

Immigrati indesiderati in UK
Perché il concetto di libera circolazione secondo il nuovo governo inglese fa acqua da tutte le parti
S Siamo di fronte ad una delle più grandi assurdità: uno dei paesi cardine dell’economia europea chiede ai lavoratori europei di smetterla di entrare nei suoi confini per cercare nuovi impieghi. Se però questi lavoratori trovano un impiego prima di arrivare, allora la cosa cambia.
Mi chiedo se sia l’unica a non vedere il senso della cosa. Come si fa a trovare un lavoro in Inghilterra quando si è ancora in Italia? Mi pare che le parole di Theresa May, ministra dell’Interno del governo Cameron, siano volte ad una lettura dei Trattati costitutivi dell’Unione (e non di Schengen, come si crede) in chiave ridicolizzante. Come si può anche solo pensare che la libera circolazione degli individui sia limitata a coloro che si muovono per lavoro e non per lavorare? Mi sembra che qui ci si stia prendendo un tantino in giro.
Davanti ai miei occhi di immigrata nel Regno Unito si palesa ogni giorno la stessa situazione: l’autista del bus che prendo è romeno, la ragazza della caffetteria in cui vado è spagnola, il cameriere del ristorante in centro è italiano, il barista del locale che frequento è belga. Per non parlare dei miei colleghi: polacchi, tedeschi, francesi, greci, portoghesi…e chi più ne ha più ne metta. In pratica l’Europa trascina, a suo modo, l’economia inglese.
È un’Europa fatta di gambe e braccia che hanno raggiunto questo paese con non poche difficoltà, come dicevo qualche giorno fa. È un’Europa fatta di cervelli che hanno voglia di accendersi e creare qualcosa di buono, è l’Europa che cerca di viversi senza confini, perché, in fondo, siamo tutti cittadini della stessa realtà. È l’Europa di Marta, che è arrivata qui con un Master in tasca e oggi dirige un negozio di una grande catena di abbigliamento; è l’Europa di Dario, che oggi gestisce un ristorante in centro a Londra; è l’Europa di Valeria, che insegna negli asili.
La realtà dipinta dalla May, quella fatta di persone che sono solamente in cerca di sussidi, mi sembra non esista. Anzi, posso dire che chiunque faccia lo sforzo di lasciare il proprio paese per avvicinarsi al Regno Unito, lo faccia con tutta l’intenzione di lavorare, non di chiedere sussidi. È per questo che basta poco a spaventarci: tutti i giorni ci rimbocchiamo le maniche per aiutare l’economia di un paese che non è il nostro, tutti i giorni contribuiamo alle tasse di questo paese, lo rendiamo economicamente più forte a costo della nostra energia. E cosa stiamo ricevendo indietro in questi giorni? Calci.
Ne parlavo qualche giorno fa con i miei colleghi: quante menti brillanti andrebbero perse se le parole della May diventassero realtà? Quanti camerieri, baristi, receptionist degli alberghi in meno si vedrebbero nel Regno Unito? E, soprattutto, dove andrebbe a prendere tutta questa forza lavoro il governo Cameron? Sono domande alle quali non siamo stati in grado di rispondere, domande alle quali non credo sappiano rispondere nemmeno i 52.000 italiani arrivati sull’isola negli ultimi 12 mesi.
Forse alle nostre domande e preoccupazioni, che al momento spaventano più per il futuro della libera circolazione — che non potendo essere abolita, potrebbe essere aggirata creando nuove leggi in materia di servizi pubblici — che per il nostro futuro in quanto singoli cittadini, risponderanno i membri del governo inglese durante la loro perenne campagna elettorale. Non è, infatti, da escludere che queste frecciate anti-immigrazione, appoggiate anche da Salvini, vadano a costruire la base per il lancio della May come nuovo rappresentante dei Tory.
Staremo a vedere. Intanto, da queste parti, rimaniamo tutti con il fiato sospeso. Un po’ per la figura poco carina che sta facendo il governo inglese di fronte ai cittadini di tutta Europa che, invece, vi ripongono le loro speranze, un po’ per tutti coloro che verranno dopo di noi. È altamente probabile, anzi certo, che in materia di immigrazione il governo di Sua Maestà abbia fatto non solo uno scivolone perdendo la sua nota eleganza, ma un grande errore di valutazione economico-sociale.