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Letter sent on Jan 30, 2016

“Ho fatto un sacco di soldi con i viaggi dei migranti nel Mediterraneo” e le storie della settimana

di Martino Galliolo, fotografia di Gianni Cipriano

Se c’è una persona che può sapere che fine ha fatto la barca con le 243 persone a bordo quell’uomo è Jamal “al-Saudi”, l’eritreo che si fa chiamare “il Saudita” per i soldi che ha messo da parte in Sudan e investito in Uganda, come frutto del suo lavoro di trafficante di esseri umani. Era lui il capo dei trafficanti che quella notte aveva fatto salire Segen e Abi, assieme a tutti gli altri passeggeri, sul barcone che dalla Libia doveva raggiungere l’Italia. È l’unico della banda che è ancora in libertà.

“Ho una fotografia di Jamal con mio marito nella sim del telefono, l’ho scattata durante la nostra permanenza in Libia uno dei giorni in cui Jamal veniva a trovarci per portarci da mangiare” — ha raccontato la moglie di un ingegnere eritreo agli investigatori.

È proprio da quella foto e da quella testimonianza che è iniziata l’operazione Tokhla (in eritreo “sciacallo”) della Procura e della Squadra mobile di Catania, che conduce alla scomparsa dei 243 profughi nel Mediterraneo e all’arresto della banda di Jamal “il saudita”.

Dovevo trovare quella fotografia.

Lettera da una prigione egiziana

di Amnesty Italia

Mahienour El-Massry, avvocata per i diritti umani, è in carcere in Egitto per aver organizzato manifestazioni pacifiche, promosso azioni a sostegno dei prigionieri politici e denunciato attraverso i social media le violazioni dei diritti umani. Dal carcere ha scritto questa lettera, in occasione del quinto anniversario della “rivoluzione del 25 gennaio” 2011 che depose il presidente Hosni Mubarak.

Io sono tra coloro che credono ai sogni, tra coloro che sanno bene che non dobbiamo fare i conti soltanto con l’autoritarismo interno e la tirannia ma anche con un sistema internazionale inumano, in cui le persone non valgono niente rispetto al profitto e al petrolio.

Cosa ci succede se salta il trattato di Schengen

di Arianna Sgammotta

Firmato nel 1985, il Trattato di Schengen ha di fatto trasformato il territorio europeo in uno spazio privo di frontiere interne, che è corrisposta alla creazione e definizione delle cosiddette frontiere esterne dell’Unione europea. Frontiere che noi italiani abbiamo in casa, insieme ai greci, gli spagnoli, polacchi, finlandesi, e così via.

Per gli Stati frontiera, la fine di Schengen significherebbe l’essere lasciati per sempre a noi stessi.

Un tranquillo weekend all’italiana

di Giacomo Bosio

Ero indeciso su come inaugurare questo mio spazio su Medium… Parlare del Family Day, con il messaggio del Pirellone, o del caso Apple a Napoli?Dobbiamo ammettere che il nostro bel Paese, nel bene e — ahimè — nel male, fa spesso parlare di lui. Sul primo argomento riporterei giusto un paio di risposte girate in rete, ovvero un’immagine pubblicata su twitter con l’hashtag #scrivilosulPirellone, che risponde allo zelo della Regione Lombardia. E il commento di Spinoza.it:

Non male l’idea di usare un palazzo degli anni ’50 per comunicare, con un sistema degli anni ’10, un messaggio del 1200.

Apple, il “lavoro vero” di 600 sviluppatori a Napoli e la Digital Economy italiana

di Luca Alagna

In questo inizio di 2016 ho visto già diversi esempi di quanto in Italia a volte si tenda frettolosamente a boicottare noi stessi, prima ancora di capire bene il valore di ciò che abbiamo in mano.
Mi colpisce ancora di più se a farlo sono gli esperti o la stampa, quella tradizionale e autorevole.

Cronaca (ex post) di un malinteso che ha «creato» 600 posti di lavoro inesistenti. Oggetto: nuovo centro di sviluppo di Napoli della Apple. Mezzo: conferenza stampa+Twitter+rimbalzo sui media. Danneggiata: l’informazione.

La politica degli algoritmi

di Angelo Paura

In Rapporto di minoranza, Philip K. Dick immagina un futuro in cui tre mutanti (i precog) possono prevedere tutti i crimini. Per questo la polizia ha creato una squadra speciale guidata dal commissario John Anderton, la divisione Precrimine, in grado di inviare un gruppo di agenti pochi secondi prima che un evento accada, evitando così che un omicidio venga portato a termine. In Conflitto evitabile, Isaac Asimov racconta un mondo in cui migliaia di potenti macchine usate per gestire la produzione di cibo e l’economia riescono a influenzare in modo inconsapevole gli sviluppi e il pensiero dell’umanità.

Questi due racconti, scritti attorno alla metà del secolo scorso, estremizzano un tema molto attuale — il rapporto tra gli uomini e gli algoritmi, una serie finita di istruzioni che permette a una macchina di portare a termine in modo automatico il proprio compito.

Sono una donna che lavora nell’IT, problemi?

di Giulia Calli

Lasciato il mondo delle cliniche di riproduzione assistita e abbandonato il fardello delle conversazioni intimamente femminili, sono tornata da qualche settimana al mio mondo di iniziazione professionale: sono una donna che lavora nel web, di nuovo.

Gli stralci di conversazione che seguono sono reali e letterali.

“Ok, grazie per la risposta. Ma ho appena scommesso con il collega a fianco a me che non puoi essere una donna. C’è un uomo dietro questo nome, vero?”

Il lavoro che vorrei

di thewebpie

Sono laureato in ingegneria informatica e forse ai tempi dell’università avevo le idee più chiare di quanto non le abbia avute durante i miei 4 anni di esperienza lavorativa. Mi sono specializzato in user-experience ed interface design con una tesi di ricerca sull’usabilità delle applicazioni mobile in ambito turistico. Avrei potuto tranquillamente decidere di percorrere la strada a me più adatta e invece ho ascoltato il consiglio di un amico ignorando chi avrebbe più di tutti meritato attenzione, me stesso.

“Avrei potuto tranquillamente decidere di percorrere la strada a me più adatta e invece ho ascoltato il consiglio di un amico ignorando chi avrebbe più di tutti meritato attenzione, me stesso”.

La testimonianza di una contadina urbana

di Slow Food Editore

Novella Carpenter, biologa e scrittrice statunitense, e il suo orto in un quartiere difficile nella periferia di Oakland.

Ho una fattoria nel ghetto, in una strada senza uscita. La scala di servizio è punteggiata da merde di pollo. Balle di paglia si disfanno nel parcheggio di fianco al mio appartamento. Raccolgo insalata in un appezzamento abbandonato. Al mattino, mi sveglio ai rumori degli animali della fattoria, frammisti al baccano dell’antifurto dell’auto del mio vicino di casa. Questo posto non l’ho sempre chiamato fattoria. Non prima della primavera del 2005, quando fu recapitato al mio appartamento un pacco molto particolare, che cambiò tutto quanto. Ricordo di averlo atteso in piedi sulla veranda. Mentre scrutavo l’orizzonte alla ricerca della jeep postale, mi sincerai della salute della mia colonia di api.

Le api garantiscono miele, cera e migliore impollinazione, ma di tanto in tanto hanno anche punto qualcuno. L’orto: da un lato, una cornucopia verdeggiante; dall’altro, un terreno di riproduzione per topi. Mi buttai sul sofà e lessi il conteggio, scritto col gesso sulla lavagna appesa vicina alla porta:
  • 4 polli
  • 30 000 api (all’incirca)
  • 59 mosche
  • 2 scimmie (ossia io e il mio ragazzo, Bill).

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Alla prossima storia!

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