Recensione


“I bambini sanno”

Veltroni e il suo racconto (riuscito) dell’Italia


I bambini sanno è il nuovo docu-film diretto da Walter Veltroni, alla sua seconda prova da regista dopo Quando c’era Berlinguer, prodotto da Sky Cinema e distribuito dalla Bim, nelle sale, dal 23 aprile.

La pellicola è uno spaccato bello e affascinate sulla nostra società: sempre più controversa, sola, desiderosa di cose che non arrivano mai e impoverita dalla Crisi. Bisogna dare atto a Veltroni di essere riuscito, con una formula innovativa, a raccontare il Paese in maniera differente dal consueto reportage in salsa “santoriana”, alla Michele Santoro.

Il titolo non è scelto a caso. L’ex segretario del Partito Democratico, infatti, intervista 39 bambini, con storie e classi sociali differenti, ponendo loro domande semplici su temi ad oggi molto attuali e spesso resi molto più complessi: la Crisi, l’Amore, l’Omosessualità, Dio, la Vita, la Famiglia e le loro Passioni. Queste parole d’ordine diventano i capitoli del lungometraggio.

I protagonisti, dopo alcuni minuti di esitazione, si sciolgono e raccontano a Veltroni il loro reale pensiero. Incredibili sono le risposte di una ragazzina bionda, che riesce a spiazzare anche lo stesso intervistatore; un bambino filippino, che confida la sua solitudine giornaliera e una ragazza figlia di due donne lesbiche, costretta a spiegare ogni volta la propria condizione familiare.

Tra i capitoli più interessanti, e meglio riusciti del film, vi è sicuramente quello legato alla Crisi. Veltroni riesce a descrivere in modo puntuale come il nostro Paese reagisca alla congiuntura economica, diviso fra chi la vive con lontananza e distaccamento e chi la vive invece nel pieno della ferocia. A questo proposito, sono toccanti due testimonianze.
La prima è di una ragazza che rivela la preoccupazione vissuta in famiglia per l’erosione incessante dei risparmi e della lotta per continuare a vivere con dignità. “I miei genitori non riescono a comprarmi tutto quello che voglio — racconta — ma io sono felice ogni giorno”.
La seconda è di un ragazzo, figlio di un operaio disoccupato di Piombino, i cui genitori cercano in tutti i modi di non fargli pesare l’attuale situazione economica e molte volte devono recarsi lontano per trovare uno straccio di impiego.

Il filo conduttore sconvolgente e preoccupante, che lega tutti i ragazzi, è la solitudine e il divorzio dei genitori. La maggior parte di loro vorrebbe giocare in casa con i propri coetanei, ma gli adulti non glielo permettono e a loro dispiace. Significativo come i loro occhi diventino lucidi quando ripercorrono i momenti della separazione dei genitori: da alcuni vissuta come una liberazione dalle continue liti dei genitori, da altri come una estrema malinconia.

Lo spaccato più toccante è certamente quello di un ragazzino rom: Veltroni riesce a tirare fuori da lui l’esclusione sociale che vive ogni giorno dai suoi amici, la diffidenza a scuola e la voglia autentica di crescere come “uno normale”.

Non mancano le “veltronate”, come il preambolo all’inizio del film, dedicato al Piccolo Principe, le inquadrature finali e i bagni al mare dei ragazzi. Ma bisogna sostenere con obiettività che il film è bello, scorre bene, è pieno di citazioni cinematografiche colte e riesce a porre a tutti noi domande parecchio intense sulla società di oggi.

Voto
Da una scala da uno a cinque: 4.

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