Riscriviamo il codice dell’economia

“Ho rinunciato all’idea di riparare l’economia. Non è un sistema difettoso, è un sistema ingiusto. C’è una differenza sostanziale”

Di Douglas Rushkoff
Traduzione di
Monica Cainarca

Douglas Rushkoff

Dobbiamo smettere di considerare la nostra economia come un sistema difettoso da riparare, quando in realtà funziona in modo perfettamente fedele al suo disegno originario. È il momento di essere davvero progressisti — e ciò significa avviare cambiamenti sistemici.

Prendiamo ad esempio la proposta di Bernie Sanders di mettere un freno al settore bancario ripristinando la funzione della Federal Reserve come “agenzia di regolamentazione”. Per quanto bene intenzionata, è una proposta che rivela l’incapacità della sinistra di cogliere le vere cause dei problemi finanziari di oggi.

Il punto è che non stiamo assistendo a una perversione del capitalismo – il problema non è l’avidità delle banche che hanno corrotto un sistema finanziario altrimenti egalitario, ma il fatto che il capitalismo sta facendo esattamente ciò per cui è stato programmato fin dall’inizio. Per risolvere il problema, dovremmo andare all’essenza del codice operativo del sistema stesso e riscriverlo per metterlo al servizio delle persone, invece che al servizio del potere.

Prima di tutto, il ruolo della Federal Reserve non è mai stato quello di un’agenzia di regolamentazione. Non è come l’Agenzia per la protezione dell’ambiente che, per quanto si dimostri tristemente inadeguata al suo scopo, ha effettivamente il compito di regolamentare le attività delle imprese per limitare i danni ambientali. La Fed è piuttosto una società privata – una banca per le banche, di proprietà delle banche — creata per garantire il valore della valuta. È stata ideata per essere al servizio del dollaro e mantenerne il valore contrastando l’inflazione. Quando la Fed si sente magnanima, può anche far circolare soldi in più, nella speranza di vederli investiti in imprese che creano lavoro.

Le azioni della Fed sono tuttavia limitate dal modo in cui il nostro denaro, la valuta centrale, è stato progettato per funzionare. È un sistema nato prima dell’era industriale, quando l’aristocrazia europea in declino cercava di contenere l’ascesa della classe media mercantile. I piccoli mercanti si stavano arricchendo per la prima volta dagli inizi del feudalesimo, grazie alla diffusione di un mercato peer-to-peer con un nuovo ingegnoso sistema monetario, basato su ricevute e valute locali di scambio.

All’inizio della giornata di mercato, un panettiere poteva acquistare le provviste necessarie per la settimana mettendo in circolazione ricevute valide per l’acquisto del pane, che a loro volta potevano anche essere scambiate per acquistare altre merci. Altre valute erano basate su depositi di cereali o fieno. Erano state create non a scopo di risparmio o accumulo, ma per promuovere gli scambi commerciali.

Una dopo l’altra, le monarchie europee misero fuorilegge queste valute locali adottando al loro posto valute centrali, che potevano essere messe in circolazione solo in forma di prestito a interesse. Se un mercante voleva utilizzare il denaro, doveva prenderlo in prestito a interesse dalla banca centrale. Questo nuovo sistema aiutò i ricchi a mantenere l’esclusività sulla ricchezza. Potevano diventare più ricchi, semplicemente essendo ricchi.

Queste sono le origini del nostro sistema monetario: è stato progettato non per promuovere la creazione e lo scambio di valore tra la popolazione, ma per estrarre valore da chiunque intendesse avviare scambi commerciali. Non è stato concepito per favorire la circolazione, ma per farle da freno.

Un altro problema di una valuta centrale è che richiede una crescita sempre più rapida dell’economia. Se per ogni 100.000 dollari messi in circolazione alla fine ne dovranno essere rimborsati 200.000, da dove vengono gli altri 100.000? Qualcuno deve prenderli in prestito o guadagnarli.

Ora, questo schema funziona bene finché l’economia continua a crescere, come avvenne in passato per le grandi potenze coloniali alla conquista del mondo o con l’espansione economica degli Stati Uniti nei decenni dopo la seconda guerra mondiale. Ma oggi la nostra capacità di crescita ha raggiunto i suoi limiti. Non ci sono più regioni da conquistare o nazioni in via di sviluppo da sfruttare. Anche senza pensare a progetti futuristici di fuga nello spazio, è ovvio che il nostro pianeta è stato spinto oltre la sua capacità portante in termini di estrazione e crescita ulteriore.

Ci stiamo muovendo verso una fase di stallo economico — e per quanto un’economia stazionaria a crescita lenta o persino a crescita zero sia un bene per gli esseri umani e per il pianeta, è del tutto incompatibile con il sistema monetario su cui è ancora basata.

A peggiorare le cose, nell’era digitale abbiamo dato spinte di accelerazione sia ai nostri mercati finanziari con il trading ad alta frequenza sia al nostro contesto imprenditoriale, con startup gonfiate e spietati monopoli di piattaforme come Amazon e Uber. Queste società sono valutate non tanto per la capacità di realizzare profitti quanto per quella di essere acquisite o quotate in borsa – ripagando così le istituzioni che le hanno finanziate fornendo loro il capitale iniziale.

Affidare alla Fed il compito di risolvere i problemi del capitalismo è come chiedere a una compagnia petrolifera di aiutarci a staccarci dalla dipendenza da combustibili fossili: è vendere lo strumento sbagliato per il lavoro da fare.

Come sostengo nel mio ultimo libro, Throwing Rocks at the Google Bus, stiamo facendo girare l’economia digitale del ventunesimo secolo su un sistema operativo che risale all’epoca delle macchine da stampa del tredicesimo secolo. L’opportunità dell’era digitale e la sensibilità che sta diffondendo è di riprogrammare il denaro in modo da favorire lo scambio rispetto all’accumulo – il flusso rispetto alla crescita.

Ciò significa sperimentare nuove forme più fluide di scambio – da valute locali, che aumentano la circolazione di dieci volte rispetto a quelle emesse dalle banche, a un sistema come quello di Bitcoin, che verifica le transazioni senza bisogno di una costosa autorità centrale. Stiamo già vedendo esempi efficaci di adozione di sistemi monetari alternativi, non solo nelle città progressiste costiere degli Stati Uniti, ma anche negli ex centri industriali degli stati centrali, un tempo sede delle grandi acciaierie. Le “banche del tempo” online danno nuova energia allo scambio di beni e servizi in molte comunità, dalla Grecia paralizzata dall’austerity fino alla città di Lansing nel Michigan devastata dalla recessione. Nuove cooperative che attirano investitori – da produttori di finestre a Chicago a sviluppatori di software in Nuova Zelanda – scelgono di ottimizzare in modo consapevole il flusso di valore attraverso una rete, piuttosto che l’estrazione di valore da quella rete.

Altri esempi sono piattaforme cooperative come Lazooz, un servizio di car-sharing di proprietà degli autisti, che utilizza il sistema Blockchain per stabilire la proprietà in base ai chilometri percorsi. Anche se Lazooz segue la stessa direzione di Uber puntando alle vetture autoguidate, almeno i suoi lavoratori condivideranno i guadagni futuri del lavoro da loro creato.

Ciò che distingue questi esperimenti dagli approcci tradizionali della sinistra è che non stanno tentando di compensare le disuguaglianze del nostro sistema economico a posteriori. Non ridistribuiscono il bottino del capitalismo d’impresa, come farebbero politiche governative attuate per imposizione dall’alto. Piuttosto, il loro obiettivo è ampliare la distribuzione dei mezzi di produzione e degli strumenti per lo scambio. Dalle Benefit Corporation agli esempi locali di crowdfunding, i migliori tentativi di forgiare strumenti finanziari più equi sono caratterizzati da una volontà di riprogrammare l’attività d’impresa, il commercio, la valuta e il mercato dall’interno verso l’esterno.

Ecco perché, soprattutto in un anno di grandi campagne elettorali come questo, dobbiamo smettere di chiedere ai politici di limitarsi a girare questa o quella manopola del nostro attuale sistema economico o monetario. Sostituire i membri della Fed non cambierà la natura di base della banca centrale, così come un sistema fiscale incrementale e più progressista non potrà cambiare la natura estrattiva della moneta centrale.

Invece di pensare a proposte per mettere freni al settore bancario, bisogna pensare a come spezzarne il monopolio sulla creazione di valore e di scambio, favorendo valute competitive, strutture imprenditoriali alternative, aziende gestite dai lavoratori e un rinnovato rispetto per il territorio e la forza lavoro, invece del puro capitale. Se non vogliamo accettare lo status quo, proviamo almeno a battere il sistema al suo stesso gioco. Possiamo creare noi stessi la nostra economia e il nostro denaro.

Dopo tutto, siamo o non siamo in un libero mercato?


L’articolo originale è stato pubblicato in origine su Shareable.


Throwing Rocks at the Google Bus: How Growth Became the Enemy of Prosperity by Douglas Rushkoff, hardcover, 288pp. (Portfolio, Penguin Random House, 2016)

Douglas Rushkoff è teorico dei media e autore di saggi sul rapporto tra tecnologia, società e cultura. Nel 1994 aveva descritto per primo i viral media e gli viene attribuita l’invenzione dell’espressione “nativi digitali”. Nel suo ultimo libro uscito lo scorso marzo, Throwing rocks at the Google bus: how growth became the enemy of prosperity (Lanciare sassi contro l’autobus di Google: come la crescita è diventata il nemico della prosperità), sostiene la necessità di riprogrammare l’economia digitale dal suo interno per una prosperità più sostenibile. Vive a New York dove insegna teoria dei media al Queens College/CUNY. In Italia sono stati pubblicati “Presente continuo: quando tutto accade ora” e “Programma o sarai programmato: dieci istruzioni per sopravvivere all’era digitale”.

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