La notifica che avvisa Batman che è il momento di scattare.

Il lavoro del futuro: luci e ombre della on-demand economy

La prossima sarà una generazione di freelance pronti a scattare alla prima notifica lavorativa che si accende sull’iPhone. Tra chi teme un ritorno al XIX secolo e le utopie dei tecno-entusiasti.

di Andrea Daniele Signorelli

(Pubblicato in origine su Gli Stati Generali)

«Diventa il capo di te stesso» è lo slogan con cui molte delle società che operano in quella che viene chiamata sharing economy cercano di attrarre le forze migliori tra chi si trova disoccupato, sottoccupato o comunque ha voglia di cambiare vita e gestirsi in autonomia le ore di lavoro. Ultima a utilizzare questo slogan (“Be your own boss”) è Amazon, che a ottobre 2015 ha lanciato Flex, servizio attraverso il quale chiunque può diventare corriere per Amazon, utilizzando la propria macchina e il proprio smartphone e guadagnando dai 18 ai 25 dollari l’ora.

Fermandosi agli slogan, è facile immaginare i lavoratori del futuro finalmente liberi dalle catene degli uffici e pronti a scattare (ma solo se vogliono) alla prima notifica che si accende sullo smartphone — un po’ come Batman quando si accende il bat-segnale — per indicare che, da qualche parte, qualcuno ha bisogno di loro: per consegnare un prodotto, per portare fuori il cane, per pulire un appartamento, per dare una mano a montare delle mensole (per fermarci solo ai lavori che richiedono competenze meno specifiche).

È curioso che proprio Amazon utilizzi quello slogan così attraente. La stessa Amazon che ha ridato vita a un termine appartenente al passato: “turco meccanico”. Che oggi sta a indicare persone che compiono lavori semplicissimi e ripetitivi: lavori che nemmeno i computer vogliono fare. Micromansioni, chiamate in codice “hits” (human intelligence tasks), che vanno dall’inserire le giuste tag su pagine web, a fare veloci correzioni di articoli a caccia di refusi, moderare commenti e altro.

Tutti compiti molto semplici, molto veloci e molto ripetitivi. Per i quali la piattaforma Mechanical Turks creata da Amazon nel 2005 — e che mette in contatto circa 500mila lavoratori (secondo le stime) con migliaia di società — paga tra i due e i cinque dollari all’ora. Ed ecco che il sogno del freelance con lo smartphone in mano si trasforma nell’incubo del lavoratore perennemente davanti al pc di casa per svolgere compiti alienanti e sottopagati e senza avere alcun diritto a ferie e malattie. Con uno stipendio che, nel migliore dei casi, arriva a 1.000 dollari al mese.

Il freelance e il turco meccanico, quindi. Si tratta dei due estremi di un sistema che, oggi come oggi, sembra inarrestabile. Tanto che secondo Robin Chase (autore di Peers, inc.) «tutto ciò che può diventare una piattaforma diventerà una piattaforma»”. Vale a dire che tutte le società che avranno vantaggio a (o necessità di) trasformarsi in una semplice piattaforma che mette in contatto domanda e offerta lo faranno.

Un futuro di soli freelance?

La conseguenza è ovvia: nel futuro potremmo essere tutti freelance. Già oggi i dati parlano di una crescita continua: negli Stati Uniti un terzo della forza lavoro è costituita da liberi professionisti; percentuale che sale fino al 50% se si considerano i soli millennials (dati Freelancers Union).

E in Italia? Secondo i dati di AddLance, le partite Iva attive nel nostro paese sono 5 milioni. Se si escludono le società di capitali o non commerciali, si scende a 3,8 milioni. A svolgere però “attività creative e intellettuali” (aspetto che da sempre contraddistingue questa tipologia di lavoro) sono solo 1,2 milioni. Ma poco importa, perché la “uberizzazione” della società rende sempre meno importante distinguere tra chi fa lavori intellettuali e chi no.

È importante, invece, capire quale sia il livello di reddito dei lavoratori autonomi: secondo i dati di Adapt, le partite Iva nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili.

Bisognerebbe anche capire per quanti lavoratori la scelta di diventare indipendenti è stata libera e quanti invece sono stati in qualche modo costretti: per uscire dalla totale disoccupazione o per arrotondare uno stipendio non sufficiente. Ci sono poi i lavoratori dipendenti che approfittano di queste possibilità per occupare i tempi morti in ufficio. Ovviamente, nessuno può fare il corriere durante gli orari di ufficio; ma si può invece certamente lavorare come “turco meccanico” e arrotondare lo stipendio (se poi questo sia legale, legittimo o anche solo opportuno è un altro discorso).

Una app per ogni lavoro

E così, quella che una volta era una modalità di lavoro riservata ai liberi professionisti dell’immaginario collettivo (avvocati, architetti, giornalisti) è diventata una possibilità per tutti. Chi vuole lavorare come autista e gestirsi liberamente il tempo di lavoro può iscriversi a Uber o UberPop; chi vuole fare il traduttore-editor-writer può iscriversi a UpWork; chi è pratico di trapani, martelli e chiavi inglesi può puntare su Mario; chi vuole fare il dogsitter si iscriverà a Wag! e chi vuole fare un po’ di tutto senza allontanarsi troppo da casa proverà con TaskRabbit.

Ovviamente, è difficile immaginare che qualcuno faccia solo il corriere per Amazon Flex o solo il turco meccanico. È molto più probabile che, nel futuro, sempre più persone si guadagneranno lo stipendio con una somma di micro-lavori. Una modalità che ha già un nome: gig economy, da “gig”, che stava a indicare le performance musicali o artistiche e adesso anche i lavori di brevissima durata.

La gig economy, però, vale solo per i “lavoretti”; mentre ormai il lavoro tramite applicazioni ha investito anche le grandi professioni: AxiomLaw provvede agli avvocati; TalentGroup ai top manager; MediCast addirittura ai medici. Quest’ultima permette negli Stati Uniti di avere un medico specializzato alla nostra porta nel giro di due ore, per circa 200 dollari (inclusa un’assicurazione contro eventuali negligenze), ed è particolarmente attraente per giovani medici senza i soldi necessari per avviare il proprio studio o per medici non più così giovani che hanno voglia di gestire liberamente il proprio tempo.

La domanda che spesso sorge è: ma come faccio a fidarmi di un medico mai visto prima? In verità, il rischio è molto limitato, perché il sistema dei feedback, che ha reso così affidabile acquistare prodotti su eBay, si può applicare anche agli autisti di Uber e ai medici di Medicast. La vera difficoltà, l’unica barriera d’ingresso per i lavoratori del futuro, è quella di ottenere le prime 5/10 recensioni positive e iniziare a costruirsi una reputazione online.

Altro che sharing economy

Ma è corretto utilizzare per tutte queste esperienze il termine sharing economy? Con questa definizione, si fa riferimento a un’economia in cui i beni sottoutilizzati vengono messi in condivisione. Per esempio, se ogni giorno mi muovo in macchina da Torino a Milano e ho altri quattro posti a sedere vuoti, perché non condividere questo bene sottoutilizzato (la mia macchina) risparmiando così anche su casello e benzina (BlaBlaCar)? Se ho a disposizione una branda sulla quale nessuno dorme mai, perché non dare la possibilità a qualche viaggiatore di dormire lì, gratis, ricevendo in cambio la possibilità di dormire, a mia volta, a casa sua quando ne avrò bisogno (CouchSurfing)?

Questi sono veri esempi di sharing economy, che infatti non si basano sul guadagno personale (lasciando da parte qualche possibile “cresta”) ma solo sulla condivisione di beni sottoutilizzati. Molto più difficile trovare lo “sharing” per quanto riguarda le app per dogsitter o per i medici di Medicast, ma anche negli esempi stranoti di Uber e AirBnb, che andrebbero invece considerate come delle semplici piattaforme per il noleggio di auto con conducente e per l’affitto a breve termine di stanze private. Il senso dello sharing si perde poi completamente se si pensa che spesso sotto questo ombrello si trovano catalogate anche realtà come Spotify o Netflix, in cui nulla viene messo in condivisione.


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