Heidi Rockarolla

È uno dei raduni rockabilly più importanti del mondo. Il suo nome è Hangar Rockin’ e si tiene nei dintorni di St. Stephan, fra le montagne della Svizzera. Un tripudio di basettoni, muscle car e gonne a pois. Una bolla sospesa nel tempo che trasmette sicurezza. Perché è bello ritornarci ogni volta e ritrovare tutto, ogni volta, come lo si è lasciato

di Alberto Capra
foto di Luca Gambino


Più che un decennio, gli anni Cinquanta sono uno stato mentale. Il rock, le pin up, le muscle car sono soltanto la scenografia di un periodo di cui tutti abbiamo un ricordo, pur senza averlo effettivamente vissuto. Un luogo dello spirito che per alcuni è presente, è adesso. Una parentesi giocosa in cui rifugiarsi, di tanto in tanto, per ritrovare tutto, ogni volta, come lo si è lasciato.

Tra tutte le sottoculture che la modernità è riuscita a produrre non ne esiste probabilmente un’altra così trasversale e al contempo integralista. Nessuna, come quella che ha come riferimento il rock’n’roll e tutto quel variopinto mondo che viene identificato con l’espressione rockabilly. Dalla Londra dell’Ace Cafe ai ritrovi dello Yoyogi Park, dal Viva Las Vegas Rockabilly Weekend, il festival più grande al mondo, fino alle montagne della Svizzera.

Pronti al decollo

Tra gli eventi clou del weekend c’è la gara di accelerazione che si tiene sulla pista d’atterraggio ormai in disuso, al centro della valle: in questa foto, una Vespa Super Sport 180 sfida una Vespa Rally 200 nella categoria Vespa over 150 centimetri cubi. Nella pagina accanto. Godersi il sole, dopo un temporale, in una Chevrolet Chevelle SS.

Bosco e segheria

Una BMW R-26 assieme al suo fiero proprietario di fronte alla segheria, tutt’ora attiva, che si trova poco prima dell’aereoporto in disuso dove ha luogo l’Hangar Rockin’; dopo la pioggia, greaser e rocker decidono la linea di partenza per la gara di accelerazione; la Triumph T 100 a telaio rigido, motore pre-unit e cambio separato del Freunde Historischer Renn-Motorräder, uno dei numerosi club che ha preso parte all’evento.

È qui che nei dintorni di St. Stephan, non lontano da Losanna, si tiene, da oramai sei anni, Hangar Rockin’, un oldstyle event — come lo chiamano gli organizzatori — giunto alla sua quattordicesima edizione. (quest’anno il 3 e il 4 luglio, info su hagarrockin.com). Due giorni di festa, al centro di un aeroporto militare oramai dismesso, in cui un migliaio di persone si ritrova per condividere proprio quel desiderio di evasione che soltanto la celebrazione del rock e dell’estetica che gli anni Cinquanta e Sessanta hanno saputo esprimere, riesce a soddisfare. Due giorni a cui abbiamo preso parte come pesci fuor d’acqua, come osservatori delle Nazioni Unite: accolti con simpatia, quasi con compassione, senza essere mai davvero della festa.

Il rock, le pin up, le muscle car sono soltanto la scenografia di un periodo di cui tutti abbiamo un ricordo, pur senza averlo vissuto

Noi curiosi, interessati, ma comunque moderni, contemporanei. Intorno a noi, una Svizzera da cartolina, fatta di prati verdi, montagne e fiori di campo. Una valle, a quattro ore di macchina da Milano, al cui centro trova posto una lunga striscia di asfalto oramai consunto. Un campeggio di fortuna, una serie di auto e di moto, parcheggiate tutte in fila. E poi un sacco di gonne a pois, larghe, lunghe fino ai piedi.

Nonostante l’Hangar Rockin’ abbia luogo in estate, la neve continua a dare mostra di sé fra le cime che fanno da sfondo alla pista d’atterraggio. A sinistra. Gli interni pesantemente rivisitati in chiave racing, di un’auto pronta a gareggiare. Nella pagina accanto. Anche i fotografi ufficiali riflettono lo stile dell’evento: la ragazza scattava con una Leica M8 digitale. Seni prorompenti ostentati come a un raduno — appunto — e tatuaggi, tanti tatuaggi, old school, manco a dirlo. Brillantina e basettoni, ciuffi degni di James Dean, sopra a giacche di pelle, jeans e stivali.

Niente musi lunghi da queste parti, niente paranoie. Qui nessuno balla davanti alle casse, nessuno litiga, nessuno si impasticca: solo salamelle, birra e sorrisi grandi così

Se il sabato è dedicato al mercatino vintage, ai concerti e all’esibizione dei mezzi presenti (tutti rigorosamente antecedenti al 1968), la domenica è il giorno delle gare di accelerazione, secondo la migliore tradizione hot rod. Niente musi lunghi da queste parti, niente paranoie. Qui nessuno balla davanti alle casse, nessuno litiga, nessuno si impasticca: solo salamelle, birra e sorrisi grandi così. Perché gli anni Cinquanta sono quella cosa lì: ottimismo, sfrontato ottimismo, dopo una guerra che ha cambiato la storia e davanti a un mezzo secolo che si sarebbe rivelato intenso come mai prima. La stessa voglia di vivere che hanno portato alla manifestazione le nostre vicine di tenda. Una volta arrivate, messe giù da gara, ci hanno dato solo i loro sorrisi (purtroppo), prima di tenerci svegli tutta la notte, per le urla che una compagnia di tedeschi è riuscita a strappare loro di bocca. Roba bella, roba vera. Uno stato mentale, appunto, una specie di Star Gate la cui entrata è nella Svizzera centro-occidentale e la cui uscita arriva dritta dritta nell’America di Happy Days, American Graffiti e in qualche altro film senza Ron Howard.

Legno e vecchi ferri

In senso orario. Una monocilindrica Omega, marchio inglese attivo a cavallo tra gli anni venti e trenta, successivamente rilevato da John Alfred Prestwich; una Peugeot 203, prodotta tra il 1948 e il 1960, con il suo proprietario; alcuni capi di una bancarella di vestiti, in vendita nella zona del mercato vintage. Il bello dell’Hangar Rockin’ è proprio questo: è un evento con BBQ, campeggio libero nel prato davanti al vecchio aeroporto, alcol e bancarelle più o meno improvvisate che vendono di tutto, da pezzi di macchine e moto, a dischi e abiti.

Una liberazione per chi, in quel momento storico avrebbe voluto nascerci o pensa di esserci ancora. Un luogo in cui sentirsi a casa per queste persone, il massimo della libertà, un evento in cui poter esprimere loro stesse. Come la famiglia che abbiamo incontrato sulla strada per il raduno: una giardinetta americana, un porta pacchi sommerso di valige sul tetto, due bambini legati sul divanetto posteriore, una giovane mamma, acconciata con un foulard a tenerle i capelli, a sistemare loro le cinture.

Una specie di Star Gate la cui entrata è nella Svizzera occidentale e la cui uscita arriva dritta dritta nell’America di Happy Days

Tutto normale, tutto ordinario, se non fosse per il tipico albergo di montagna, alle loro spalle, per una Svizzera che non è Milwaukee, per un presente — il nostro — che sembra correre su un binario diverso da quello di questa gente. Una sorta di understatment il loro, in questo tripudio di esibizionismo, una naturalezza che ci ha scioccato, un vero e proprio corto circuito — dove siamo? siamo noi quelli sbagliati? — capace di portare con sé un’intuizione, un’epifania: all’Hangar Rockin’ non si celebrano gli anni Cinquanta, all’Hangar Rockin’ gli anni Cinquanta semplicemente sono, ogni anno. Ogni volta.


Originally published at www.ridersmag.com on April 15, 2015.

     ➤➤ Segui Medium Italia anche su Twitter | Facebook | RSS
One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.