L’idea vale

di Jacopo Perfetti

Ecco un estratto dal mio primo ebook, «L’idea Vale!», pubblicato per Sperling&Kupfer come uno spin-off del mio precedente libro «Fai Fiorire il Cielo», che ho scritto per mettere nero su bianco il valore delle idee. In un mondo votato all’esecuzione e alla quantità dove regna il monito di Edison per cui il genio è per l’1% ideazione e per il 99% esecuzione, penso sia molto importante ricordarci che senza quell’1% di ideazione non ci sarebbe il restante 99%. E quindi lunga vita alle idee e a chi le pensa!


“Ciao caro! Good news per te e i tuoi soci!”
“Ah… È lei signor Bicaglio… Buongiorno… Bene sono felice, mi dica…”
“Confermiamo il deal!”
“Davvero? Ma è fantastico!”
“Si! La vostra idea è piaciuta a tutto il team! Jointly Approved!
“Sono davvero felice grazie!”
“No, no, grazie a voi! Adesso però rimbocchiamoci le mani e diamoci dentro”
“Certo, siamo pronti per aprire…”
“Ecco appunto a questo proposito… L’idea ci piace — ma il 40% di equity è troppo poco!”
“Beh sa..”
“Senti… non mi piace girarci intorno. La nostra proposta è 80–20”
“L’80% della società? No ma è troppo! La nostra idea, le nostre competenze, il nostro tempo… Non valgono solo il 20%!”
“L’idea! Ma l’idea oggi non vale! Quello che vale è l’execution! E per l’execution serve il cash. E chi ce lo mette il cash?”

Questo dialogo non è preso da un film, o da un romanzo, ma da una storia vera. Diciamo che è basato su una storia vera. Quella di un giovane ragazzo con una bella idea imprenditoriale ma senza un budget a disposizione per realizzarla. Così anche lui, come molti imprenditori squattrinati, si rivolge a un gruppo di Business Angels nella speranza di trovare le risorse per lanciare la sua iniziativa.

I Business Angels in Italia sono generalmente ex-imprenditori o ex-manager che dopo aver accumulato una fortuna si divertono, chi con più e chi con meno cognizione di causa, a finanziare idee imprenditoriali nella speranza di mettere le mani, o meglio il portafoglio, sul prossimo Facebook. Talvolta però accade che l’equity richiesto (cioè la percentuale societaria) sia talmente alta che si finisce per demotivare l’imprenditore che si ritrova in una condizione più simile a quella di un manager sotto-pagato con qualche azione in tasca piuttosto che a quella del fondatore e ideatore della propria azienda. E questo ovviamente non funziona. Non funziona perché si snatura l’azienda. Si rischia di sacrificare la sua idea originale in nome di un’eccessiva attenzione all’esecuzione.

Ma questa non è una novità. Già all’inizio del Novecento l’imprenditore americano Thomas Edison era solito ricordare a tutti che il genio è per l’1% ideazione e per il 99% esecuzione. Un concetto che sintetizza molto bene l’approccio pratico e concreto all’imprenditoria e, più in generale, allo sviluppo di un’idea degli americani.

Per quanto non sia completamente d’accordo con questo pensiero, o quantomeno ne rivedrei le proporzioni attribuendo un 30% — almeno — all’ideazione, quello che manca all’interno di questo celebre aforisma è che senza quell’1% di ideazione non ci sarebbe il restante 99%. E quindi senza l’idea non ci sarebbe tutto il resto. Oppure, detto in maniera ancor più diretta, senza l’idea non vale. Senza l’idea non si può creare quel valore — in primis economico — su cui si fonda l’imprenditoria.

Edison stesso è stato capace di avere — o di rubare, come lui stesso ammise — tante idee che solo in un secondo momento riuscì a sviluppare e trasformare in prodotti di successo. Primo fra tutti la lampadina che negli anni è diventata il simbolo stesso dell’idea. Ma senza le migliaia di idee e i migliaia di brevetti registrati, la Edison non sarebbe diventata il colosso che è oggi. Il che fa riflettere, soprattutto se pensiamo che inizialmente l’azienda fondata da Edison a Menlo Park, altro non era che una fabbrica di brevetti, un luogo cioè dove non si sviluppavano prodotti ma si pensavano (e poi si brevettavano) idee lasciando a qualcun altro la produzione.

Con questo non voglio dire che avere l’idea giusta sia sufficiente per avere successo e inventarsi il lavoro della vita, penso però che sia molto importante — oggi più che mai — avere l’dea giusta prima di buttarsi nella sua realizzazione. Il problema però è che se molti manuali e molte business school possono insegnarci come sviluppare un’idea attraverso matrici, attualizzazioni di flussi di cassa, grafici, teorie, business plan e tanti altri strumenti utili, insegnare come avere l’idea giusta invece è molto più difficile. Questo perché ogni idea è unica come unica è la persona che l’ha avuta e, come tutti sanno, dall’unicità è difficile ricavare un metodo scalabile.

Tuttavia c’è qualche spiraglio. Personalmente ho spesso a che fare con l’imprenditoria. Sia come imprenditore sia come studioso e appassionato della disciplina e quindi di persone che, grazie al loro guizzo creativo e alla loro costanza, sono riusciti a creare imprese che hanno cambiato il mondo, loro e di molta altra gente. Nello studiare o nel conoscere queste persone ho avuto modo di appuntarmi delle caratteristiche comuni a tutti questi imprenditori. Molte di queste le ho riportate nel mio precedente libro, pubblicato sempre per Sperling&Kupfer «Fai fiorire il cielo». Una però la voglio riprendere fin da subito anche all’interno di questo breve saggio: la curiosità.

La curiosità non è qualcosa che si può insegnare o imparare. Ma è qualcosa che si può tenere in allenamento. Le persone curiose sono persone dalla mentalità aperta, che si chiedono il perché delle cose e che, soprattutto, si chiedono come risolvere i problemi senza usare le stesse logiche che li hanno generati. Molti imprenditori infatti hanno avuto le intuizioni che li hanno poi resi ricchi e famosi proprio perché si sono trovati di fronte a un problema e si sono chiesti come risolverlo in maniera differente. E nel farlo non si sono limitati a guardare davanti a sé ma attorno a sé. Senza precludersi nessuna strada.

E questo è possibile solo se si è curiosi. Solo se si ha la capacità di vedere in tutte le direzioni e di lasciarsi ispirare da tutto quello che ci circonda. Sebbene questo sia un privilegio che tutti potrebbero concedersi, sono solo in pochi quelli che lo fanno. Non a caso il mondo è fatto per il 99% da bravi esecutori mentre solo per l’1% da bravi ideatori. Certo, eseguire è più facile che ideare. È meno rischioso. Credere nelle proprie idee invece richiede molto investimento. Ma se stai leggendo queste righe è perché fai parte di quell’1% che pensa che l’idea valga. O quanto meno senti una voce dentro te che ti spinge a farne parte.

Quindi come stimolare la nascita di idee brillanti? Come allenare la propria creatività? La propria capacità di generare idee? La mia risposta è guardarti attorno. Valorizza tutto quello che ti circonda e prova a fare le connessioni più ardite tra i punti più distanti. Non chiuderti nel tuo mondo. O almeno non farlo subito. Prima lasciati ispirare. Gira. Guarda film, mostre, spettacoli. Leggi libri. Esci dalla paludosa e super-inflazionata comfort zone. Quel luogo-non-luogo dove tutto si ripete senza rischi — vero — ma senza neanche ispirazioni e colpi di scena. Se non ci perdiamo mai come potremo scoprire nuove strade?

Perdersi ogni tanto fa bene, stimola la creatività e la nascita di nuove idee. Così come viaggiare, conoscere nuove culture e nuovi mondi. Ma la cosa più importante di tutte non è viaggiare con il corpo ma viaggiare con la mente. La storia ci insegna che sono molti i pensatori che non si sono mai spostati, neanche per un viaggio, dal luogo dove sono nati eppure hanno concepito idee fondamentali per l’evoluzione dell’uomo.

In tutta la sua vita, il filosofo tedesco Immanuel Kant, le cui idee hanno cambiato la storia della filosofia e del pensiero umano, non si è mai allontanato più di venti chilometri dalla sua città natale, l’allora capoluogo della Prussia orientale, Königsberg. Baruch de Spinoza, che annovero tra i pensatori più illuminati della storia, è morto a soli 44 anni nello stesso letto a baldacchino nel quale fu concepito e dove ha dormito per tutta la vita a partire dalla morte dei suoi genitori. L’idea alla base della prima televisione è stata elaborata da un contadino di quattordici anni, Philo Farnsworth, che non si era mai allontanato dal ranch di famiglia nello Idaho. D’altra parte è possibile che senza il suo lungo viaggio in India Steve Jobs non sarebbe mai stato in grado di concepire la Apple. Così come Dietrich Mateschitz difficilmente avrebbe creato la sua Red Bull senza i suoi viaggi in Asia. Fino al viaggiatore-inventore per eccellenza Guglielmo Marconi, padre della telegrafia senza fili, che per assecondare la sua inquietudine creativa decise di andare a vivere sul suo yacht Electra così da poter essere sempre in viaggio.

Quello che importa dunque non è il dove ma il come. Se vuoi sfuggire ai mali che ti assillano non devi andare in un altro luogo; devi essere un altro uomo, diceva Seneca. Vero. E questo vale anche per la generazione di un’idea. Cogliere le ispirazioni attorno a sé non è una questione di dove si è ma di come si è. Se non abbiamo una mente aperta e curiosa possiamo essere nel luogo più stimolante al mondo ma non ne trarremo nulla. Se invece siamo predisposti a nuovi stimoli e nuove soluzioni possiamo essere anche chiusi in una stanza bianca e avere l’idea che ci cambia la vita.

Come scriveva il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, «chi ha talento colpisce un bersaglio che nessun altro riesce a colpire, mentre un genio colpisce un obiettivo che nessun altro riesce a vedere». Senza arrivare alla pretesa di essere dei geni, vedere ciò che nessun altro riesce a vedere è la chiave del pensiero innovativo. E il pensiero innovativo è la chiave per avere idee straordinarie.

Una volta che siamo riusciti a vedere le ispirazioni e gli stimoli che ci circondano però è importante essere in grado di connetterli tra loro come nessuno ha mai fatto prima e poi focalizzarsi su una — e solo una — idea alla volta. E questa è un’altra caratteristica importante di chi ha avuto idee straordinarie. Avere la mente aperta nella fase di ispirazione e poi riuscire a chiuderla nel momento di ideazione così da concentrarsi su un solo pensiero e trasformarlo nella nostra grande idea. Come suggeriva il Monty Python John Cleese, dobbiamo essere in grado di crearci delle oasi di quiete in cui lasciare alla nostra mente il tempo di creare qualcosa di unico e originale che non può nascere all’interno di un ambiente frenetico e pieno di distrazioni.

Faccio un esempio preso dal cinema, che a sua volta lo ha preso dai fumetti. Man Of Steel di Zack Snyder è l’ennesimo film su Superman che non mi sentirei di consigliare a nessuno se non fosse per una scena che trovo molto interessante da un punto di vista metodologico. Come sappiamo Superman è un super uomo con poteri che noi umani possiamo solo sognarci. Fra questi una mente apertissima. Talmente aperta che riesce a vedere e sentire cose che nessun altro riesce a percepire. E questo è indubbiamente un vantaggio. A meno di non lasciarsi sopraffare da tutti questi stimoli e trasformare quello che potrebbe essere un super potere, un impagabile plus valore, in un gran mal di testa che non porta a nulla.

E questo è proprio quello che succede al piccolo Clark Kent quando alle medie, non riuscendo ancora a gestire i propri poteri, durante una lezione, sfinito da tutti i pensieri e gli stimoli che gli intasano la mente, decide di scappare dall’aula e rinchiudersi in uno sgabuzzino. Ovviamente tutti i suoi compagni e insegnanti gli corrono dietro un po’ preoccupati e un po’ incuriositi. Ma lui riesce a seminarli ed entrare nello stanzino. Così si ritrova al buio rannicchiato nell’angolino quando all’improvviso arriva sua madre. «Il mondo è troppo grande, mamma» piagnucola Clark. «E tu fallo diventare più piccolo. Concentrati solo sulla mia voce» gli dice la mamma. Lui si tranquillizza e riesce a trasformare tutto il caos che aveva in testa in un solo, unico e potentissimo pensiero. Entra Clark Kent, esce Superman.

Ora, se anche noi vogliamo essere dei supereroi dell’idea dobbiamo seguire lo stesso procedimento. 1) Lasciarsi ispirare da tutto quello che ci circonda mantenendo la mente sufficientemente aperta per vedere quello che nessun altro vede. 2) Elaborare tutti gli stimoli e connetterli tra loro come nessuno ha mai fatto prima. 3) Focalizzarci su un solo pensiero e dare forma nella mente alla nostra grande idea.

Del resto l’idea del pensare (in latino cogito) come atto di agitare insieme (co-agitare) più punti è alla base del concetto stesso di creatività e originalità. Innovare vuol dire vedere le cose da punti di vista diversi e, soprattutto, connetterle in modo diverso. Pensiamo al mantra A-B-C-D (Always Be Connecting the Dots) di Richard Branson, o al celebre invito fatto da Steve Jobs durante il suo discorso presso lo Stanford Stadium a connecting dots, connettere i punti, o ancora a Seth Godin che al punto 64 del suo manifesto, Stop Stealing Dreams, scrive di come gli studenti siano educati a collecting dots, collezionare i punti, quando invece servirebbe insegnar loro a connecting dots, connettere i punti.

È per questo motivo che tutti i miei testi — e questo libro non sarà da meno — sono un miscuglio di discipline. Arte, musica, filosofia, letteratura, poesia, imprenditoria, management, marketing, idea generation, economia, creatività, storia e, soprattutto, storie. Tante storie. Le storie di chi ha pensato e vissuto prima di noi sono il nostro bene più prezioso, perché ci permettono di imparare a spese altrui. Imparare non dai nostri errori ma dai loro. Sono un dono grandissimo che ci viene dato dal nostro passato per costruire meglio il nostro futuro e che nessuno di noi dovrebbe sprecare. Eppure molti lo danno per scontato. O meglio, molti di loro, molti di quel 99% che pensa che l’esecuzione sia tutto. Che il mondo sia solo quantità, numeri e razionalità.

Ma ancora una volta: Cosa ne sarebbe di quel 99% se non fosse per quell’1% di visionari che con le loro idee hanno cambiato il mondo? Risposta: Nulla. E non penso di essere un idealista (nell’accezione più diretta del termine: fan dell’idea) nel momento in cui dico che prima viene l’idea e poi l’esecuzione dell’idea, il suo sviluppo. Mi sembra un concetto molto semplice, lapalissiano. Non penso esista persona sulla faccia della terra che possa dimostrare il contrario. Come si può sviluppare qualcosa che non esiste? Qualcosa che non è neanche stato pensato. Qui non si sta parlando dell’uovo e della gallina. Qui la consecutio temporum è molto chiara e lineare. 1) Si ha l’idea. 2) La si realizza.

Eppure il mondo sembra andare nella direzione opposta. Si spende tantissimo per l’esecuzione e sempre meno per l’ideazione. Ma del resto così vanno le cose. L’invisibile ha smesso di essere essenziale agli occhi nel momento in cui l’uomo ha smesso di guardare lontano. Nel momento in cui l’uomo ha cominciato a fare i conti solo con il presente e non con il futuro. Con l’idea di portarsi a casa il più possibile nel minor tempo possibile. Così al posto di inventare. Ci si limita a ripetere. Privilegiando quindi l’esecuzione rispetto all’idea.