Il caso Spotlight

I giornali italiani dicono che non possono fare giornalismo d’inchiesta: stanno mentendo

Sono una giornalista e sono infuriata per il mio lavoro


H o visto “Il caso Spotlight” e sono infuriata. Infuriata per il mio lavoro. Sono una giornalista. Una giornalista italiana. Quando nel 2001 la redazione del Boston Globe iniziò la sua coraggiosa e difficilissima inchiesta sui casi di pedofilia nella curia locale, io ero ancora al liceo. Lo dico perché le tempistiche mi salvano dall’autocritica feroce per non aver indagato giornalisticamente su un fenomeno che è nato, per così dire, in casa mia: Roma.

La cosa che mi ha colpito è questa:

Come giornalisti freelance sappiamo che non è tanto lo scoop ad avere un impatto sulla vita delle persone, quanto semmai il lavoro di squadra unito all’approccio editoriale e al metodo con cui i fatti e i dati di quella notizia sono controllati e verificati.

Ho appena elencato tutti gli ingredienti di un giornalismo che le redazioni italiane si sono perse per strada per inseguire (e vale ancora adesso) la via della sopravvivenza, riducendo al lumicino le risorse necessarie ai giornalisti delle redazioni per fare il loro vero lavoro.

Ma se la vostra mente va subito alle “risorse economiche”, mi dispiace: siete fuori strada.

Quello a cui ho assistito, almeno negli ultimi cinque anni, è la presenza all’interno delle principali redazioni nazionali di una ristrettezza e scarsità mentale e culturale non solo rispetto ai temi seguiti ma al metodo di lavoro.

Questa scarsità sta facendo inaridire il vero giornalismo.

Anzi, posso dire che non sia affatto la penuria economica a minacciare l’informazione oggi. Sono l’auto-censura e la paura o pigrizia nutrita nei confronti del lavoro di squadra a farlo.


È molto doloroso per la mia categoria essere definiti “pennivendoli” o “markettari” solo perché non scaviamo a fondo nei fatti, non copriamo una vicenda come dovremmo o non diamo voce in modo appropriato a chi ne ha bisogno.

Non è per mancanza di coraggio, non è per mancanza di volontà. Né soltanto per colpa del conflitto di interessi che impedisce alle redazioni vera libertà di manovra rispetto a chi le finanzia.

Credo sia, più semplicemente, perché non possiamo fare affidamento su una struttura, un sistema che deve essere composto da 4 ingredienti fondamentali:

  • Tempo
  • Confronto e discussione
  • Consulenza legale PRIMA, DURANTE e DOPO la pubblicazione di una inchiesta
  • Protezione

Ora quando parlo di Protezione la intendo in questo modo: avere un direttore di testata capace di spianare la strada, guidare la fase di fact-checking e, se necessario, tutelare il giornalista per ridurre al minimo i rischi di venire aggredito, fermato o denunciato prima ancora che sia stata scritta una sola riga dell’inchiesta.

In molti casi — specialmente per quanto riguarda le testate nazionali — i direttori confondono il loro ruolo con quello di PR.

Come freelance abbiamo molta più libertà nel fornire ai lettori vere notizie. Notizie che hanno un impatto sulle loro vite. Il problema è che non abbiamo nemmeno un quarto della stabilità economica su cui invece può fare affidamento la redazione di un giornale.

Penso che oggi in Italia le uniche realtà capaci di fornire quel giornalismo di qualità siano le piccole redazioni, le redazioni locali.

E penso anche che dovremmo smetterla di sperare che i grandi giornali nazionali rivoluzionino le loro redazioni e la loro organizzazione lavorativa: questi giornali vi dicono che se non riescono a condurre un giornalismo di altissima qualità, un giornalismo professionale, è perché non ci sono soldi. Bè, vi stanno mentendo.

Dovremmo iniziare a costruire team di giornalisti freelance senza struttura gerarchica ma solo con ruoli di leadership.

Questi team, in Italia, non dovrebbero essere composti da soli giornalisti: ma da giornalisti + consulenti legali + data analysts + web designers…Sto parlando di integrazione perché credo sia l’unica strada per far sopravvivere una informazione di qualità. E magari riuscire a produrre migliaia di righe e concetti in grado di cambiare la vita a chi li leggerà, guarderà, navigherà.

Like what you read? Give Barbara D'Amico a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.