Innamorarsi di una città come di una persona

Di Donata Columbro

In un giorno non meglio precisato di luglio cade il mio anniversario con Roma. Avevo 9 anni, guardavo in alto ammirando palazzi che mi sembravano altissimi e dicevo ai miei genitori: “Da grande verrò a vivere qui”. Erano arrivati da Torino per riportarmi a casa dopo una settimana di vacanza “da sola” da una zia conosciuta pochi mesi prima al matrimonio di una cugina. Vieni a trovarmi a Roma quest’estate? Fin da piccola probabilmente avevo la sindrome delle occasioni sprecate e ho detto “sì” senza battere ciglio. Fino al giorno della partenza i miei a insistere: “Ma sei sicura? Non è che poi ci chiami per venirti a prendere dopo due giorni?” No. Voglio andare da zia Desi. Zia Desolina, che vive a Roma da più di 60 anni e non ha perso una nota del suo accento di Parma. Si è sposata con il fratello di mia nonna paterna, calabrese, ha avuto due figli e quando sono stata a trovarla ha convinto Federica — fidanzata e ora moglie di mio cugino Massimo — a portarmi in giro per la città plasmando per sempre la mia percezione di Roma, “il luogo dove tutto succede”, il centro del mondo per me, novenne, che guardando il tg a casa della zia mi esaltavo nel sentire frasi come “qui a Roma il presidente della Repubblica ha incontrato il primo ministro argentino”.

Quando un romano oggi mi dice “vedrai, finirà presto la tua luna di miele con la città”, quando esprimo amore per le mura rovinate, per i tramonti sulle acque torbide del Tevere, consapevole anche di tutto ciò che rende questo luogo inavvicinabile per molte altre persone — i disservizi, il disordine, la non cura degli spazi pubblici, più da parte degli amministratori che dei cittadini — non tiene conto che la mia infatuazione di bambina continuerà a sovrapporsi a ogni verità.

Credits: @dontyna

Quando respiro il profumo dei pini delle terme di Caracalla, ma anche l’odore del fritto che si mischia a quello dei gabbiani riuniti in conclave a Termini alle 6 del mattino io mi rendo conto di non essere obiettiva.

Credits: Donata Columbro (Parco Degli Acquedotti)

Per questa città io provo un sentimento, e so di non essere completamente pazza perché ci sono altri che ne hanno scritto prima di me. In particolare tre autori, pubblicati tutti su Internazionale, che, ironia della sorte, è il giornale per cui mi sono trasferita due volte a Roma, nel 2013 e nel 2014, anche se poi non è stato il motivo per cui sono rimasta.

Il primo è Paul Graham, in questo pezzo del 2008:

“Le grandi città attirano le persone ambiziose. Passeggiando per le strade ti rendi conto che, in modo più o meno sottile, la città manda dei messaggi: potresti fare di più, dovresti impegnarti più a fondo. […]
Una città parla di sé in modo casuale, attraverso le cose che vedi dalla finestra, le conversazioni che ascolti per caso. Non sono cose che devi andare a cercare, perché tanto non le puoi evitare”.

Il messaggio che mi manda Roma è: “Prenditi meno sul serio. Chi ti credi di essere? Non lo vedi che qui c’è altro a cui pensare e altre imprese da ammirare? E poi: tieni, mangia questo supplì, e goditi quello che vedi intorno perché potrebbe sparire presto”.

A spiegare bene la dinamica degli affetti per le città è Paul B. Preciado:

Il primo stadio dell’amore urbano è quello cartografico: ha luogo quando senti che la mappa della città amata si sovrappone a qualsiasi altra. Innamorarsi di una città significa sentire, quando la si percorre, che si dissolvono i limiti materiali tra il tuo corpo e le sue strade, quando la mappa diventa anatomia. Il secondo stadio è quello della scrittura. La città prolifera in tutte le forme possibili del segno, si fa innanzitutto prosa, poi poesia, per divenire infine vangelo.

Non avrei potuto dirlo meglio.
Quando corro tra i fori romani — sì, quando mi succede mi ripeto di continuo quanto sono fortunata — e mi guardo intorno, è come se la città entrasse in me. È stucchevole, ma quando risalgo via Labicana per tornare verso San Giovanni ho sempre gli occhi umidi e un sorriso da ebete, pardon, da innamorata.

Credits: @dontyna (Roma, via del Corso)

Il terzo autore è Philippe Ridet, corrispondente dall’Italia per il quotidiano francese Le Monde, che ha lasciato Roma nel giugno di quest’anno e scrive così nella sua lettera di addio:

Per molto tempo ho voluto essere italiano. Volevo portare dei vestiti fatti come si deve e camminare a braccetto con gli amici sul marciapiede all’ombra. In realtà volevo essere romano e avere anch’io questo rapporto elastico con il tempo che passa, sentirmi proprietario di qualche antica rovina, “di vecchi palazzi, di vecchi archi e di vecchie mura”, per il semplice motivo che fanno parte del mio paesaggio. Poter andare a zigzag con la vespa sul ponte Flaminio come fa Nanni Moretti. Aspettare un autobus che non arriva senza arrabbiarmi con tutto e con tutti. […] Prenotare per tre al ristorante e arrivare in sei, trovare posto e anche il sorriso del proprietario. Avere quell’ironia, quell’umorismo, talvolta quella grazia, che permettono di vivere sull’orlo del baratro senza mai caderci dentro. Lasciarsi trasportare dagli eventi.

Lasciarsi trasportare dagli eventi è anche accettare che un giorno la si potrebbe lasciare questa città. Ma che se ci si arriva, bisogna farlo con lo spirito di Gilbert Keith Chesterton, che diceva così:

È insensato andare a Roma se non si possiede la convinzione di tornare a Roma.