Just Another Day in Italy: “Ti faremo sapere”

Nel mese di gennaio sono stata contattata su LinkedIn da una ragazza che lavora nelle risorse umane di un’azienda abbastanza nota. Ed ecco come è andata


Hai un profilo molto interessante, vuoi fare un colloquio con noi?”. Le ho fatto avere il mio cv completo e ho atteso per ben tre mesi che fissasse un appuntamento. A fine marzo mi ha scritto di nuovo. “Prima del colloquio devo chiederti di fare una specie di test, la rielaborazione di un testo con tre diversi tone of voice, più tre strategie per i social”. Una cosa banale ma lunga, ho lavorato — gratis, ovviamente — per due giorni.

Al colloquio, nella prima settimana di aprile, eravamo in tre. Abbiamo compilato scartoffie che nemmeno alla NASA, fatto una presentazione “creativa” e ben tre prove brevi simili a quella del test preliminare.
“Vi faremo sapere, la ricerca è urgente”.

Sono passati quasi altri due mesi, durante i quali ho mandato tre mail per avere notizie rispetto all’offerta. A fine maggio, mi hanno comunicato la decisione di assegnare la posizione a un interno.
Ora, quella posizione è di nuovo aperta, però in stage.

Cosa si può fare, più che sperare che falliscano malamente e che quelli delle HR finiscano a chiedere un lavoro — sin troppo pulito, per personaggi simili — come addetti allo spurgo delle fogne?

Ho letto più di un articolo in cui si affermava che la mia generazione, quella dei nati negli anni Ottanta, è quella che ha studiato di più e guadagna meno. D’altronde, abbiamo avuto i cartoni animati più belli di sempre e il Seattle Sound, che pretendiamo ancora?

A leggere gli annunci per gli stage viene da ridere: l’Italia è il paese in cui si cercano gli intern e gli apprendisti con esperienza.

Le caratteristiche richieste poi sono da sganasciarsi. Che tu sia un futuro stagista o un “junior”, dovrai poter sfoggiare superpoteri vari, oppure millantarli: parlare cinque lingue fluentemente, conoscere e saper usare una decina di linguaggi di programmazione, saper attraversare un ponte tibetano bendato guidando un monociclo, etc . Mi sono laureata nel 2012, il prossimo 11 dicembre compirò 31 anni. Gli stage posso dimenticarli, e non solo per una questione di età: la mia città, Torino, al momento sembra completamente morta dal punto di vista lavorativo. Devo puntare ad altre mete, e per viverci mi serve uno stipendio vero.

Recentemente, ho fatto un colloquio durante il quale ho ammesso di essere alla ricerca di una posizione junior nel campo della comunicazione e del marketing perché, pur avendo all’attivo varie e variegate collaborazioni, non mi sento abbastanza preparata da potermi occupare da sola di un intero progetto. I selezionatori erano visibilmente — piacevolmente? — sorpresi, e uno di loro ha detto “Questo ti fa molto onore”.

Al secondo colloquio mi hanno detto che a loro avviso invece ho le caratteristiche giuste, semplicemente non ne sono del tutto consapevole per eccesso di umiltà in questo campo. Sono in attesa di una risposta da questa azienda — seria, FIGHISSIMA, già enorme, in espansione— sono uscita dall’ufficio con la certezza di essere piaciuta molto, era evidente, ma non riesco a smettere di pensare che potrei essermi giocata tutte le mie possibilità per aver detto la verità sulla percezione che io stessa ho delle mie capacità.

Resto convinta che la sincerità paghi, ma dopo dieci anni matti e disperatissimi di studio e lavoro, lavoro e studio, aspetto da quattordici mesi che si apra una porticina. Per ora continuo a bussare, bussare, bussare.

E intanto resto a guardare chi ha difficoltà con le tabelline, la coniugazione dei verbi e le operazioni più elementari su Excel — non sto esagerando — festeggiare la tredicesima, la quattordicesima o il bonus riconosciuto grazie al contratto integrativo, E NON MI DO PACE.

Ditemi dove sbaglio, accetto QUALSIASI consiglio.


Storie del lavoro che non c’è, in Italia
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