Il mio ultimo giorno di Scuola

Di Alessandro Fusacchia

1.

Oggi è il mio ultimo giorno al MIUR.

Dopo il giuramento del Governo lunedì scorso, ho passato questa settimana con la nuova Ministra (al femminile, come mi ha chiesto lei), per il cosiddetto «passaggio di consegne».

Le abbiamo dato un fascicolo corposo, con i dossier più urgenti, e ho trascorso diverse ore a raccontarle la storia di alcune vicende di questi ultimi tre anni, lo stato dell’arte di molti provvedimenti delicati, l’organizzazione interna del Ministero.

Immaginate due sconosciuti dentro una grande stanza, seduti l’una di fronte all’altro ad un tavolo di legno antico, sottile e lungo, con sopra solamente due tazzine vuote e una mezza dozzina di appunti riservati.

Ho conosciuto una persona attenta, presente a se stessa, che mi ha da subito riempito di domande giuste.

Abbiamo lavorato bene in queste ore. Concentrati entrambi sulle carte e su tutto ciò su cui era utile che fosse messa a conoscenza quanto prima. Ore passate senza pensieri doppi. Senza elefanti nella stanza.

Al primo incontro mi aveva chiesto qualche giorno, e a me era parso doveroso anteporre la sua alla mia urgenza. Poi, venerdì mattina, sono riuscito a dirle che non resto. Le ho confidato ciò che di più autentico avevo maturato dentro.

Immaginate due persone, che adesso cominciano a conoscersi, in piedi vicino alla scrivania di una grande stanza, con una boiserie scura alle pareti e al centro un grande lampadario di vetro bianco. L’ultima frase che le ho detto è stata: «l’ho deciso prima ancora di sapere chi sarebbe arrivato qui».

2.

Non è questo il luogo, né il momento, di fare un bilancio: su quali politiche abbiano funzionato meglio e su cosa avremmo potuto fare diversamente; sui semi a cui servono più stagioni per diventare una foresta, e sui treni deragliati in corsa; sulle emergenze di ogni giorno, e sul disegno di politiche pubbliche fatto di notte quando tornava la calma. Perché per fare un bilancio non basta un post, né tantomeno un’ora; e perché prima di raccontare tutto ciò che è stato, c’è bisogno di una cosa che richiede tempo: dare tregua ai corpi, far riposare gli animi.

Confesso solo che dopo essere stato al Ministero dello sviluppo economico e alla Farnesina, dopo questi tre anni al MIUR in cui ti ritrovi ad allocare centinaia di milioni, in cui la terra trema sotto i piedi dei tuoi alunni, in cui sei tenuto a valutare e decidere su tutto — dalle pulizie nelle scuole alle missioni nello spazio — ti accorgi che nel Paese non c’è un posto più rilevante del Ministero che gestisce l’istruzione; ti accorgi che c’è davvero poco che non passi per questa gigantesca fabbrica di cittadini.

In questi anni ho dato tutto ciò che avevo.

Uno sguardo attento; assieme, però, alla consapevolezza che c’è sempre qualcosa che ci sfugge.

Una fiducia sconfinata negli sconosciuti; ma anche l’estraneità a certe logiche di chi pretendeva di conoscermi.

L’onestà, anche quando ti dicono che i piccoli sgarri sono poca roba; e l’onestà intellettuale, anche quando devi contrastare chi ha ragione per definizione.

La resistenza fisica. La resilienza morale. L’insofferenza per l’approssimazione.

Ho dato tutto questo. E in cambio ho preso molto.

In questi tre anni ho imparato come sia impossibile affrontare le aspettative di migliaia di persone partendo da un secolo finito e senza un’idea convinta di come si trasformerà il mondo. Ho imparato come gli ingranaggi si inceppino quando le agende di chi lavora insieme non sono condivise. Ho imparato a distinguere ciò che è limpido da ciò che è solamente lucido. E ho imparato come i successi e i fallimenti non dipendano mai da una persona sola, ma sempre dagli andamenti tra più persone.

In questi tre anni ho conosciuto molti colleghi strepitosi, che mi hanno insegnato molto e che ho incoraggiato quotidianamente a sviluppare più pensiero laterale. E ho conosciuto me stesso: lo spettro largo degli umori; la fatica; la necessità di misurare i propri errori; la tessitura di una tela di significato; la ricerca costante di un impatto; l’impotenza di fronte a più verità contraddittorie; la tensione per ridurre la distanza tra ciò che vive fuori e ciò che sopravvive dentro quel palazzo; e da ultimo lo sforzo per gestire situazioni estreme in cui devi essere disposto a sacrificare tutto, ad eccezione dell’unica cosa che non potrai sacrificare mai: la possibilità di continuare a guardare negli occhi le persone.

Immaginate una spugna, ancorata su una roccia sul fondale, al centro di correnti marine contrastanti. Ho assorbito tutto. Il MIUR è stato questo abisso.

3.

Tanti, in queste ore, mi stanno chiedendo: «che farai, adesso?».

Non lo so.

So soltanto che vado via dal MIUR senza sapere ancora dove andrò. Perché se pure teoricamente potrei mettere fine all’aspettativa e rientrare a Bruxelles in qualsiasi momento, so che in pratica non sarà così.

Adesso è il tempo di fermarsi. Di sentire. Di non far decidere alle circostanze, ma di tornare a costruirle.

I prossimi due mesi sono comunque già impegnati.

Da ventidue giorni sono il papà di una bimba di nome Marta. Che ogni giorno mi insegna cose nuove: l’altro ieri il silenzio, ieri la pazienza, la scorsa notte la forza di gravità. Nelle prossime settimane voglio passare più tempo possibile con sua mamma e lei.

Così come ho intenzione di organizzare un tour in giro per l’Italia di presentazione de I solitari. Finora sono stato a Lecce, Torino, Terni, Perugia e nella mia Rieti. Da gennaio toccherà a Bari, Milano, Pisa, Brescia, e ad ogni altra città in cui ne avrò l’occasione. A Roma mi piacerebbe presentarlo dentro al Colosseo Quadrato. Un capitolo del romanzo racconta la costruzione di questo palazzo metafisico che avrebbe dovuto ospitare il padiglione Italia in occasione dell’Esposizione Universale del 1942, e il senso di quell’ultima parola della scritta sul frontone: trasmigratori.

E poi, userò le settimane che ho davanti per decomprimere e per tornare a leggere, scrivere, fare i conti, pensare.

Quando rientrai a Roma, all’inizio del 2012, l’Italia era the sick man of Europe. Siamo cinque anni (e tre governi) dopo, e la febbre è scesa, ma non per questo siamo guariti. Nel frattempo, neanche l’Europa se la passa più particolarmente bene. Si affollano le periferie, crescono le disuguaglianze, dilaga il qualunquismo. E tutti noi cittadini europei ci sentiamo svuotati, e impotenti. Abbiamo finalmente capito di non essere più i padroni del mondo, ma non abbiamo ancora capito come essere padroni di noi stessi.

Voglio capire cosa ci sta succedendo, prima di decidere cosa far succedere a me. Prima di capire quale sarà il mio prossimo mestiere. Voglio guardarmi avendo in testa i prossimi dieci anni. Con lo stesso spirito di dieci anni fa, quando fondammo l’associazione RENA. Sento quello stato d’animo, quello stupore di fronte a ciò che ancora non esiste. In più, oggi sento quella forza che allora non avevo: una forza in piccola parte mia, maturata in questi anni di lunga apnea; e in grossa parte di compagni di viaggio eccezionali, che l’hanno maturata su ogni terra emersa, portando avanti ognuno — con il conforto degli altri ma ciascuno a modo suo — un’avventura immensa.

4.

Posso solo chiudere con un augurio.

Lo faccio a tutti coloro con i quali, negli ultimi tre anni, ho avuto la fortuna di lavorare giorno dopo giorno al MIUR.

Ai dirigenti e ai funzionari che credono ancora che lo Stato inteso come servizio ai cittadini, e non come mantenimento di rendite, sia il luogo più prezioso che tutti noi abbiamo.

Ai collaboratori esterni che abbiamo chiamato a viale Trastevere — quasi tutti più giovani di me — perché hanno accettato di scalare la montagna senza sapere quante scorte avevamo preparato per l’ascesa, né quanto ossigeno ci sarebbe stato in vetta.

E dulcis in fundo a lei, all’ex ministro, a Stefania, alla quale sarò sempre grato per aver deciso — come primo atto nel primo giorno del suo arrivo al MIUR — di chiedere a me di fare il capo di gabinetto. Dandomi in questo modo un’opportunità enorme. Caricandomi in questo modo di una enorme responsabilità.

A ciascuno di loro auguro oggi che non tutto vada sempre esattamente come se lo sono immaginato; che si lascino sempre uno spazio di manovra per tornare a respirare; che scoprano quanta bellezza nasce quando ci concediamo mosse contro la ragionevolezza.

Perché è solo fuori da ciò che siamo sempre stati che si produce la magia.