L’inannoiabile Wallace

“Continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito”. David Foster Wallace come esperienza religiosa.


“Nello spazio infinito che tutto perdona”. È lì che vengono sparati con un missile i rifiuti nel degradato mondo di Infinite Jest, scritto nel 1996 da David Foster Wallace e ambientato in un futuro non lontano in cui gli Stati Uniti non esistono più e intere parti del pianeta sono state sommerse da immondizia. Storia della caduta e della redenzione di un uomo — Don Gately — Infinite Jest è un romanzo monumentale in cui più volte Wallace sembra gettare uno sguardo nelle profondità dalle quali nasce il desiderio di Dio. Così è lo stesso Don Gately, tossicodipendente, ladro e assassino, impegnato in un laborioso percorso di recupero, che si chiede a cosa credere, quando si ha l’impressione che dall’altra parte ci sia il nulla. Ed è a lui che un compagno di strada risponde con la storia dei pesci.

“C’è un vecchio pesce saggio e baffuto che si avvicina nuotando a tre pesci giovani e fa: “Buongiorno ragazzi, com’è l’acqua?” e nuota via; e i tre pesci giovani lo osservano allontanarsi e si guardano e fanno: “Che cavolo è l’acqua?” e nuotano via”. Dio c’è, ma è come l’acqua per un pesce: bisogna guardare attentamente, prestare attenzione, per coglierne la presenza. “Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere”, spiegherà lo stesso Wallace nel 2005, nel suo discorso ai laureandi del Kenyon College. C’è qualcosa di evidente, sotto gli occhi di tutti, “nascosto dalla sua stessa mole”, come scriverà più tardi nell’incompiuto Re pallido, magistrale riflessione sull’attenzione e sulla noia, ambientata in un ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Peoria nell’Illinois.

“La chiave è la capacità di trovare l’altra faccia del ripetitivo, dell’inutilmente complesso. Essere inannoiabile”, andare oltre le apparenze.

“Il vero eroismo siete voi, soli, nello spazio di lavoro che vi hanno assegnato. Il vero eroismo sono i minuti, le ore, le settimane, gli anni e anni di un silenzio di probità e attenzione silenzioso, meticoloso, coscienzioso, senza nessuno che veda o acclami. Questo è il mondo”.

Il punto di partenza di Wallace è la realtà, analizzata con maniacale precisione per trarre da essa tutto ciò che può dare, e scoprire così quel che si nasconde e spinge a cercare altro. Come racconta il giornalista del New Yorker D.T.Max nella documentata biografia di Wallace, uscita di recente in italiano da Einaudi, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, attraverso la sua breve vita questa ricerca si è snodata per vari, tortuosi percorsi, dal sesso alla dipendenza da sostanze stupefacenti, dall’ansia incontrollabile di conseguire l’eccellenza in ogni cosa fino alla passione smodata per il linguaggio, coltivato nella speranza che potesse esprimere anche ciò che irrimediabilmente, invece, sembra sfuggire.

“Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte”, scriveva nel racconto “Caro, vecchio Neon”. Come ha sostenuto Luca Doninelli in un articolo per il mensile Tracce dedicato a Wallace, la “caratteristica più prodigiosa della sua scrittura è sempre stata quella di penetrare nei meccanismi mentali dei suoi personaggi”. La vita, vista da dentro le persone, che non è mai banale, che sempre induce pietà, comprensione, muta contemplazione. E, spesso, rivela un vuoto che nulla di ciò che esiste sembra poter colmare. Il vuoto, l’assenza, la tristezza sono stati il punto di partenza di Infinite Jest, come ha dichiarato lo stesso autore in varie interviste. La tristezza di chi cerca la felicità come fine assoluto e individualistico, in completa solitudine, scambiando per libertà la totale assenza di limiti e regole.

“La vostra libertà è libertà ‘da’: nessuno dice ai vostri preziosi ego Usa individuali che cosa devono fare. — fa dire a uno dei personaggi di Infinite Jest -. Ha solo questo significato, è una libertà dalla costrizione e dall’imposizione” (…) E libertà ‘di’? Non si è solo liberi ‘da’. Non tutti gli obblighi vengono dall’esterno. Voi fingete di non vedere questo. Dov’è la libertà ‘di’? Come fa la persona a scegliere liberamente? Come scegliere qualcosa di diverso dalle scelte ingorde dei bambini se non c’è un padre pieno d’amore a guidare, informare, insegnare alla persona come scegliere? Come ci può essere libertà di scegliere se non si impara come scegliere?”. La persona matura per Wallace è quella che sa uscire da questo circolo vizioso individualistico aprendosi all’attenzione all’altro e alla compassione, abbracciate non per moralismo ma come la scelta più ragionevole per cercare di essere felici.

Il tema religioso non viene posto esplicitamente nei romanzi, saggi e racconti di Wallace, ma spunta a tratti, dalle profondità in cui scivolano i suoi personaggi, al culmine di complesse riflessioni, o con ironia, quasi per prenderne le distanze. Nel romanzo d’esordio, La scopa del sistema, del 1987, uno dei protagonisti decide di creare un deserto artificiale, “un punto di riferimento primordiale per le buone genti dell’Ohio. Un luogo da temere e da amare…Un Altro per stimolare l’Io dell’Ohio…Un luogo dove la gente possa aggirarsi in solitudine. Per riflettere. Lontano da ogni cosa”. E il deserto si chiama DIO (acronimo di Deserto Incommensurabile dell’Ohio), in inglese GOD, Great Ohio Desert).

Nel racconto del suo 11 settembre 2001 (“La vista da casa della signora Thompson”), si ritrova di fronte alla tv con un gruppo di amici, che se ne stanno “lì seduti a sentirsi malissimo e a pregare”, e sono persone nelle quali l’autore trova una cristallina innocenza, “la totale assenza di cinismo”. Per David Foster Wallace il senso di Dio non è qualcosa di imposto o raggiunto intellettualmente, sgorga in modo naturale dalla considerazione quasi sacrale che questo singolarissimo scrittore ha per l’uomo, anche visto nelle sue manifestazioni più abiette e degradate, al punto da rendere a tratti quasi intollerabile la lettura di alcuni suoi passaggi.

Questi sprazzi di spiritualità si aprono spesso al termine di pagine e pagine di frasi complicate, contorte, che sembrano voler allontanare il lettore, lo sfidano a seguirlo per sentieri impervi e alla fine gli offrono una luce che giustifica ampiamente il percorso fatto. Dio, Wallace sembra trovarlo nelle pieghe di realtà spesso umanamente degradate, paradossali, in situazioni a prima vista lontanissime da ogni possibile soffio dello Spirito, e il lettore lo coglie nei dettagli, nelle sfumature che si tendono a trascurare.

Nel discorso agli studenti del Kenyon College, “Questa è l’acqua”, del 2005, è riassunta la visione dell’uomo di Wallace, ed è una visione profondamente religiosa: l’attenzione all’altro, il servizio, sono i valori supremi. La “modalità predefinita” con cui affrontiamo le scelte della vita quotidiana è improntata all’egoismo e alla ricerca della soddisfazione personale. “È il modo automatico e inconsapevole di affrontare le parti noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose”. Ma l’alternativa c’è, se si vuole esercitare la libertà di pensare in modo diverso e scegliere a cosa prestare attenzione e a cosa dare importanza, ricordando che “non esiste l’ateismo nelle trincee della vita quotidiana”, tutti veneriamo qualcosa, e ciò che veneriamo ci definisce e ci cambia.

“Si è solo ciò che si ama — si leggeva in Infinite Jest — Si è, solo ed esclusivamente e completamente, ciò per cui si morirebbe senza pensarci due volte”. Non raccontiamocela, non crediamo di essere in grado di controllare tutto senza lasciarci sorreggere da qualcosa: convinzioni, ideologie o divinità. Non esiste l’ateismo, si è liberi soltanto di scegliere cosa idolatrare.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi”.

Solo così, dice ancora Wallace agli studenti, “avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa, ma sacra, incendiata della stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose”. Come Hal Incandenza, il giovane tennista tra i protagonisti di Infinite Jest, che leggeva su un cartello davanti a una chiesa: “La vita è come il tennis, vince chi serve meglio”.

È un percorso difficile — è lo stesso Wallace a ricordarlo — quasi impossibile se si è da soli a cercare di seguirlo e non si incontra lo sguardo di quel Dio che pure si percepisce così presente. L’obiettivo per Wallace, è molto chiaro, e lo introduce parlando dell’amore di un giovane tennista per il suo sport: “Un amore che non è l’amore che si prova per il proprio lavoro o per un amante. È il tipo di amore che vedi negli occhi delle persone molto anziane che sono state felicemente sposate per un numero incredibile di anni, o nelle persone religiose che sono così religiose da aver dedicato la propria vita alla religione: il tipo di amore la cui misura è data dal suo prezzo, da ciò a cui uno ha rinunciato in suo nome”.

Non sono pochi, nei tortuosi meandri di storie di dipendenza e perdita, i personaggi di Wallace che trovano la forza di cambiare. Il più rappresentativo è certamente Don Gately di “Infinite Jest”, ma accanto a lui possiamo citare il ragazzo debosciato del “Re Pallido”, che trova la forza di reagire e diventare impiegato all’Agenzia delle Entrate, dopo aver sentito per caso la lezione di un gesuita, che lo colpisce per il suo rigore e l’autorevolezza. O ancora, sempre all’interno del “Re Pallido”, Lane Dean Jr che decide di non fare abortire la sua ragazza. Che Wallace avesse ben in mente qual è realmente la posta in gioco nella vita di un uomo, intrappolato di continuo nelle suggestioni di forze che tendono a distruggerlo, lo testimonia il fatto che curiosamente il suo libro preferito fosse “Le lettere di Berlicche”, di C.S. Lewis, arguta e ironica riflessione sulla presenza del Diavolo, narrata attraverso il carteggio tra un diavolo senior e un apprendista cui il primo svela i trucchi e gli stratagemmi per condurre un’anima alla perdizione.

E l’enigma del male, della sofferenza inesplicabile degli innocenti, lo affronta con un’incursione nel territorio apparentemente lontano del gioco del tennis, da Wallace amato e praticato personalmente. Nel pezzo scritto per il magazine del New York Times, nel luglio 2006 “Roger Federer come esperienza religiosa” (tradotto in italiano nel 2010 dall’editore svizzero Casagrande e ripubblicato da Einaudi in “Il tennis come esperienza religiosa”) racconta che prima della finale di Wimbledon di quell’anno entrò in campo a tirare la monetina William Caines, bambino di 8 anni malato di cancro dall’età di due. “È difficile descriverla — è un pensiero che è anche una sensazione. Uno non vuole farla troppo grossa, né fingere che le due cose si bilancino equamente; sarebbe grottesco. Ma la verità è che qualsiasi divinità, entità, energia o flusso genetico casuale produce bambini malati, ha prodotto anche Roger Federer”. Nella bellezza del gesto atletico, Wallace scorgeva una sorta di redenzione: “Anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in un modo fugace, mortale) riconciliati”.

Una riconciliazione che nella sua vita questo straordinario autore non è riuscito a trovare. Com’è noto, vittima da molti anni di una grave forma di depressione, morì suicida il 12 settembre del 2008. Sui suoi ultimi giorni e sui possibili motivi di quel gesto, la biografia di D.T.Max è prodiga di dettagli. Mai come in questo caso, però, il linguaggio pare impacciato e le ragioni vere di una scelta tanto disperata — e più volte evocata, quasi esorcizzata, nei suoi scritti — restano misteriose. Certo, l’ambiziosa meta delineata nel discorso al Kenyon College, una vita dedita agli altri, che proprio in questa dedizione trova il suo senso più profondo, è un traguardo difficile che sembra sempre sfuggire, lasciandoci “continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito”.