Il caso LuxLeaks ovvero perché denunciare il malaffare non paga

Di Gian-Paolo Accardo

L’ex dipendente della PricewaterhouseCoopers Antoine Deltour (al centro) e il suo avvocato lasciano il tribunale, dopo il primo giorno del processo Luxleaks a Lussemburgo, il 26 aprile 2016. Reuters/Vincent Kessler

Si è aperto il 26 aprile a Lussemburgo il processo a due ex dipendenti della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (Pwc), accusati di aver consegnato alla stampa i documenti all’origine dell’inchiesta Luxleaks sugli accordi fiscali segreti tra il Lussemburgo e diverse multinazionali, fra le quali Apple, Amazon, Heinz, Pepsi, Ikea e Deutsche Bank, tra il 2002 e il 2010.

La vicenda era stata rivelata nel 2014 dall’International consortium of investigative journalists (Icij), lo stesso che sta indagando sulla vicenda dei Panama papers e ha spinto l’Unione europea ad adottare delle misure per combattere il dumping fiscale e il Lussemburgo a mettere fine alla sua aggressiva politica di marketing fiscale per spingere le multinazionali a stabilirsi nel granducato in cambio di accordi vantaggiosi sulle tasse.

Sul banco degli accusati siedono il revisore contabile Antoine Deltour e Raphaël Halet, la cui identità è stata svelata soltanto in aula. I due sono stati denunciati da Pwc per aver violato il segreto professionale, consegnando documenti confidenziali ai mezzi d’informazione. Con loro c’è anche il documentarista francese Edouard Perrin, che per primo aveva indagato sui documenti di Pwc. È accusato di complicità con Deltour e l’altro imputato e di possesso e pubblicazione di documenti riservati. Rischia fino a cinque anni di reclusione e fino a 1,25 milioni di euro di multa.

Le grandi aziende dispongono di risorse quasi illimitate per bloccare chi denuncia i loro comportamenti.


Entrato in Pwc nel 2008, Deltour scopre che la società di certificazione gestisce anche i famosi “tax rulings”. Si tratta della comunicazione da parte del fisco lussemburghese a un’impresa della decisione che prenderebbe nei suoi confronti se essa aprisse una filiale in Lussemburgo. Un modo per l’impresa per ottenere una sicurezza giuridica, ma che falsa il mercato. Una forma di ottimizzazione fiscale che non è illegale, ma che rivela una forma di concorrenza sleale da parte del Lussemburgo nei confronti degli altri paesi europei. Nel 2012 Deltour decide di lasciare Pwc.

“Il giorno prima di andare via, ho copiato una serie di documenti — 28mila file in tutto — sui ‘tax rulings’”, ci racconta, a margine di un incontro con alcuni giornalisti al parlamento europeo, a Bruxelles. “Ho consegnato i file a un giornalista che conoscevo, Edouard Perrin”.


Conformemente al loro accordo, Perrin usa una parte dei documenti per il programma televisivo d’inchiesta Cash investigation. Dopo la diffusione del servizio, l’Icij contatta Perrin e gli propone di mettere in piedi una squadra di ottanta giornalisti di trenta testate di tutto il mondo per spulciare la massa di informazioni fornite da Deltour. Si arriva così a novembre del 2014 e alla pubblicazione da parte di una quarantina di giornali, tra i quali The Guardian, Le Monde, Süddeutsche Zeitung e Asahi Shimbun, dell’inchiesta nota come Luxleaks.

Poche settimane dopo, Deltour è incriminato dalla giustizia lussemburghese. Quasi immediatamente nasce un comitato di sostegno per aiutarlo a sostenere le spese processuali e a lanciare una campagna di solidarietà nei suoi confronti. Deltour si trova però ad affrontare, anziché gli onori riservati a chi ha rivelato il malaffare prendendo notevoli rischi personali, l’ostilità del mondo degli affari e l’indifferenza e l’ipocrisia del mondo politico, pronto a sostenerlo a parole, ma non nei fatti.

Una situazione comune a molti whistleblower, le persone che dall’interno di una struttura denunciano comportamenti non appropriati o illegali, che “sono disarmati di fronte alle pressioni esercitate dalle corporation che denunciano”, afferma, “perché queste ultime dispongono di risorse pressoché illimitate per bloccarli a colpi di denunce e procedure lunghe e costose, che occupano tutto il loro tempo e riducono a zero la loro possibilità di lavorare”.

Un sentimento condiviso da Robert McCoy, un controllore finanziario che aveva rivelato “gravi irregolarità” nei rimborsi spese di alcuni membri del comitato delle regioni dell’Unione europea e nelle assegnazioni dei mercati, nel 2000. McCoy ha subìto forti pressioni dal segretario generale del comitato, l’italiano Vincenzo Falcone, affinché lasciasse perdere per “evitare scandali”.

“Cercano di rovinarti, esercitando pressione sul fronte legale e sommergendoti di cause, avvisi, ingiunzioni; rifiutano le proposte di mediazione, pur di continuare ad assillarti giuridicamente”.

Di fronte alla sua determinazione, è stato sempre più isolato, poi costretto a mettersi in malattia e si batte tuttora per essere riabilitato:

“Mi hanno completamente rovinato la vita”, racconta, “e, se non fosse per la mia stazza e la mia indole da rugbista, avrei rinunciato da tempo”.

“Ma io sono caparbio”.


Due sentenze favorevoli della Corte di giustizia europea non sono bastate a fargli ottenere giustizia e ora McCoy è in pensione e parla di “un mondo alla rovescia, in cui si assume qualcuno per sorvegliare e lo si reprime se fa correttamente il suo lavoro. Tutto è contro i whistleblower: sono completamente isolati”, dice sconsolato.

I casi di Antoine Deltour e di Robert McCoy sono emblematici di quanto sia necessaria la protezione per chi rivela le malversazioni dell’organizzazione nella quale lavora — sia essa privata, come per Deltour, o pubblica, come per McCoy. Raramente infatti i whistleblower vengono ringraziati per quello che fanno e, al contrario, le loro rivelazioni tendono a scatenare meccanismi di autoprotezione da parte dei superiori, che possono sconfinare nel vero e proprio mobbing.


La recente direttiva sul segreto commerciale affronta la questione del whistleblowing, e offre una certa protezione in un ambito molto particolare, ma lascia agli stati membri dell’Unione il compito di decidere come metterla in pratica. Per questo molti si augurano che sia scritta presto una regolamentazione apposita per proteggerli al livello europeo.


Questo articolo è uscito in origine su Internazionale.it