Como, l’ultima frontiera dei migranti

Como è considerata l’ultima frontiera italiana per lasciare il nostro paese: molte di queste persone vorrebbero andare in Svizzera o raggiungere i propri familiari in Germania e in altri paesi europei. Ma non possono farlo.

Di Chiara Baldi e Simone Gorla

Migranti alla stazione San Giovanni di Como (tutte le foto sono di Chiara Baldi)

Due settimane fa alla stazione di San Giovanni di Como c’erano circa duecento migranti. Il 5 agosto, alla stessa stazione di San Giovanni, di migranti ce n’erano più del doppio: circa 450. Per la maggior parte sono eritrei ed etiopi e quasi nessuno parla inglese e francese.

Como è considerata l’ultima frontiera italiana per lasciare il nostro paese: molte di queste persone vorrebbero andare in Svizzera o raggiungere i propri familiari in Germania e in altri paesi europei. Ma non possono farlo perché dall’inizio del mese di luglio le autorità svizzere hanno stretto le maglie dei controlli al confine. Quello che prima era considerato un passaggio alternativo a Ventimiglia e al Brennero, oggi è diventato un imbuto: nessuno riesce più a svalicare prendendo un treno né passando alla frontiera di Chiasso. Puntualmente vengono rimandati indietro, a Como.

Il risultato è quello che vedete nelle foto: centinaia di persone, di cui molti bambini e circa 80 minori non accompagnati, accampati sulle banchine del treno, o all’ingresso della stazione, stesi in coperte logore, sporche, con buchi grossi come tane, spesso scalzi e in attesa che qualcuno dia loro dei biscotti, o qualcosa da mangiare. E quello che lascia senza parole è la totale assenza di aiuti da parte, soprattutto, di italiani. L’unica presenza istituzionale era quella di Lisa Bosia Mirra, parlamentare svizzera che ogni giorno va a Como e dà assistenza legale ai migranti: oltre a questo, poi, aiuta molti di loro a fare richiesta di asilo, dando loro indicazioni su cosa dire e come compilare i documenti. Ed è ancora lei che contatta i parenti di queste persone chiedendo conferma della parentela per permettere poi ai migranti di lasciare l’Italia per raggiungere la famiglia.

«Ho chiesto alla Svizzera dei chiarimenti sui tanti respingimenti che stanno effettuando perché c’è qualcosa che non torna: possibile che qualsiasi minore arrivi alla frontiera venga rispedito indietro dalle autorità svizzere?», ci ha detto Lisa Bosia Mirra, mentre se ne stava seduta in mezzo a un gruppo di migranti che cercavano da lei le risposte che altrove non riuscivano ad avere.

Eccezion fatta per Lisa Bosia Mirra, è la politica che latita per i migranti bloccati alla stazione di Como. Qua ci sono solo volontari, due bagni chimici della Croce Rossa e la mensa organizzata dalla Caritas. «Ma noi da soli non ce la facciamo», ci dicono i cittadini comaschi che si sono rimboccati le maniche e hanno deciso che quella non è una condizione umana sostenibile. Una condizione che con il passare delle ore diventa sempre più pesante e rischiosa: all’ospedale Sant’Anna di Como sono stati rivenuti due casi di Tbc e gli stessi volontari della stazione parlano di almeno una quarantina di casi di scabbia. Da un mese Comune e Prefettura coordinano l’assistenza cercando invano una soluzione. Finora, però, i risultati sono scarsi.

I due tendoni della Croce Rossa che sono crollati in seguito alla tromba d’aria che ha colpito Como nella notte tra il 4 e il 5 agosto: avevano 30 posti letto per i migranti.

Dall’8 di agosto sarà operativo un presidio sanitario mobile davanti alla stazione per quattro ore al giorno: due la mattina e due la sera. Ma, per i volontari, «non sarà ancora sufficiente: i migranti sono diffidenti e nessuno di loro vuole andare di sua sponte a farsi visitare da un medico». Intanto l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) denuncia, in seguito a controlli effettuati sul posto, una situazione umanitaria al limite:

«Le associazioni e le ong sul territorio si stanno coordinando per fornire servizi di assistenza. Il loro contributo ha fatto sì che la situazione non si deteriorasse. Ma è fondamentale che le autorità competenti rafforzino la risposta istituzionale: è necessario che gli Stati membri dell’Ue aumentino l’efficacia dei ricollocamenti dall’Italia e garantiscano procedure d’asilo rapide, equee ed efficaci».

(Per approfondimenti sulla situazione dei migranti a Como consiglio il l’articolo di Simone Gorla, pubblicato su La Stampa del 6 agosto 2016.)