Il giornalismo del terrore: come testimoniare gli eventi quando tutti sono testimoni?

Nella nuova realtà del terrorismo e della propaganda sui social media, il valore del giornalismo come mezzo per separare le notizie dal rumore non è mai stato tanto vitale, dice Mark Little, fondatore e Director of Innovation di Storyful.


Nessun essere umano dovrebbe assistere all’esecuzione di un altro essere umano. Ma i miei colleghi di Storyful convivono con quell’obbligo da anni, impegnati nell’elaborare e analizzare immagini sempre più brutali pubblicate sul social web. E nonostante questo, nulla ci aveva preparato all’uccisione di Muath al Kasaesbeh, bruciato vivo in un atto di malvagità quasi da film.

I miei colleghi Jenny Hauser e Eliza Mackintosh hanno entrambi scritto articoli importanti sulle questioni più ampie che sorgono da questa uccisione. Concludo questa breve serie scrivendo da una prospettiva molto personale, motivata dalla mia profonda impotenza come testimone e dalla mia possibile irrilevanza come giornalista.

Non sono il solo a percepire il brusco richiamo di una nuova realtà, nella quale i giornalisti sono stati spodestati dal ruolo di arbitri ultimi della nostra comprensione collettiva del mondo. “Grazie all’ubiquità dei social media”, scrive Andy Carvin, “conta meno ciò che i media tradizionali scelgono di fare, dato che ognuno ha la possibilità di guardare materiale online in maniera selettiva, secondo il proprio giudizio”.

Chiaramente, ciò non assolve i giornalisti, e di certo non li rende irrilevanti. Abbiamo un ruolo critico, anche se mal compreso, nel diffondere informazioni e immagini nel social web. Il valore del giornalismo, come mezzo per separare le notizie dal rumore, non è mai stato tanto vitale.

La storia ci dice che cambiamenti rivoluzionari nella comunicazione creano scompiglio. La gente reagisce all’incertezza ribellandosi contro quelli con cui è in disaccordo. L’ascesa della carta stampata ha annunciato uno dei periodi più violenti e caotici nella storia dell’uomo, come Nate Silver fa notare nel suo libro Il segnale e il rumore.

“Affrontiamo un pericolo”, scrive, “ogni qual volta l’informazione supera la nostra capacità di elaborarla”.

Oggi, il valore del giornalismo sta nella gestione di una sovrabbondanza di informazioni. I giornalisti non hanno più il controllo esclusivo sulle storie da pubblicare. Il loro lavoro è quello di aiutare a filtrare una marea di narrazioni in disaccordo tra loro e mettere le voci più autentiche in contatto con un pubblico il più ampio possibile.

Devono comprendere anche l’importanza storica dell’ascesa dei testimoni oculari. Prima, se non vedevamo qualcosa, non potevamo esserne responsabili—ma oggi non è più così. Lo smartphone fa da testimone a guerre, genocidi e oppressioni sistematiche con un’autenticità senza precedenti, anche se non sempre con coerenza o impatto.

I giornalisti hanno l’obbligo di creare una testimonianza storica partendo da una quantità incomprensibile di contenuti. Le generazioni future non ci perdoneranno, se non accettiamo il nostro ruolo di archivisti dell’oggi.

L’uccisione di Muath al Kasaesbeh ne è un buon esempio. Un gruppo di giornalisti esperti e consapevoli della propria missione ha guardato il suo assassinio perché altri non dovessero farlo. Nel catalogare ogni dettaglio, hanno svolto il ruolo del coroner digitale, per far sì che la testimonianza di quel crimine resista alla prova del tempo e, forse in una qualche futura corte di giustizia, soddisfi i requisiti di una prova.

Per rendere giustizia a questo compito, anche il video dal contenuto più barbaro deve essere conservato in una forma permanente. Quanti di noi hanno passato anni a curare i contenuti video sui social media sono testimoni della precarietà dei video su YouTube, che possono sparire per mille motivi. La storia ci chiede di salvarli, archiviarli e proteggerli.

Ma per quanto riguarda l’obbligo di renderli pubblici? I giornalisti hanno il dovere di condividere ciò che vedono in tempo reale? Credo che la risposta sia “no”.

I giornalisti interpretano il ruolo di connettori, aiutando le fonti migliori a raggiungere il pubblico che meritano. Possono essere anche il portatore, il paziente zero di un virulento ceppo d’odio. L’unica cosa che non sono è testimoni esclusivi di un evento. Non possono più nascondere le proprie scelte dietro a un antiquato dovere di mostrare una verità nascosta.

“Senza comunicazione”, dice Marshall McLuhan, “il terrorismo non esisterebbe”. L’utilità del terrore è direttamente proporzionale al numero di testimoni che vi assistono. La letteratura in rapida evoluzione del jihad online è esplicita nell’accogliere la “propaganda del fatto”. Per citare un noto jihadista, la “tastiera vale tanto quanto un kalashnikov”.

Oggi, la propaganda è confezionata in rappresentazioni visive complete e realizzate con una sensibilità cinematografica. Il montaggio esperto ci conduce dal volto solenne e dignitoso di Muath al Kasaesbeh alla torcia impregnata di benzina del boia. Il presagio di quanto accadrà è acuito da una pausa calibrata con attenzione.

Il giornalista che ha guardato, catalogato e contestualizzato questo rituale selvaggio ha fatto il suo lavoro. Ogni ulteriore azione lo rende complice di una forma unica di terrorismo sociale.

Alcuni giornalisti si sentono obbligati a mettere il proprio pubblico di fronte alla realtà brutale del terrore. Ma se hanno fatto reportage da zone di guerra, o di calamità naturali, devono ben sapere che le immagini di morte sono una droga pesante, il cui impatto si attenua ogni qual volta viene somministrata. Più noi giornalisti cerchiamo di scuotere e scioccare al servizio della verità, tanto più sprofondiamo nell’irrilevanza. Più facciamo a gara per attirare l’attenzione del pubblico, meno possibilità abbiamo di guadagnarcela.

Non sta a noi condividere la propaganda di un culto della morte. Ma neppure metterla al bando.

Non possiamo bloccare quello che Margaret Thachter una volta definì “l’ossigeno della pubblicità”.

Non sarebbe proprio fattibile, nemmeno se lo volessimo. Il social web lo rende impossibile.

Tuttavia, se i giornalisti non hanno più il diritto di dirci che cosa guardare, hanno però dei nuovi obblighi. L’aumentare delle informazioni ha da molto tempo sorpassato la nostra capacità di elaborarle. Se il giornalismo vuole restare rilevante, deve dare al suo pubblico la possibilità di fare delle scelte, nel contesto di una scelta così illimitata. Deve aiutare l’umanità — e le generazioni future dell’umanità — a capire la barbarie che ha ucciso un uomo di nome Muath al Kaseasbeh. Ma deve anche liberarci dall’obbligo di assistere alla sua morte attraverso gli occhi degli assassini.

@marklittlenews

Storyful.com

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