L’era degli algoritmi e la gabbia della Filter Bubble

Un mondo (virtuale) dove le opinioni di chi non la pensa come noi, semplicemente, vengono fatte sparire. Per scopi commerciali.

di Andrea Daniele Signorelli

pubblicato in origine su Rivista Studio

E così anche l’ultimo baluardo dell’informazione non filtrata sta per abbandonarci. Il riferimento, forse un po’ drammatico, è a Twitter, che ha da poco deciso di introdurre un algoritmo che riorganizzerà i tweet per mostrare solo quelli ritenuti più interessanti per i singoli utenti. Una funzione che dovrebbe, nelle speranze del Ceo Jack Dorsey, risollevare le sorti del social network e che, comunque, per il momento si può facilmente disattivare.

Basta questo per far dormire sonni tranquilli a chi ritiene che, così facendo, Twitter si stia snaturando? Probabilmente no, soprattutto se si considera che anche su Facebook l’algoritmo che regola il newsfeed è opzionale (sempre che riusciate a trovare il pulsante per disattivarlo, nascosto nei meandri delle impostazioni di Facebook). Una voluta complicazione che dà il senso di quanto sia importante per i social network fornirci i post in senso algoritmico. Per ora su Twitter le cose sono più trasparenti, ma la sensazione diffusa è che si tratti solo della prima tappa di un percorso irreversibile, che porterà dritti alla cosiddetta “facebookizzazione” di Twitter.

Le ragioni di una scelta che ha suscitato malcontento sono state sintetizzate da Matthew Ingram su Fortune: dal momento che molti nuovi utenti di Twitter fanno fatica a trovare profili interessanti da seguire e restano spesso spaesati al loro primo approccio con il social network, una selezione di tweet che vada rapidamente incontro ai loro interessi potrebbe essere un’ottima strategia di “reclutamento”; secondariamente, l’ordine cronologico con cui sono sempre stati mostrati i tweet li disperdeva troppo facilmente nella marea, causando frustrazione negli utenti. In questo modo, invece, al loro ritorno sulla piattaforma troveranno pronti, in cima, i tweet più interessanti per loro.

Ora sarà un algoritmo a scegliere se sulla nostra “timeline” compariranno immagini di gattini o un reportage dalla Siria

Il problema, però, è rappresentato proprio dal fatto che ora sarà un algoritmo a decidere cosa vedremo nel momento in cui accederemo a Twitter, a scegliere se sulla nostra “timeline” compariranno immagini di gattini o un reportage dalla Siria. E chi interagirà più spesso con contenuti leggeri insegnerà all’algoritmo a mostrargli sempre e solo quelli, tagliando fuori dalla sua orbita tutta una parte di informazione più significativa, decidendogli sostanzialmente che non gli interessa.

In questo modo, Twitter presta il fianco a quella che è sempre stata la principale accusa rivolta a Facebook: decidere per i suoi utenti cosa devono vedere. Un’accusa, però, che le alte sfere del social network hanno sempre rigettato, rispondendo, come fatto da Andy Mitchell all’ultimo Festival del giornalismo di Perugia, che «non è Facebook a decidere, sono gli utenti a scegliere, interagendo con i contenuti che interessano maggiormente. Voi ci mandate dei segnali, noi rispondiamo».

Certo, l’idea alla base dell’algoritmo che regola Facebook (e anche la prossima versione di Twitter) è proprio questa: sfruttare i nostri segnali per mostrarci solo contenuti interessanti per noi. Ma è altrettanto vero che per definizione un filtro algoritmico è un programma che decide, sulla base di alcuni criteri scelti da un programmatore, che cosa vedremo e (soprattutto) che cosa non vedremo.

I rischi che comporta un meccanismo di questo tipo diventano più evidenti, e con (possibili) conseguenze ancora più importanti, se si analizza il funzionamento di Google. Anche le ricerche sul più importante motore di ricerca (come su tutti gli altri) sono filtrate da un algoritmo. Il che significa che se due persone compiono la stessa identica ricerca, nello stesso momento, molto probabilmente otterranno due risultati diversi. E questo perché le risposte che si ricevono vengono decise anche in base alle ricerche effettuate nel passato, ai siti che si sono visitati più spesso, a cosa si è cliccato e cosa invece si è scelto di ignorare.

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