Opinioni

I topi di Laborit e la vittoria di Trump

Gli algoritmi hanno perso. I Big Data hanno perso. Ha vinto l’istinto, quello sempre rivendicato da Trump come sua principale ispirazione

Alessandro Gilioli
Nov 9, 2016 · 3 min read

Di Alessandro Gilioli

Donald Trump a un comizio a Detroit, 6 novembre 2016. (Carlo Allegri, Reuters)

Il biologo comportamentale francese Henri Laborit, una quarantina di anni fa, aveva dimostrato che in condizioni di stress e paura i ratti tendono tra l’altro ad aumentare violentemente l’aggressività. Il suo lavoro ispirò un celebre film, “Mon oncle d’Amerique”, di Alain Resnais: dove questi meccanismi venivano trasposti agli esseri umani e alle loro risposte emotive allo stress.

Si è dovuti arrivare quasi alle 11 p.m. di martedì, ora dell’East Coast, perché l’autorevole e prestigioso sito di Nate Silver ammettesse di non capirci più niente delle elezioni americane — e che forse si stava verificando il ribaltone.

Da molti mesi Nate Silver, il Data scientist più quotato d’America, dava Clinton in vantaggio di largo margine, con la sola breve eccezione di pochi giorni d’agosto, quelli della Convention repubblicana. Da settimane, poi, i suoi diagrammi non lasciavano dubbi: le chance di successo per Clinton erano oltre i due terzi, con ulteriore allargamento della forbice nei giorni finali, con la chiusura dell’inchiesta Fbi. E quelli di Nate Silver non erano semplici sondaggi, bensì algoritmi complessi basati su tutti i sondaggi ponderati e incrociati con milioni di Big Data, che in teoria dovevano tenere contro di tutto e soppesare tutto, dal sentiment più profondo fino alle previsioni del tempo nella cintura urbana di Cleveland. Balle.

Gli algoritmi hanno perso. I Big Data hanno perso. I Data scientist hanno perso. La tecnologia ha perso. La tecnocrazia ha perso. E ha perso, alle elezioni, il razionalismo congenito a tutto questo: ingegneristico, scientifico, positivista. Tutto questo stanotte ha perso — e malamente.

Hanno vinto le sue esibite emotività, che hanno incontrato quelle degli elettori e con quelle si sono baciate.

Ha vinto perfino l’animalità, se volete: quella esibita da tutte le parole di Trump, dalle sue urla, dalle sue minacce, dal suo tirar su con il naso, dalle sue smorfie, da tutto il suo body language: così contrapposto alla fredda razionalità di Hillary, alla sua pacata sensatezza, alla sua cartesiana metodicità.

Non è una coincidenza se la Waterloo dei Big Data e degli algoritmi ha coinciso con la Waterloo della tecnocrazia e del gelido razionalismo della sua interprete: schiantata dalla pancia, dallo stress, dall’impulsività degli esseri umani. Dalla reattività che non fa calcoli, anche perché non è più in grado di calcolare.

Insomma da quella fetta di umanità resa interiormente fragile e paurosa dalla globalizzazione tecnologica, dal potere inafferrabile del trading automatizzato, della robotizzazione, dei commerci no limit, quindi anche da un’accelerazione eccessiva e deformata della storia - nonchè dallo spatiacque che tutto questo ha creato fra updated e left behind, tra salvati e sommersi dalla tecnoglobalizzazione e dai suoi demiurghi.

Sì, c’è anche qualcosa di “neoluddista” in questo risultato elettorale, ma almeno oggi dobbiamo ripulire questo termine dai pregiudizi di scuola media e ricordare invece che nessuna rivoluzione tecnologica è neutra, e che anzi può facilmente diventare strumento di nuove divisioni sociali e di nuove definizione tra classi. Insomma tutto quello che già i Social Forum avevano affrontato e approfondito — quasi soli, fuori dalle ricerche universitarie — fin dai primissimi anni di questo secolo, sbeffeggiati dai sacerdoti della globalizzazione liberista e mercatista come se volessero “tornare alla candela”. Mamma mia quante sciocchezze abbiamo dovuto ascoltare, con il senno di oggi, e quanto ineluttabilismo fuori luogo su questa modernità.

E adesso eccolo qui, a pezzi, l’establishment tecnocratico razionalista, che per trent’anni ha nascosto sotto il tappeto i problemi che esso stesso creava e adesso se li ritrova tutti addosso, ingigantiti dalla sua ipocrita miopia, dal suo disinteresse a risolverli, dalle sue formulette politiche preconfezionate (“si vince solo al centro”, una delle più grottesche), e perfino dal suo negarli impudentemente piegando la complessità del reale umano alla sua astratta ideologia, al suo positivismo obbligatorio.

Dopo la Brexit — il primo grande schiaffo a tutto questo, “irrazionale” finché si vuole ma espressione autentica di questo profondo disagio emotivo — ora ecco Trump.

Potevamo evitarlo, a capire prima cosa stava succedendo. Non l’abbiamo capito, con pochissime inascoltate eccezioni, e ancora meno l’hanno capito in sala comando.

Eppure, forse, bastava leggere Laborit — o almeno rivedere il film che ha ispirato, “Mon oncle d’Amerique”, che un po’ spiegava dell’umano comportamento.

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