I social salgono (solo per un attimo) sul palco di Sanremo

Antefatto 1: amori non ricambiati

La televisione offre esempi di integrazione crescente con i social media. La social top ten di Gazebo è ormai un punto fisso, ad esempio, insieme ad altri e diversi casi. Tuttavia la tendenza è quella di un’integrazione ancora timida, in cui si legge e commenta il tweet o il post, più che ibridarlo dentro un format televisivo del tutto nuovo, che sia davvero televisione e social media. Questa crescente ma incompleta integrazione è frutto dell’amore-odio fra televisione e social media. Da un lato la televisione ama i social e vorrebbe tanto creare qualcosa di inclusivo della vitalità e innovazione dei social media. D’altro canto, la televisione ha paura di fare il passo più lungo della gamba, perché sa bene che una volta aperte le porte non si torna più indietro e perché i due tipi di media si interfacciano, ma sono ancora abbastanza irriducibili. Una paura che diventa gomitata ogni volta che un TG ci dice ombroso che sulla pagina Facebook di Tizio si capiva benissimo che dieci giorni dopo avrebbe schiaffeggiato Caio.

Solo da relativamente poco la televisione ha preso le misure di reality e talent show, che nascono come format ibridi fra scrittura autoriale e partecipazione del pubblico. Di conseguenza, inventarsi un format che abbia un social media dentro è un’operazione lenta che consiste nel tastare il polso delle varie possibilità.

Questo amore-odio è evidente per Twitter, il social network più TV-friendly. I due schermi, televisore e second screen di Twitter, continuano a corteggiarsi, ma occhieggiandosi (e scrutandosi) da lontano.

Antefatto 2: petardi di Capodanno

Se osservate bene sullo schermo del vostro televisore, lì in basso, noterete un livido. È il dolente ricordo del Capodanno su Rai Uno, segnato dall’ormai tristemente nota bestemmia inviata da uno spettatore. [Che uno paghi un SMS per scrivere una cosa simile rimane mistero insondabile…]

Un SMS inviato a Capodanno non è social media, naturalmente. Però nella testa di chi organizza un evento televisivo importante come il Festival, sarà rimasta la traccia dell’incubo che qualcuno fra il pubblico out there — per celia, noia o puro insulto — scriva una cosa che per caso possa arrivare a contaminare lo schermo televisivo. (Forse hanno tolto i fiori dal palco per evitare che un tale ipotetico affronto diventi persino più grave). C’è l’account Twitter del Festival, c’è il sito e tutti i multimedia, ma lì sul palco dell’Ariston la zona è ancora abbastanza una no-fly zone per i social.

È quindi comprensibile che, anche per questa edizione, l’interazione al Festival si limiti al televoto da gara e poco più. Il televoto è interazione da conteggio, crowdsourcing anonimo. Lo “Stop al televoto” non è solo notarile. È una televisione che ci dice “Apro e chiudo quando voglio io”. Non possiamo farne una colpa, in fondo. Ci può stare, finché non si avrà un format adatto e robusto al matrimonio televisione-social media per un evento puntuale — che si apre e chiude in pochi giorni — come il Festival.

Antefatto 3: Sanremo 2016 è un orologio

I produttori di questo Festival sono dietro le quinte con un orologio atomico al polso. Ci sono momenti non pianificabili— come tutti gli show dal vivo— ma l’impostazione è da treno che procede spedito, con precisione e professionalità. Per alcuni, come Aldo Grasso, questo tran-tran è assenza di idee specchio di mediocrità. Per altri è un pregio che contraddistingue lo stile di Conti e della sua squadra: “Senza colpi ad effetto, senza lacrime e violenza, senza polemiche. Com’è la vita di noi tutti, tutti i giorni. Che alle 21 circa vogliamo intrattenimento non volgare, non idiota, non peregrino, farci qualche buona risata e ascoltare qualche canzone che magari (una o due al massimo, come è sempre stato) fischietteremo per qualche settimana” (Ernesto Assante).

Noia o stile? Ognuno ha la sua legittima opinione in merito. Ciò che rileva è che, in un contesto controllato e pacato come il Festival di questa edizione, si potrebbe avere ancor meno voglia dell’esprit dei social media, con le sue battute fulminanti e incontrollabili, improvvisi lampi di estro e una certa dose di natura selvaggia. O magari, proprio per questa differenza di linguaggi, quell’esprit social è agognato dal Festival (v. l’amore-odio del primo antefatto).

Il fatto: l’omeopatia dei social media

In un contesto come quello sopra illustrato, non siamo ancora al momento della fusione fra televisione e social. Eppure, i social media e la televisione riescono a parlarsi ugualmente, anche se solo per un passo nella loro danza. User-generated content che sale sul palco dell’Ariston.

Gabriel Garko — e gli autori per lui — ha impostato parte della sua presenza al Festival su un simpatico tono di auto-ironia. Se c’è una fonte illimitata di ironia e di pensieri sui personaggi televisivi, quella è Twitter. Così, in una frazione della trasmissione, gli autori pescano da lì. Riconoscimento della cosiddetta rete, ammiccamento sul fatto che sanno che fuori da quel palco c’è un mondo frizzante di idee.

Durante una delle serata del Festival, insopportabile scrive uno dei suoi tweet:

Il tweet è di qualità (non a caso: insopportabile è un talento riconosciuto della testualità Twitter). Tweet ironico, ma scritto col garbo giusto, da scambio fra gentiluomini. Riprende il tema del Garko poco disinvolto che il Festival ha creato e lo ripropone in versione familiare, da giardino di casa. Il pioppo citato nel tweet ha anche qualche eco di altri tweet in cui l’autore parla delle bellezze della sua terra (la Sardegna), per cui suona ancor più gustoso per i suoi lettori.

Immaginate una cascata di oltre 600.000 tweet e 50 milioni di impression che scorre impetuosa fuori dall’Ariston. Da quella massa, si stacca quel singolo tweet, una goccia della cascata. Quella goccia viene depositata e scritta su una pagina — in un bel paradosso fra il digitale dei tweet e il cartaceo del copione — e letta sul palco. Insieme: pubblico televisivo e pubblico Twitter, autori del Festival e autore del tweet. Allineamento mediatico.

Con questo ammiccamento fra RAI e Twitter, i social entrano con i loro testi nei testi del Festival, anche se solo per un frammento della trasmissione. Sarà già accaduto e accadrà in futuro, ma per questo tipo di Festival e in questo momento del rapporto fra televisione e social e delle rispettive evoluzioni, l’allineamento non era scontato.

L’allineamento è ancora incompleto. L’autore del tweet non è stato citato da Garko. Sembra un contenuto proveniente dalla terra lontana dei social, dove la massa di parole è tale da inghiottire il concetto di autore. Autore che invece esiste e che nei social è debitamente riconosciuto con le formule del via, cit, semicit, RT, HT e altre modalità per dare credito a chi ha creato il contenuto. Ma non castighiamo troppo la televisione per questa mancanza. Sono ancora due lingue che stanno imparando a tradursi reciprocamente.

Mentre altre trasmissioni ingollano e digeriscono in rapidità lunghi sottopancia di messaggi e lanciano in rete le àncore di dozzine di hashtag, il Festival assume i social media in dosi omeopatiche. È un segnale da leggere in senso positivo. Lassù, sul ponte di comando di una delle più grandi navi televisive, la squadra di ufficiali e sottufficiali osserva e risponde. Coi suoi tempi dilatati dagli strati di comando, con i tempi di una grande nave. La nave risponderà sempre di più e magari, prima o poi, ci farà salire a bordo.