fotografia di Gianni Cipriano

“Ho fatto un sacco di soldi con i viaggi dei migranti nel Mediterraneo”

Jamal “al-Saudi” avrebbe organizzato la traversata della “barca fantasma” su cui viaggiavano i 243 profughi scomparsi. E almeno altre 20 traversate dalla Libia all’Italia con una media di 150 persone a viaggio: il “fatturato” dell’organizzazione si aggira attorno ai 5 milioni di dollari. Nello smartphone di una testimone c’era la fotografia di Jamal

di Martino Galliolo
fotografia di
Gianni Cipriano


Nella fortezza Europa, chiusa dai muri di filo spinato, mi chiedo cosa farei al posto di Yafet. Non ha più notizie della moglie Segen e della figlia Abigail da oltre un anno. Lo sguardo disperato di quest’uomo di 29 anni mi colpisce come un montante in pieno stomaco. Potrei essere nella stessa situazione. L’unica differenza tra me e lui, è che Yafet è nato in Eritrea ed è dovuto fuggire con la famiglia in Sudan per tentare di raggiungere l’Europa. Sua moglie Segen aveva 24 anni e Abi, la figlia più piccola, soltanto due, quando le ha viste l’ultima volta. Erano partire da sole al seguito di un trafficante, per attraversare il deserto del Sudan fino ad arrivare in Libia. Dopo alcune settimane trascorse in una masseria vicino a Tripoli, una banda di scafisti le aveva fatte salire su una barca che dal porto di Zuwara doveva portarle in Italia. A bordo in tutto c’erano 243 persone, più il pilota. Tutti stipati come merce in una imbarcazione che poteva portare nemmeno la metà dei passeggeri. Segen aveva telefonato al marito il giorno prima di imbarcarsi, dicendogli che stava bene. Non si vedevano da quattro settimane. Yafet era rimasto in Sudan, le avrebbe raggiunte in seguito, con la figlia maggiore, quando sarebbero state al sicuro. Non si sarebbero sentiti mai più.

La barca con 243 persone a bordo è come se fosse svanita nel nulla, dispersa nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2014, nel Mare Mediterraneo. È del tutto possibile che sia affondata ma in quel caso mancano ancora le prove.

Shalom, l’altra figlia di Yafet e Segen, oggi ha quattro anni e chiede dove sia sua madre, perché non si fa sentire, perché non chiama. Yafet le dice che Segen è all’estero e che un giorno si ritroveranno tutti insieme. Ma è sempre più consapevole del fatto che le sta mentendo.

Yafet e Segen

Mi domando cosa diremo a Berhane, disperato come Yafet, perché anche sua sorella Tsegereda, suo zio e suo cugino, erano su quella barca. “Ora so che esiste una fine peggiore della morte: quando qualcuno scompare nel nulla e tu continui a pensarci ogni giorno, a chiederti se è ancora vivo” — ha scritto Hellen, un’altra parente. Anche suo fratello Aklilu era su quella barca. E mi domando che cosa diremo a tutti gli altri familiari dei passeggeri, incontrati durante l’inchiesta di giornalismo aperto Ghost Boat.

Da quattro mesi il giornalista Eric Reidy lavora all’inchiesta, e ha scritto una lettera alle famiglie dei 243 dispersi: “Nessun altro ci ha provato così tanto”.


Se c’è una persona che può sapere che fine ha fatto la barca con le 243 persone a bordo quell’uomo è Jamal “al-Saudi”, l’eritreo che si fa chiamare “il Saudita” per i soldi che ha messo da parte in Sudan e investito in Uganda, come frutto del suo lavoro di trafficante di esseri umani. Era lui il capo dei trafficanti che quella notte aveva fatto salire Segen e Abi, assieme a tutti gli altri passeggeri, sul barcone che dalla Libia doveva raggiungere l’Italia. È l’unico della banda che è ancora in libertà, gli altri 10 componenti sono stati arrestati dalla polizia italiana. Tra questi ci sono Mohamed Abdulatif che è considerato il cassiere di Jamal e Measho Tesfamariam, che si occupava delle traduzioni e delle comunicazioni per conto del capo banda — e che ha accettato di essere intervistato in carcere dal giornalista Eric Reidy e dal fotoreporter Gianni Cipriano (se la burocrazia italiana consentirà di farlo).

L’indagine sulla banda di trafficanti eritrei era iniziata il mese precedente alla scomparsa della “barca fantasma”. Dopo l’attracco della nave Grecale della Marina militare italiana al porto di Catania, il 13 maggio 2014, con le testimonianze di alcuni dei 206 migranti che si trovavano a bordo, salvati al largo di Lampedusa. Tra questi c’erano un ingegnere eritreo e sua moglie.

“Ho una fotografia di Jamal con mio marito nella sim del telefono, l’ho scattata durante la nostra permanenza in Libia uno dei giorni in cui Jamal veniva a trovarci per portarci da mangiare” — ha raccontato la moglie dell’ingegnere. È proprio da quella foto, e con il racconto della coppia, che è iniziata l’operazione Tokhla (in eritreo “sciacallo”) della Procura e della Squadra mobile di Catania, che conduce alla scomparsa dei 243 profughi nel Mediterraneo e all’arresto della banda di Jamal “il saudita”.

Dovevo trovare quella fotografia.

Volevo dare un volto al capo dei trafficanti che si faceva ritrarre come se fosse il responsabile di un tour operator. Perché la sua foto, a differenza di tutti gli altri, non era mai stata pubblicata, dato che Jamal è l’unico rimasto in libertà. Nella documentazione dell’indagine che abbiamo diffuso online, mi sono reso conto che mancava l’allegato 2 alla dichiarazione della moglie dell’ingegnere. In quell’allegato doveva esserci la fotografia di Jamal. Eravamo stati in Procura a Catania e in Questura, dalla Squadra mobile della polizia, per scrivere due episodi dell’inchiesta Ghost Boat. Ma nessuno ci aveva mostrato quella foto.

Ho fatto squillare diversi telefoni. Volevo vedere il volto dell’uomo che aveva messo su un barcone 243 persone e li aveva fatti salpare in piena notte dalle coste libiche, promettendogli l’Europa con in tasca i loro soldi.


Fino a quando un avvocato che si occupa di diritti dei migranti mi ha inviato il documento. E ho scoperto purtroppo che in parte mi sbagliavo. L’allegato è soltanto una fotocopia in bianco e nero della fotografia di Jamal. L’immagine è così scura che non si riconoscono i tratti del volto.

Ho fatto squillare di nuovo una serie di telefoni e chiesto appuntamenti. E ho aspettato delle risposte. Ho parlato anche con alcuni rappresentati della comunità eritrea a Milano e a Roma. Ma la foto originale non è ancora saltata fuori, e al momento il file non esce dagli hard disk della Squadra mobile di Catania.

Gli unici e scarsi dettagli che sono riuscito a farmi dire da alcune fonti è che Jamal dovrebbe avere circa 35 anni, ha i capelli scuri e porta la barba.

Jamal al-Saudi (a sinistra), il capo della banda di scafisti, allegato 2 al dossier dell’indagine dell’Operazione Tokhla

Il racconto dell’ingegnere eritreo e della moglie è importante perché consente di ricostruire le operazioni dei trafficanti e perché conduce alla scomparsa della “barca fantasma”. “Abbiamo pagato 1.600 dollari americani a testa, per un totale di 3.200 dollari, li avevamo consegnati prima di partire a un nostro connazionale che si fa chiamare Jamal al-Saudi” — ha raccontato l’ingegnere. La testimonianza, corredata della fotografia del capo della banda, è stata la prima traccia che ha portato gli investigatori ai traffici di esseri umani di Jamal “il saudita”. Avrebbe organizzato almeno ventitré traversate dalla Libia all’Italia tra maggio e settembre 2014. Se il costo della traversata era di 1.600 dollari, con una media di 150 persone a viaggio, il “fatturato” dell’organizzazione di Jamal si aggira attorno ai 5 milioni di dollari.

“Avevo conosciuto Jamal tramite una persona in Sudan di nome Attum”, racconta l’ingegnere. “Dal Sudan avevo contattato al telefono Jamal che si trovava già in Libia. Mi aveva spiegato che le spese erano di 600 dollari americani a testa per la tratta Sudan-Bengasi. Altri 700 dollari per andare da Bengasi a Tripoli in aereo, più 1600 dollari per arrivare dalla Libia all’Italia via mare”.

“Arrivati a Tripoli con mia moglie abbiamo trovato Jamal che ci aspettava all’aeroporto”. “Eravamo in otto, avevamo viaggiato tutti sullo stesso aereo. Subito dopo ci ha portati in una masseria. E una volta arrivati, abbiamo consegnato a Jamal 1200 dollari per la prima tratta. Eravamo 35 persone di diverse etnie, siamo rimasti lì due mesi. Durante tutto il periodo Jamal ci portava da mangiare e ci aggiornava sull’attesa”.

“Il giorno stabilito Jamal ci ha portati a Zuwara e ci ha detto di aspettare la sera seguente, quando saremmo potuti finalmente partire. A quel punto si è fatto consegnare altri 3200 dollari per la traversata. Jamal era insieme a Nizar Abd El Hay, quello che doveva essere il proprietario della barca. La sera seguente i due ci hanno portati alla spiaggia e messi nelle mani di un altro gruppo di persone. Ci hanno imbarcati su un gommone su cui abbiamo raggiunto la barca più grande per affrontare la traversata”.

L’Eritrea è uno dei regimi più repressivi del mondo. Sono documentati molti casi di torture, lavori forzati, arresti arbitrari, detenzione in isolamento, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Il meccanismo di controllo primario del regime è il servizio militare nazionale obbligatorio per tutti, uomini e donne. I cittadini sono arruolati per un periodo indeterminato, spesso per tutta la vita adulta, costretti a lavorare in imprese del governo, praticamente senza retribuzione. Ci sono pesanti limitazioni della libertà di espressione, di associazione e di culto.

Anche solo per parlare del loro futuro gli eritrei fuggono dal loro Paese, si rifugiano in Sudan e sognano di raggiungere prima o poi l’Europa.


Gli sbarchi in Italia intanto proseguivano e anche le intercettazioni dell’operazione Tokhla. Una telefonata chiave viene intercettata il 15 giugno 2014. Mancavano appena due settimane al giorno della partenza della “barca fantasma”. Nella telefonata viene registrato un certo Ibrahim, che per conto di Jamal muoveva i fili dell’organizzazione in Sudan.

Era Ibrahim che si occupava della tratta via terra dal Sudan alla Libia. Ed era stato lui ad avere messo nelle mani dei trafficanti la moglie di Yafet, Segen, e la figlia Abigail, per affrontare il viaggio in camion attraverso il Sahara per arrivare in Libia.

Jamal chiama Ibrahim perché vuole sapere com’è la loro reputazione in Sudan, visto che fa andare così bene gli affari. Ibrahim risponde che “è davvero ottima”. Poi Jamal si vanta di essere l’unico che è riuscito “a far arrivare in Italia tutte quelle persone”. E di avere “un sacco di soldi messi da parte in Sudan, da investire in Uganda”. Durante la telefonata i due parlano delle traversate. Ibrahim chiede quanto potranno durare e Jamal risponde che “fino a ottobre il mare è ottimo” e di conseguenza ci sarà “molto lavoro da fare”. Ibrahim, prima di chiudere, suggerisce a Jamal di usare un altro tipo d’imbarcazione nei mesi freddi di novembre e dicembre. Un kheebar”, che può portare fino a 80 persone ed è molto resistente in alto mare. E aggiunge, “così non ci sarà neanche un morto”.

Jamal nelle altre intercettazioni parla con i complici dei possibili sequestri di persona dei migranti che attraversano il Sudan. Delle somme di denaro che dovevano chiedere ai parenti in Israele o in Norvegia, per pagare il riscatto. E dei soldi che servivano per fare uscire i profughi che erano stati portati nelle carceri libiche. Tutti quei soldi dovevano passare attraverso il cassiere della banda Mohamed Abdulatiff. Spettava a lui il compito di gestire le finanze dell’organizzazione e assegnare un numero identificativo ai migranti, che serviva come codice di riconoscimento per le transazioni nei registri.

Jamal “il saudita” e quelli della sua banda non sapevano ancora di essere intercettati. E nemmeno che di lì a poco tutto sarebbe andato per il verso storto.


Arriva la notte in cui deve salpare la “barca fantasma”. Erano circa le quattro del mattino del 28 giugno 2014. Doveva essere una traversata come tutte le altre. La barca di Segen e sua figlia Abi, con gli altri duecento quaranta profughi, parte come previsto da Zuwara ma non arriverà mai in Italia. Qualcosa è accaduto dopo che hanno lasciato le coste libiche. E nessuno sa ancora che fine hanno fatto con certezza.

Da quanto abbiamo raccolto durante la nostra inchiesta a volte sono vecchi pescherecci in legno, magari con due ponti, oppure semplici gommoni, esposti alle intemperie e carichi di corpi umani pigiati l’uno contro l’altro, che vengono usati per le traversate. “Far ammassare su queste piccole imbarcazioni centinaia di persone spesso riluttanti richiede l’uso della forza, a volte anche violenza estrema. Chi ce l’ha fatta racconta di casi di profughi uccisi a caso dai trafficanti, solo per dare un avvertimento agli altri”, racconta Eric nel primo episodio dell’inchiesta Ghost Boat.

I passeggeri che pagano una tariffa più bassa sono stipati nella buia e umida stiva sottocoperta, se ce n’è una. Quelli più vicini al motore spesso muoiono soffocati dai gas di scarico, ma nemmeno stare sopra coperta, sul ponte della barca, è privo di rischi: c’è gente che cade in mare per il sovraffollamento, o finisce spinta in acqua quando scoppiano tafferugli a bordo.

Di solito i trafficanti, una volta che hanno stipato tutti sulla barca, non si imbarcano insieme ai profughi — anzi, non impiegano nemmeno un pilota. Le barche sono capitanate invece dai profughi che si offrono volontari per stare ai comandi, in cambio di un passaggio gratuito o a tariffa ridotta. È gente che non ha alcuna esperienza al timone.

A volte c’è una bussola o il Gps — anche se sono apparecchiature che i profughi raramente sanno usare — e di solito ai passeggeri viene dato un telefono satellitare, da usare per chiamare le navi di soccorso se e quando sarà il momento.

Quel momento arriva quasi sempre, perché le barche non sono dotate di carburante sufficiente per raggiungere l’Italia. La strategia dei trafficanti è semplicemente far arrivare la barca fino alle acque internazionali, dove è possibile inviare il segnale di richiesta di soccorso e aspettare il salvataggio. Il piano è di far arrivare i profughi ad almeno venti miglia dalle coste libiche e da lì chiedere aiuto.

Anche Segen, la piccola Abi, insieme a tutti gli altri profughi dovevano avere vissuto tutto questo. Senza però riuscire a chiamare i soccorsi. Abbandonati nel Mediterraneo. Alla deriva.

È strano ma a bordo della “barca fantasma” non avevano un telefono satellitare, o almeno nessuno è riuscito ad usarlo. Lo conferma Berhane, nella barca viaggiavano anche sua sorella, suo zio e suo cugino. Si è spinto più in là di chiunque altro nella ricerca della verità, raccogliendo più informazioni su quanto poteva essere accaduto e sui trafficanti coinvolti. Berhane, arrivato in Italia dalla Libia nel 2008, era un contatto importante per molti degli eritrei che avrebbero dovuto essere su quella barca: almeno 120 di loro avevano il suo numero di telefono. Quando un barcone di profughi prende il largo dalle coste libiche e arriva in mare aperto, chiamano il numero di telefono di una persona già in Italia che si occupa di contattare i servizi di emergenza. Per la barca scomparsa, era Berhane il contatto designato per i soccorsi. Ma non ha mai ricevuto nessuna telefonata.

Era chiaro che era successo qualcosa di imprevisto. A quel punto iniziano le telefonate disperate delle famiglie dei 243 dispersi della “barca fantasma” e le ricerche che ormai durano da più di sedici mesi, senza trovare risposte.


Jamal “il saudita” in una intercettazione successiva alla partenza della “barca fantasma”, sostiene che l’ultima volta che ha sentito il pilota, un tunisino, la barca si trovava ancora in acque internazionali. Nelle telefonate successive Jamal continuerà a fornire versioni contrastanti sull’accaduto, prima di fare perdere del tutto le proprie tracce da lì a qualche mese. Aveva capito che la sua organizzazione era finita sotto indagine, perché nello stesso periodo iniziavano gli arresti dei suoi basisti in Italia per l’operazione Tokhla.

Jamal con Yassin Abdrazzak e altri non identificati, con l’aiuto di Measho Tasfamariam per le traduzioni e le comunicazioni, organizzavano le traversate dalla Libia. Dall’Italia, secondo gli investigatori, lavoravano per l’organizzazione il cassiere Mohamed Abdulatif con Abraha Flipos, Ibrahim Omer Munire, Mahammed Ali Abdallah, e Goitom Efrem. La loro base era la Sicilia orientale, in particolare la provincia di Catania. Poi c’erano Khasay Kibrom in Sicilia occidentale, Ebrahim Ornar a Roma, Seid Mahamud Kar Mahamud e Ibrahem Suleman in provincia di Milano. Il loro lavoro consisteva nel fare scappare i profughi dai centri di identificazione in Italia e servire da basisti, per farli raggiungere delle altre destinazioni in Europa. Sono stati tutti arrestati, anche Abdrazzak e Tasfamariam, perché avevano raggiunto l’Italia con dei barconi nei mesi dell’operazione Tokhla.

Jamal “al-Saudi” e il suo complice Ibrahim, sono ancora in libertà.

“Quattro giorni dopo la partenza dei 243 profughi, il 3 luglio 2014, è stata trovata una barca sulle coste libiche” — racconta in una intercettazione un certo Hayat. “La barca era vuota e c’erano soltanto quattro cadaveri in mare”. Potrebbe essere una traccia che conduce a una tragica fine per i passeggeri della “barca fantasma”.

A causa della situazione di instabilità politica in Libia, devastata dalla guerra civile e divisa per un periodo tra due governi rivali, la squadra investigativa dell’operazione Tokhla non ha potuto avviare le rogatorie internazionali e proseguire l’indagine sull’organizzazione di Jamal al-Saudi. Senza la capacità di coordinare le indagini con le autorità in Libia, Jamal e Ibrahim sono solo nomi registrati nelle intercettazioni telefoniche e citati dalle testimonianze dei parenti. La polizia italiana non ha elementi sufficienti per verificare la loro identità.


Il reporter Mohamed Lagha è riuscito a intervistare Redha Issa il direttore della Guardia costiera della Libia, sul caso della barca “fantasma”.

“Nell’agosto del 2014 le pattuglie della nostra Guardia costiera hanno trovato una barca dispersa in mare senza superstiti a bordo. Sembrava alla deriva da circa un mese. In questa barca abbiamo trovato solo un corpo decomposto”. No, non aveva nessun documento addosso” — ha sottolineato il direttore. Anche questo ritrovamento potrebbe rivelarsi una traccia importante per capire che fine hanno fatto i passeggeri della “barca fantasma”. Ma non ci sono ancora prove sufficienti per stabilire se si è trattato proprio di quel naufragio.

“Avete informazioni su Jamal al-Saudi dall’eritrea e su Ibrahim?” — ha chiesto Mohamed al responsabile della Guardia costiera in Libia. “Per noi questi nomi sono ancora incompleti. Ma è stato preso uno scafista, ha deciso di collaborare e ha fatto i nomi anche degli altri”.

Ma chi metteva a disposizione le imbarcazioni alla banda di eritrei di Jamal al-Saudi?

L’idea che mi sono fatto è che Jamal “il saudita” organizzava con la banda la tratta dal Sudan alla Libia ma poi doveva utilizzare le flotte degli scafisti libici per affrontare le traversate. Anche la masseria doveva essere stata messa a disposizione di Jamal da qualcuno.

“Il pilota tunisino” di cui parla Jamal nelle intercettazioni e “quell’altro gruppo di persone” a cui erano stati affidati i profughi, nel racconto dell’ingegnere eritreo, sono dei dettagli che mi hanno colpito e fatto pensare. Se Jamal non avesse stretto un accordo con gli scafisti libici non gli avrebbero consentito di gestire tutti questi traffici così indisturbato. Sono bande di criminali senza scrupoli e organizzati con dei piccoli eserciti.

La giornalista cristina giudici ha scoperto e ha raccontato la storia di Karim (nome di fantasia per tutelare la sua sicurezza), uno scafista tunisino di 22 anni, che ha deciso di rivelare tutto ciò che sapeva su una potente organizzazione di trafficanti in Libia. Karim ha raccontato del quartiere generale nella parte orientale di Zuwara e della villa-bunker vicino alla spiaggia di proprietà di una famiglia di scafisti molto potenti, che dispone di una piccola milizia di tredici persone: “Hanno addirittura diversi cantieri navali per sistemare e costruire le barche”.

“I capi dell’organizzazione sono due fratelli, di cui uno è claudicante perché ha una ferita da arma da fuoco a una gamba. Uno si occupa di organizzare i viaggi, mentre l’altro (i nomi non possono essere riportati perché ancora oggetto di indagine) cura i barconi. Il padre fa il cassiere e la madre è contabile” — ha raccontato Karim.

“E siccome sono molto potenti hanno addirittura dei cantieri navali. Ci lavorano ragazzi sub-sahariani, come aiutanti, ma i carpentieri sono tunisini ed egiziani. I cantieri si trovano sia a Zuwara, sia a Zabrata, sia a Ras Lanuf. Hanno un bunker vicino alla spiaggia dove tengono armi, un televisore al plasma, uno scantinato con quattro materassi pieni di dollari e riserve di cibo per tre mesi”.

Solo un uomo della banda poteva essere in contatto con gli scafisti libici.

Lo stesso uomo che quella notte del 28 giugno aveva fatto salire Segen, e la piccola Abi, con tutti gli altri, sulla “barca fantasma”. Ed è l’unico che può sapere che fine hanno fatto i 243 dispersi. Quell’uomo è Jamal “al-Saudi”, l’eritreo che si fa chiamare “il saudita”.


Nota — Se avete informazioni sulla fotografia di Jamal al-Saudi, l’eritreo a capo dei trafficanti che si fa chiamare “il saudita”, o delle informazioni sulla “barca fantasma”, potete scrivermi una risposta con la funzione “write a response” di seguito o scrivermi una mail.