti di una battaglia ormai persa contro un declino che sembra inarrestabile. L’unico luogo animato — con una lunga coda di persone in attesa di entrare — è il sito dove un tempo sorgeva il Tropicana, vecchio parco divertimenti chiuso da anni e oggi tornato in vita con un nuovo nome e un aspetto molto diverso dall’originale. Una rinascita artificiale e innaturale che vede Banksy nel ruolo del dottor Frankenstein e Dismaland in quello del mostro.

Comunicazione di servizio.

“Have a decent day”, dice con voce depressa uno dei tanti figuranti con orecchie da Topolino e pettorina rosa mentre distribuisce sgraziato i depliant con la mappa del parco. Sopra si legge “Welcome to… Dismaland. A festival of art, amusements and entry-level anarchism”.

“Dismaland — spiega Banksy — è un esperimento che tenta di offrire qualcosa di meno definito del classico parco a tema”. E in effetti è così. Perché non si può certo dire che Dismaland non sia un parco a tema. E non si può dire nemmeno che non sia un parco divertimenti. Anzi, in quanto “parco divertimenti” l’approccio è quasi filologico: le attrazioni che ti aspetti ci sono tutte, dalla giostra con i cavallini al tiro al bersaglio, dalla pesca delle paperelle al mini-golf, fino alle classiche barchette radiocomandate. Solo che tra i cavallini della giostra uno è appeso per le gambe sopra ad un uomo in tuta bianca e mascherina seduto su due scatoloni con su scritto “Lasagne”, nel tiro al bersaglio bisogna cercare di ribaltare un’incudine di ferro lanciando delle palline da ping-pong, le paperelle gialle galleggiano su acqua sporca e sono coperte di petrolio, il mini-golf si chiama in realtà Mini Gulf ed è allestito tra vecchi barili e pompe di benzina, le barchette radiocomandate sono ricolme di migranti, sbattono una contro l’altra e navigano tra corpi galleggianti.

Le attrazioni che ti aspetti ci sono tutte, e tutte sono state in qualche modo manomesse, modificate, mutate in qualcosa di diverso. Ma non troppo, non fino in fondo. Nella loro essenza sono ancora delle giostre perfettamente funzionanti. Ed è qui che nasce il senso di bemusement, di smarrimento, di confusione che accompagna chi si aggira per il parco, invitandolo di continuo a fare la propria parte, a stare al gioco, a interpretare un ruolo preciso: quello di allegro visitatore che si diverte passeggiando tra gli orrori. Perché è soltanto così che Dismaland può funzionare, può riempirsi di significato: facendoci sporcare le mani, partecipare alla tragedia, diventare complici.

E proprio come accade fuori dalle quattro mura del parco, la consapevolezza di questo ruolo imposto e (forse?) inevitabile varia a seconda dei casi, tra allegre famiglie con bambini, hipster esaltati e perplessi signori di mezza età. Ognuno è chiamato a trovare il proprio posto nel continuum tra favola patinata e amara realtà che pervade ogni attrazione: lo scivolo colorato che si getta nel laghetto dal portellone di un minaccioso blindato della polizia, lo spazio per i bambini che offre prestiti per comprare giocattoli (da ripagare poi — più interessi — con i soldi della paghetta), lo spettacolo dei burattini che mette in scena una storia di violenza domestica, fino ad arrivare al castello di Cenerentola — ricoperto di lamiera arrugginita e cadente — che mostra il dopo happily ever after, con la carrozza-zucca coinvolta in un incidente mortale simile in ogni dettaglio alla fine della principessa Diana.

Barchette radiocomandate.

Dismaland è un enorme gioco di specchi deformanti con cui Banksy, più di ogni altra volta, mette al centro chi partecipa, rendendo i visitatori al tempo stesso animatori dello spettacolo — è la loro presenza a rendere vivo il parco, a creare l’illusione — e sue vittime. Ma dentro Dismaland Banksy crea anche delle vie d’uscita da questo gioco, dallo straniamento, dal cortocircuito. Due spazi esterni al frame del “parco divertimenti” dentro cui rifugiarsi. Senza speranza, però, di trovare consolazione.

Il primo è una vera e propria galleria d’arte che espone le opere della sessantina di artisti che Banksy ha coinvolto nell’operazione. In apertura c’è un altro classico da parco dei divertimenti: la pista dell’autoscontro. In questo caso però il pubblico è solo spettatore. L’opera (di Banksy, già comparsa in un allestimento simile nella sua residency per le strade di New York del 2013) si chiama “Dance of Death” e mostra la morte, con falce e cappuccio, fare il suo lugubre, lento ingresso su un’automobile giocattolo per poi scatenarsi d’improvviso in pista sulle note di “Stayin’ Alive”. Da lì in avanti lo spazio è un susseguirsi di trovate brillanti (le piante ricavate dalle scatole di surgelati di Caroline McCarthy, il fungo atomico che è anche una casa sull’albero di Dietrich Wegner, le bambole di porcellana tatuate di Jessica Harrison), sabotaggi pop (l’Arabia Saudita in salsa Disney di Huda Beydoun, le scatole di cereali di Jani Leinonen, la palla da spiaggia sospesa in aria sopra decine di lame di coltello di Damien Hirst) e meraviglie visive (i fotomontaggi di Amir Schiby, il surrealismo di Brock Davis, i “diagrammi satirici” di Josh Keyes). E nell’ultima sala, appena prima di tuffarsi nuovamente tra le attrazioni del parco, un altro classico dell’infanzia: il modellino. Che in realtà in questo caso è un enorme, dettagliatissimo plastico, realizzato da Jimmy Cauty. Il soggetto? Una città ritratta nei momenti immediatamente successivi ad una sollevazione civile di massa: polizia ovunque, lampeggianti, auto rovesciate, strade bloccate. Un’immagine di ciò che può nascondersi oltre l’orlo dell’abisso.

Lotta al degrado.

Anche perché il grande plastico di Jimmy Cauty funziona da collegamento perfetto con il secondo “spazio esterno” di Dismaland, quello dell’attivismo, che ha il suo fulcro nel “Museum of Cruel Objects”, dove ogni sorriso più o meno ironico e ogni sguardo divertito si spegne di colpo. Allestito dentro un autobus dipinto completamente di nero, il piccolo ma affollato museo (curato da David Gindon) è una riflessione lucidissima, disturbante ed estremamente dettagliata sul design degli oggetti pensati per il controllo e la violenza: dalle armi in dotazione alle polizie di tutto il mondo alle barriere anti-migranti, dalle telecamere di sorveglianza fino ad arrivare alle moderne panchine pubbliche, appositamente progettate per evitare che le persone senza dimora le usino per dormire. Un percorso claustrofobico, che è un sollievo lasciarsi alle spalle finendo, una volta scesi dall’autobus-museo, direttamente dall’altro lato della barricata, in una tenda ricoperta di striscioni e manifesti di protesta (splendidi quelli storici di Ed Hall) e in uno spazio dove artisti, gruppi e associazioni mostrano il loro lavoro, in positivo, per cambiare un poco le cose.

“This is the place for you — a vibrant new world that provides an escape from mindless escapism”, si legge nel depliant distribuito all’ingresso. Prendere un classico luogo di svago leggero come può essere un parco divertimenti e sabotarlo da cima a fondo con iniezioni mirate di cruda realtà: è l’idea di base di Dismaland, il livello zero. Tutto quello che viene dopo è nelle mani del pubblico; il che — va detto — rende l’intera operazione molto rischiosa. Perché una visita a Dismaland può finire per sembrare semplicemente una collezione di trovate deprimenti e tristi: un’esperienza, in effetti, dismal. O al contrario il cortocircuito può tornare al punto di partenza e, chiudendo un occhio o anche tutti e due, un giro per il parco può finire per rivelarsi davvero divertente. Alla fine, forse, il senso dell’operazione è proprio questo: un invito (pressante) a calcolare con cura il proprio livello di cinismo, ad analizzare il modo con cui siamo capaci di regolare empatia e distacco, davanti alle notizie sui giornali, in televisione, online, o anche solo camminando per strada, guardandoci intorno. A continuare a credere nelle favole, insomma, ma a dubitare al tempo stesso di ogni consolatorio happily ever after.


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