Philadelphia senza Hillary

Tre volte nella città in cui si svolge la convention democratica, sempre in treno da New York. Con la neve, con tanto caldo, ma sempre prima che iniziasse il raduno degli amici e dei nemici di Hillary Clinton

Di Angelo Paura

(Questo articolo è stato pubblicato in origine su The Towner)

Kensington, Philadelphia. Inverno 2016.

All’inizio degli anni Ottanta la statua in bronzo di Rocky Balboa è rimasta per poche settimane in cima alla scalinata del Philadelphia Museum of Art, a mimare il gesto di Sylvester Stallone che guarda la città dall’alto e alza le braccia in segno di vittoria. In seguito si è pensato che non fosse abbastanza prestigiosa per meritarsi lo stesso piano delle opere d’arte custodite nella città, così è stata spostata alla base della collina, sulla destra e, in questo momento, è nascosta dai lavori di recupero del parco che circonda il museo. Quasi tutti i turisti che percorrono la gradinata più famosa del cinema americano credono di trovarsela di fronte, non appena terminato lo sforzo e invece, al traguardo, li vedi ruotare il collo a destra e a sinistra, spaesati e senza fiato.

A questo punto entra in scena Alan. Oltre a vendere magliette di Rocky, dirige il traffico di questi pellegrini della cultura pop. “Signore vuole una maglietta? Compri una maglietta?. La risposta è sempre la stessa: “Dov’è la statua di Rocky?”. Quest’anno Alan, oltre a dare indicazione ai fissati di Stallone, cercando poi di rifilarti una t-shirt o di guadagnare un dollaro scattando una foto ricordo, lavorerà anche per il partito democratico raccogliendo ogni tipo di suppellettile e di maglietta non ufficiale con il volto e gli slogan di Hillary Clinton e di Bernie Sanders, in vista della convention che si svolgerà tra il 25 e il 28 luglio tra il Wells Fargo Center e il Philadelphia Convention Center. Alan non ha alcuna licenza per svolgere il suo lavoro, ma questo non me lo dice, anche se sa che in fondo l’ho intuito.


Da sempre Philadelphia è considerata la cugina un po’ sfigata di New York e di Washington. Rispetto alla prima non è riuscita a diventare la capitale economica: per carità, non ha mai neppure provato a entrare nella guerra per il primato, uno scontro combattuto, alla fine, tra New York e Chicago e dalla quale è uscita vincitrice la finanza di Wall Street. Rispetto alla seconda, invece, è stata una sostituta di comodo, facendo le veci di capitale mentre una vera capitale era in via di costruzione, come fosse un centro commerciale o una grande opera stradale. Tuttavia, l’America è fatta così: dimentica presto e si lascia tutto alle spalle.

Da sempre Philadelphia è considerata la cugina un po’ sfigata di New York e di Washington.

Per questo, anche la città dove è stata firmata la dichiarazione di indipendenza 240 anni fa (il 4 luglio 1776) è stata lentamente assorbita dalla cultura pop e dalla storia del pugile Rocky, scritta da un attore nato per giunta a New York. E proprio da New York arrivano anche Clinton e Sanders, i due candidati che entreranno nell’arena del partito democratico, che non tornava a riunirsi qui dal 1948. Anno memorabile, quello, quando Herry Truman riuscì a vincere la convention e poi a conquistare la Casa Bianca per la seconda volta. In quegli anni Philadelphia andava veloce come un treno, cercando di ritagliarsi il suo posto nella storia, che la portava alla direttrice che unisce Baltimore a Detroit, passando per Pittsburg: la Rust Belt, una cintura di industrie pesanti e carbone, automobili e ferro.


Oggi in tutta la regione ci sono segni di quel passato sepolto per sempre. Anche a Philadelphia. Alcuni sono vergognosi e hanno trasformato un’intera area della città, quella a nord, in una zona dimenticata, imbottita di eroina e di case abbandonate, dove avere un lavoro è considerato un lusso. Altri hanno una loro dignità. Il Queen Village, a est di downtown, è un esempio quasi perfetto di gentrificazione che ha cancellato in parte le memorie proletarie del quartiere abitato da operai portuali, sarti, tessitori e lavoratori delle fonderie.

Nei tre viaggi che ho fatto a Philadelphia negli ultimi mesi ho usato il Queen Village come punto di partenza per esplorare la città: qui la metropoli appare come la negazione della New York contemporanea o forse il rifugio di chi veramente vuole scappare da Manhattan e non ha intenzione di finire in una comunità di finti hippie attempati sulle rive dell’Hudson. Diversi amici musicisti mi dicono che stanno pensando di trasferirsi. Uno di loro lo ha anche fatto, insieme a sua moglie. Si mantiene lavorando a Whole Food come commesso ed è riuscito a comprarsi una casa proprio nel Village, in mezzo a centinaia di case operaie di mattoncini rossi, che fanno sembrare il quartiere un incrocio tra la Williamsburg prima che fosse Williamsburg e Berlino occupata dagli anarchici, tolta l’aura post-industriale.

La metropoli appare come la negazione della New York contemporanea o forse il rifugio di chi veramente vuole scappare da Manhattan e non ha intenzione di finire in una comunità di finti hippie attempati sulle rive dell’Hudson.

Forse questa migrazione perenne è solo un scatola che contiene altre scatole fino all’infinito e tutto in fondo dipende da un punto di vista a volte troppo soggettivo. Ad esempio Mark, uno dei gestori della libreria Mostly Book, mi dice che negli ultimi dieci anni tutto è cambiato e che l’arrivo di famiglie di professionisti sta togliendo spazio al loro esperimento urbano. Sotto l’insegna principale c’è scritto: “Libri, video e musica, artefatti del ventesimo secolo”, tutti contenuti in uno spazio che occupa un intero isolato. Da una strada fino alla sua parallela. “Apri la porta”, mi dice, spiegandomi che il vero senso della libreria inizia da quella soglia, in una serie di stanze contigue senza riscaldamento in cui i libri sono ammassati. Dentro fa quasi più freddo che all’esterno, dove sta nevicando. “Quanto ancora potrà durare questo posto?”, mi chiede, senza aspettarsi una risposta. Dico che sto cercando biografie e libri su Hillary Clinton e Bernie Sanders e sul partito democratico. Mark scontento mi mostra una spilla e alcuni adesivi di Sanders e mi dice che non ha nulla sul senatore del Vermont (“ma ti posso raccontare tutto di lui”) mentre per Hillary non c’è alcun problema: ha decine di pubblicazioni sparse in ogni angolo, basta aver voglia di cercare.


Ma non tutti a Philadelphia la pensano come Mark. Me ne accorgo salendo su un taxi che mi porta al Wells Fargo Center, dove voglio passare qualche ora, prima che nei prossimi giorno l’arrivo dei 50.000 ospiti attesi tra delegati, giornalisti, membri del partito e lavoratori, rovini il silenzio che si respira attorno a questa architettura degli anni ’90 . Per lui che è originario di Haiti e abita in un sobborgo a nord con la moglie, una infermiera, e due figli, poter lavorare con tutte queste persone è forse la più grande fortuna che gli capiterà quest’anno. Ma è anche di buon auspicio per i prossimi anni, visto che la convention farà parlare di Philadelphia e quindi farà arrivare altri turisti. Lascio l’arena e a piedi raggiungo il centro dove prendo una metropolitana per Fishtown quando è ormai sera. Il quartiere si trova a sud di Kensington e si estende fino alle rive del fiume Delaware. A metà del 1700 è stato il primo centro abitato dell’area, quando il 90% della popolazione si dedicava alla pesca dell’alosa, un tipo di pesce locale.

Ci sono decine di cantieri in ogni via, nuovi locali e centri culturali che si affacciano sul fiume da dove si può osservare il Benjamin Franklin bridge. Al di là c’è Camden, New Jersey, la frontiera che conduce nel nulla. Ci sono interi isolati abbandonati e in rovina, macerie di case abbattute. Insieme a questo, per diversi anni, la città che ha solo 70.000 abitanti è stata una tra quelle con i più alti tassi di criminalità degli Stati Uniti e uno dei centri più poveri in America. Nel 2012 il giornalista Chris Hedges e il fumettista Joe Sacco hanno pubblicato Days of Destruction, Days of Revolt, in cui raccontano quanta povertà l’America possa nascondere, dedicando un intero capitolo al sobborgo. Mentre lascio il parco cerco sul cellulare il motto di Camden. “In un sogno ho visto una città invincibile”. Guardo i grattacieli di Philadelphia mentre cerco di prendere un taxi.