Una mattina al deposito di via Verona 5 a Milano


Questa mattina sono andato a riprendere la mia macchina rimossa dalla Polizia Municipale. Il deposito che raggiungo a piedi è un edificio giallastro, con un portale verniciato di grigio-interni-di-scuola-media, completamente anonimo.

Il citofono è una levetta, da dentro qualcuno apre la pesantissima cancellata in acciaio quel tanto che basta per permettere a un umano magro di entrare e essere avvolto da una sensazione di malinconia profondissima, la stessa che può essere generata dal misto tra un canile, un carcere e un salone delle feste dell’oratorio abbandonato da qualche mese.

Una volta negli uffici - una stanza con un vetro tutto sditazzato in cui lavorano un uomo e una donna - mi rendo conto che non c’è nessun odore, nessun rumore, nessuno sguardo particolare o di quelli severi che si subiscono entrando negli uffici postali.

Lei è al computer e alla modulistica, lui alle relazioni con il pubblico.

Non ci sono mobili, solo sedie per l’attesa che aspettano dei sederi che non dovranno mai attendere seduti e una pennellata di smalto bianco distesa a terra che non dovrà mai far rispettare la privacy a nessuna fila curiosa.

La penna con la quale si firmano i moduli per il rilascio della propria auto è legata con un cordino da alpinista. La biro però non funziona più e la sua sostituta è appoggiata lì vicino, ma senza imbracatura.

Fuori dalle finestre a vetro singolo - ma con dei serramenti sottili in ferro bellissimi - tutte le macchine sono in file disordinate sotto il cielo metalizzato.
Sembrano guardarti negli occhi, come se ti chiedessero informazioni sul perché sono finite in quel posto.
Hanno tutte quell’aria impolverata, con la loro contravvenzione ripiegata sotto il tergicristallo. Alcune sembrano lì da giorni: nessuno che si è curato di raddrizzare le gomme prima di piazzarle su un asfalto rovinatissimo e pieno di buche, nessuno che accende un motore, una radio o apre una portiera o suona il clacson.
Ci sono tante macchine e non ce n’è nemmeno una.

Poi - dopo il dovuto riscatto all’esattore gentile e depresso come Wall Street nel ’29 - esco dall’ufficio: i passi suonano a vuoto contro il pavimento e rimbalzano contro il soffitto buio.
Sono all’aperto tra 4 mura di cinta, la luce lattiginosa abbaglia.
Tra tutte quelle macchine vuote vedo un’anteriore che non mi ha ancora notato, è un po’ ammaccato dal tempo e dai miei parcheggi, ma sempre pacato e a modo.

Dalla distanza schiaccio sul telecomando il tasto con il lucchetto aperto, le luci delle 4 frecce lampeggiano felicissime.
Intorno a noi: musi lunghi sui quali iniziano a cadere le prime gocce di pioggia.


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